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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
§1 - La storia punisce l’ignavia dell’Europa (di Eugenio Scalfari) §2 - L'amaca [Alba Dorata] (di Michele Serra) §3 - Le parole che Rodotà direbbe oggi (di Simometta Fiori)
post pubblicato in diario, il 24 giugno 2018


Anno XI N° 26 del 24 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 24 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ L'Ue dovrebbe diventare una federazione, ma non ci riuscirà con la politica razzista di Salvini. Nella società globale comandano i grandi imperi, ma il Vecchio Continente non lo è più. _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - La storia punisce l’ignavia dell’Europa _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 24 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Domenica scorsa ho dedicato il mio articolo a due personalità italiane che, operando in settori molto diversi l'uno dall'altro, avevano entrambe contribuito al rafforzamento dell'Unione europea e delle singole nazioni che la compongono: Mario Draghi e Marco Minniti. Sono passati appena sette giorni da allora e la storia dell'Italia e dell'Europa si è completamente capovolta: il sovranismo delle singole nazioni si è rafforzato e insieme con esso è comparso un sentimento di razzismo di cui non si aveva ancora alcuna presenza se non estremamente marginale. _________________________________________________________________________________________ Nel frattempo, la Lega di Matteo Salvini nei sondaggi ha addirittura raggiunto il 29,2 per cento dei consensi superando da sola i 5 Stelle che dal 32 sono scesi al 29 per cento. La Lega per di più può contare su un 9-10 per cento di Forza Italia e un 4 di Fratelli d'Italia, per un totale che arriva abbondantemente sopra il 40 per cento. _________________________________________________________________________________________ Questa è la storia in termini numerici, mai così pessima per l'Italia e per l'Europa, dove fenomeni analoghi a quelli della Lega si stanno rafforzando in molti Paesi, a cominciare da quelli di Visegrád, ma non soltanto: anche in Grecia, in Austria, in Scandinavia e in alcune regioni della Francia, dove, per fortuna, Macron ha poteri presidenziali che lo mettono al riparo da emergenti fenomeni di razzismo e di nazionalismo che da tempo si sentivano del tutto sconfitti. _________________________________________________________________________________________ Draghi per fortuna sarà ancora per un anno alla testa della Bce, ma Minniti è ormai fuori da ogni potere perché il governo Gentiloni da tempo non c'è più, sicché la politica del futuro migratorio si è capovolta portando la politica italiana al vertice del razzismo. Si è visto nello scontro tra Salvini e Saviano, nelle misure programmate contro i rom. _________________________________________________________________________________________ Questi fenomeni nell'Italia di oggi sono ancora marginali, ma sono comunque entrati a far parte del programma di governo. I 5 Stelle non li condividono e il premier Conte ne sembrerebbe anch'egli alieno. Mattarella per quanto gli compete è del tutto contrario, ma la forza popolare attratta dalla destra razzista sembra pronta a seguire il Capo che, a sua volta, sta considerando l'ipotesi di nuove elezioni da effettuarsi entro un anno. Che faranno, rispetto a questa ipotesi, i 5 Stelle? E il Partito democratico? E come sarà modificata la legge elettorale? E infine quale sarà il risultato delle prossime elezioni europee? _________________________________________________________________________________________ Dirò qui il risultato d'una diagnosi che finora era sfuggita a chi si occupa di questi problemi: il vero malanno politicamente e socialmente non è l'Italia o perlomeno non è soltanto l'Italia, ma è soprattutto l'Europa, a cominciare dalla più forte delle nazioni europee: la Germania. La coalizione della Cancelliera si è improvvisamente spaccata in due: la Csu, forte soprattutto in Baviera, ha rotto con la Cdu della Merkel. Non era mai accaduto. _________________________________________________________________________________________ Sono entrambi due partiti con un fondamento politico-religioso: la Cdu segue un'ispirazione cristiana di centro-sinistra, molto più protestante che cattolica; la Csu rappresenta il cattolicesimo di destra. Come mettere Gronchi, Fanfani e Moro da una parte e Dossetti dall'altra. Naturalmente in Italia, Paese sede del Vaticano, l'influenza religiosa era politicamente molto forte; in Germania no, è quasi invisibile ma c'è. È comunque la prima volta che quei due partiti, sempre alleati, si dividono _________________________________________________________________________________________ L'iniziativa non è stata della Merkel che anzi politicamente ne sta molto soffrendo. Il principale rappresentante della Csu, Horst Seehofer, occupa l'importante carica di ministro dell'Interno ed è tuttora al suo posto. La Merkel infatti non vorrebbe affatto che l'aspro dissenso politico con la Csu producesse un forte distacco che forse renderebbe indispensabili nuove elezioni. Ragion per cui il ministro dell'Interno tedesco ha ricavato l'amicizia del ministro dell'Interno italiano (Salvini) sul tema dell'Europa rispetto all'immigrazione. I due, almeno sulla carta, sembrano abbastanza allineati, mentre non lo sono i socialisti della Spd, anch'essi alleati dei due partiti cristiani di centro. _________________________________________________________________________________________ Vedremo il risultato del sostegno di Salvini a Seehofer. Sta di fatto che anche questo è il sintomo della crisi europea. La Merkel, come se nulla stia accadendo nel suo governo, continua a comportarsi con Macron come se il patto tra loro fosse tuttora in piedi, ma di fatto non lo è. Macron si avvale dei suoi poteri presidenziali sulla Francia ed è quindi il leader attualmente più forte in Europa sul tema dell'immigrazione, soprattutto per quanto esso riguarda la situazione generale del Mediterraneo _________________________________________________________________________________________ Macron è alleato con lo spagnolo Sanchez e con quelli che condividono la politica di Minniti, ministro dell'Interno dell'ex governo Gentiloni: gli immigrati vanno fermati in campi sulla costa libica, che debbono essere bonificati e servono a trattenere gli immigrati sulla costa africana per essere rinviati nei Paesi d'origine non appena in quelle zone cominci la programmata politica di investimenti europei. Capitali europei, nuove produzioni che mettano economicamente in moto i Paesi africani invertendo in tal modo la corrente di fondo dell'immigrazione, non più dall'Africa all'Europa, ma al contrario: gli immigrati tornino in patria, un processo di industrializzazione si metta in moto con capitali cospicui, tecnici e specialisti europei che affluiscano in Africa e avviino l'industrializzazione di quelle regioni. _________________________________________________________________________________________ Bisognerebbe che l'intera Europa partecipasse a questa politica ma, da quando in Italia domina Salvini soprattutto per quanto riguarda l'immigrazione, il problema è assai più complesso: l'Europa dovrebbe impegnarsi in Africa per impedire l'immigrazione in Europa e contribuire al sostanziale miglioramento dell'economia africana mentre Salvini considera tutta quella gente come carne da cannone; sicché sperare in un contributo positivo della Lega è soltanto un sogno. Quanto a Minniti, che di quel programma è uno dei più importanti autori, è fuori gioco e per rientrarvi dovrebbe operare con le vesti di un dirigente nominato dall'Europa. _________________________________________________________________________________________ Tra poco ci saranno le elezioni europee e vedremo quale Parlamento ne uscirà, chi lo presiederà, chi presiederà la Commissione che è in sostanza il governo dell'Unione, sia pure con poteri largamente limitati. _________________________________________________________________________________________ Una cosa è certa: l'Europa è composta da nazioni che con il passar del tempo appoggiano sempre più due obiettivi da realizzare. Il primo era quello di estendere a tutti i Paesi la moneta unica che in questo modo avrebbe avuto la stessa forza del dollaro e forse perfino di più. Ma questo obiettivo non è stato minimamente tentato. _________________________________________________________________________________________ Il secondo obiettivo dell'Europa e in particolare dell'Eurozona era di rafforzare le proprie istituzioni in un processo che dovrebbe avere come finalità quella di trasformare una Confederazione in una Federazione. Di qui un ministro delle Finanze unico per l'Eurozona; un ministro dell'Interno unico con competenze specifiche sia sul tema dell'immigrazione sia su quello delle comunicazioni riservate e del controspionaggio. Infine una sorta di Fbi operante alla dipendenza del ministro dell'Interno. _________________________________________________________________________________________ Va anche detto che l'ipotesi della Federazione escluderebbe - ove fosse finalmente realizzata - i poteri del presidente francese, i quali dovrebbero essere assorbiti dal presidente europeo. L'Europa riuscirà a realizzare in tutto o in parte questo obiettivo? In tutto lo escluderei ma almeno in parte dovrebbe e sarebbe già un notevole successo. Ma da quel che sta accadendo adesso, specie con la politica razzista e antieuropea di Matteo Salvini, la risposta è purtroppo negativa. Il sovranismo nazionale è in forte crescita e non si vede chi riesca a fermarlo e a invertire la rotta. _________________________________________________________________________________________ Ripeterò quanto scritto più volte ma purtroppo senza alcun risultato. In una società globale dove contano soltanto gli Imperi, chi comanda sono gli Stati Uniti d'America, la Russia, la Cina. In parte l'Oceania. Il resto sono popoli e Paesi imbarcati su scialuppe di salvataggio che sono alla mercé delle grandi navi che rappresentano gli Imperi esistenti. Il numero di questi imperi potrebbe però in breve tempo aumentare. Per esempio l'America del Sud; per esempio un'ampia quota dell'Africa centro-meridionale. L'Europa, che è stata duemila anni fa la culla di un grande Impero, non lo sarà mai più. Colpa nostra e solo nostra. La storia ci sta già punendo e sempre più ci punirà. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 24 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ Il rogo politico appiccato dal ministro della Paura Salvini sul fronte dei migranti, degli zingari, di Saviano, dei vaccini, di tutto quanto potesse servire ad accreditare il suo ruolo di ammazzasette, ha bruciato sul nascere qualunque altra lettura di questo governo. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 - L'amaca [Alba Dorata] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 24 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Nei giorni scorsi il ministro del Lavoro Di Maio si è occupato delle condizioni contrattuali dei cosiddetti rider, precari della consegna a domicilio.È stato il suo primo atto politico di governo; e qualunque sarà il risultato, è stata una scelta importante, che pone rimedio a precedenti omissioni e lacune. Se questo fosse veramente, come si illude di essere, il “governo del cambiamento”, il suo biglietto da visita avrebbe potuto essere, appunto, l’apertura di un fronte sindacale nuovo di zecca, in rappresentanza simbolica di tutto il precariato fin qui quasi privo di voce. _________________________________________________________________________________________ Ma non lo è stato: perché il rogo politico appiccato nel frattempo dal ministro della Paura Salvini sul fronte dei migranti, degli zingari, di Saviano, dei vaccini, di tutto quanto potesse servire ad accreditare il suo ruolo di ammazzasette, ha bruciato sul nascere qualunque altra lettura di questo governo. Con buona pace dei precari, la cui causa, nell’agenda politica, è a stento nella top ten, saldamente presidiata dalle istanze leghiste, che sono istanze securitarie, sovraniste, antieuropee, in due parole sole: di estrema destra. _________________________________________________________________________________________ Disse qualche anno fa Beppe Grillo che si doveva ringraziare il suo movimento perché avrebbe evitato all’Italia l’arrivo al governo di Alba Dorata. Speriamo che Grillo, Di Maio, le loro cerchie di pensatori e la loro legione di elettori non siano costretti a rendersi conto del fatto che Alba Dorata, al governo, ce l’hanno portata loro; e che per questo, solo per questo rischiano di passare alla storia. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 24 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ Un anno fa moriva il grande giurista Stefano Rodotà. Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti raccontano “la mancanza della sua voce, mentre si assiste alla frantumazione nazionalistica di quei diritti per cui lui aveva combattuto” _________________________________________________________________________________________ Simometta Fiori _________________________________________________________________________________________ §3 - Le parole che Rodotà direbbe oggi _________________________________________________________________________________________ (di Simometta Fiori Repubblica.it 23 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Un anno fa moriva il grande giurista. Gustavo Zagrebelsky e Gaetano Azzariti raccontano “la mancanza della sua voce, mentre si assiste alla frantumazione nazionalistica di quei diritti per cui lui aveva combattuto”. Che avrebbe detto oggi Stefano Rodotà? Come avrebbe reagito il giurista che teorizzava il diritto a protezione dei più deboli in un’Italia che fa la voce grossa con gli ultimi? Quale bussola morale ci avrebbe indicato al cospetto di un ministro dell’Interno che respinge i migranti, minaccia censimenti etnici, dileggia esseri umani devastati da guerre e miseria? Raramente un anniversario si rivela nella sua drammatica attualità: a un anno esatto dalla scomparsa, niente sembra più lontano dall’eredità civile e culturale di Rodotà del Paese sovranista che maltratta i più fragili. «La mancanza della sua voce ci appare ogni giorno più grave e pesante», dice Gustavo Zagrebelsky, che gli è stato affianco in molte battaglie ideali. _________________________________________________________________________________________ «Rodotà ha dedicato il suo impegno culturale a valori quali dignità, umanità, libertà, tolleranza, giustizia, solidarietà: tutti temi provvisti di una portata universale, che non si prestano a essere declinati per nazionalità. I diritti umani sono per tutti — italiani, senegalesi, rom — senza esclusioni. Oggi stiamo assistendo a una frantumazione nazionalistica di questi valori, che non vengono negati in sé ma parcellizzati, reclamati da alcuni a danno di altri. Una pretesa particolaristica che si traduce in compressione dei diritti altrui». È la fine di un mondo, continua Zagrebelsky, il tramonto di principi sanciti dalla dichiarazione dei diritti universali, stelle polari conquistate dalla storia dopo le catastrofi del XX secolo. _________________________________________________________________________________________ «Si blindano i confini esterni e se ne costruiscono di nuovi all’interno, al fine di separare quelli che stanno con noi ma non sono parte di noi: oggi migranti e nomadi, domani chissà chi altri». Non si tratta di ignorare i problemi che possono derivare dalla presenza dei rom nelle grandi città, «ma il passaggio alle ruspe implica un salto culturale enorme». E allora bisogna trovare soluzioni «senza violare quei principi che sono al centro della ricerca intellettuale di Rodotà». _________________________________________________________________________________________ Una sua parola chiave è “dignità”, il rispetto della persona nella sua integrità, termine a cui attribuiva maggiore immediatezza rispetto a parole storiche come “eguaglianza”, “libertà”, “fraternità” proprio perché più direttamente evocativa dell’umano. «Come tutti i classici, Rodotà ha anticipato le risposte alle domande ora più urgenti», interviene Gaetano Azzariti, il costituzionalista che ne è stato allievo. «Un punto essenziale della sua costruzione teorica è l’antropologia dell’homo dignus, che considerava il grande lascito della Costituzione. Non è un caso che i primi articoli della Carta europea, a cui Stefano diede un contributo essenziale, siano dedicati alla dignità. _________________________________________________________________________________________ […] Sicuramente uno come lui, con la sua dottrina, sarà stato sollecitato molte volte a prestare consulenza o a fornire pareri pro veritate nei processi in cui si muovono enormi interessi economici. Non l’ha mai fatto. E anche questa scelta indica quanto tenesse all’autonomia della sua professione». _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 26 del 24 giugno 2018
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§1 - Draghi e Minniti per l'Italia e la UE (di Eugenio Scalfari) §2 - L'amaca [Yalta o Guerre Stellari???] (di Michele Serra) §3 - L'amaca [Razzisti o classisti ?] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 18 giugno 2018


_________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 18 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ Governo Salvini-Di Maio: una delle soluzioni peggiori che il nostro Paese abbia mai votato. Se molti italiani cambieranno idea col passare del tempo, questa, sì, sarebbe una fortuna, ma per averla bisogna combattere dalla parte giusta. Oso augurarmi che questo avvenga presto. _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Draghi e Minniti per l'Italia e la UE _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 18 giugno 2018) In questi ultimi dieci anni l’Europa, anzi l’Occidente globalmente considerato, ha avuto personalità rilevanti in politica e in economia, due settori che sembrano distanti e infatti lo sono, ma intimamente intrecciati. Sono stati dieci anni d’una crisi economica, cominciata nel 2007 a New York e in tutta l’economia americana, che inizialmente sembrò riguardare soltanto una banca, ma dopo pochi mesi diventò una tempesta e, valicando in poche ore l’Atlantico, arrivò sull’Europa come un turbine di fuoco e fiamme. Questa tempesta infuriò per un anno, poi gradualmente rallentò la sua forza anche per l’intervento di personaggi di notevole rilievo. _________________________________________________________________________________________ Editorialmente queste vicende richiederebbero un libro e non certo un articolo di giornale. Perciò ci limitiamo a un solo nome, che tuttavia ha ricoperto una parte notevole in questa storia: Mario Draghi. All’inizio della crisi presiedeva la Banca d’Italia, ma poi passò alla presidenza della Banca centrale europea (Bce), fondata per amministrare la moneta di recente esistenza, l’euro, condivisa da 19 Paesi europei tra cui i più importanti: la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna, l’Olanda, il Portogallo, la Grecia, i Paesi scandinavi. Draghi ha nel consiglio della Bce tutte le Banche centrali dei vari Paesi che hanno aderito all’Euro. La Banca centrale tedesca ( Bundesbank) ha spesso votato contro la sua politica monetaria, tutte le altre a favore. _________________________________________________________________________________________ Nell’autunno del 2019 il mandato di Draghi scadrà e non sarà rinnovabile. Perderemo un uomo di prim’ordine che non sarà facile sostituire. Ma qual è stata la sua politica monetaria, che ha conferito alla sua figura un carattere storico? Dobbiamo tenere presente che Draghi ha sempre avuto, direi nella testa e nel cuore, l’obiettivo di realizzare un’Europa con una struttura costituzionale federale, sia pure limitata ai 19 Paesi dell’Eurozona. Se si dice a lui che questo è stato il suo obiettivo, risponderà di no. E forse è una risposta che corrisponde soggettivamente alle sue intenzioni, ma oggettivamente non è così. _________________________________________________________________________________________ La sua politica non è stata soltanto monetaria, ma ha creato situazioni di politica economica e sociale che altrimenti non si sarebbero verificate. Gli obiettivi sono stati i seguenti: 1. Impedire la deflazione in tutti i Paesi dell’Eurozona. 2. Impedire che l’inflazione sorpassi il 2,5 per cento. 3. Stimolare la piena occupazione e limitare (non impedire) l’occupazione a tempo determinato specie tra i giovani. 4. Stimolare le esportazioni dei Paesi che hanno bisogno di valuta estera per l’acquisto di materie prime che quei Paesi non possiedono. 5. Unione bancaria europea che riguardi i crediti in sofferenza trasferendo la titolarità all’Unione europea finanziata per quest’operazione con emissione di Buoni del Tesoro europeo venduti sul mercato. 6. Creare un ministro delle Finanze unico per tutti i Paesi dell’Eurozona. _________________________________________________________________________________________ Questa più o meno la politica europeista di Draghi, il quale ha anche tenuto presente l’entità del debito pubblico italiano e la necessità di ridurlo con apposite politiche di bilancio e fiscali che puntino a ridurre le diseguaglianze dei redditi. L’acquisto da parte della Bce di titoli dei vari Paesi è servito a immettere liquidità nel sistema affinché i vari obiettivi fossero raggiunti. Ora questa politica è praticamente conclusa. Il ministro delle Finanze unico, in teoria già approvato dall’Unione europea ma non ancora scelto e insediato, potrebbe non piacere al nuovo governo italiano. Ma il tema dovrebbe essere affrontato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E il Pd dovrebbe far sua questa battaglia. _________________________________________________________________________________________ *** Questo è stato e sarà ancora per qualche mese Mario Draghi. Ora vorrei fare un altro nome che, con altre caratteristiche ma analoghe capacità, ha operato nel delicatissimo settore dell’immigrazione: Marco Minniti, ex ministro dell’Interno nell’ex governo Gentiloni. Minniti è stato un buon ministro dell’Interno, soprattutto nella vigilanza rispetto a quelle che si chiamano le “periferie” dell’Isis, che ci sono anche in Italia e vanno seguite giorno per giorno e ora per ora per impedire che eventuali loro progetti sovversivi si realizzino come è già avvenuto in altri Paesi. Ma l’aspetto più significativo di Minniti riguarda un tema diverso, quello dell’immigrazione. Un tema di grande importanza per il nostro Paese, che geograficamente è il più vicino alla costiera libica, tripolina e cirenaica. _________________________________________________________________________________________ Gli sforzi di Minniti in quell’area datano da meno di un anno e si collegano, appunto, al tema dell’immigrazione. Il movimento di singoli individui e famiglie, ma in certi casi di interi popoli, è stato messo in moto soprattutto dalla società globale e infatti questi continui movimenti avvengono dovunque e in qualunque direzione. Papa Francesco, che ha colto tra i primi questo fenomeno, l’ha chiamato in senso positivo « meticciato » , cioè una continua mescolanza e possibilmente integrazione tra popoli di origini diverse che incontrandosi e integrandosi daranno luogo a una sorta di nuova razza diffusa in vari continenti, perché si tratta d’un fenomeno di massa che secondo gli esperti durerà a dir poco un secolo. _________________________________________________________________________________________ Naturalmente il tema di Minniti è molto più localizzato: si tratta di gestire l’immigrazione che da alcune regioni africane punta verso l’Italia e, attraverso l’Italia, verso altri Paesi dell’Europa ancor più appetibili del nostro. Minniti ha avuto vari aspetti dell’immigrazione da studiare e vari obiettivi concreti da realizzare. _________________________________________________________________________________________ Cerchiamo di esaminarli uno per uno. C’è innanzitutto quello dei campi di detenzione che sono stati aperti in Italia e sulla costa libica. Quelli italiani, secondo il piano Minniti, dovrebbero al più presto essere chiusi perché non c’è ragione che gli immigrati in Italia restino a lungo in campi assai male amministrati. Se si tratta di rifugiati da accogliere, allora vanno inseriti in singoli Comuni dopo le necessarie trattative con le autorità locali, e lì possono avere un futuro lavorativo e familiare. Diversamente vanno rimpatriati. Ma dove e come? _________________________________________________________________________________________ Sulla costa libica di campi di concentramento ce ne sono molti e finora anch’essi malamente amministrati. Minniti ha cominciato proprio lì il suo lavoro, d’accordo con le varie autorità libiche, quella di Tripoli, di Tobruk e di Bengasi. I campi sono stati già in buona parte presi sotto il diretto controllo italiano con l’assistenza anche di un reparto di polizia militare che ha l’unico compito di sorvegliare che l’amministrazione sia effettuata secondo le norme civili stabilite. Purtroppo questi campi sono indispensabili perché la fuga dai Paesi d’origine di molte famiglie o singoli individui è continua e, se abbandonata al gruppo di chi ci specula, essa tende ad aumentare di numero. Bisogna dunque operare in due modi: bonificare i campi costruiti e cercare di arrestare la fuga dai Paesi d’origine. _________________________________________________________________________________________ Questo sarebbe ed è già il punto decisivo della politica minnitiana: i fuggitivi dai Paesi d’origine, sempre che non abbiano commesso reati e siano fuggiti per evitare le sanzioni conseguenti, sono il frutto di una speculazione in grande stile di vari gruppi scellerati, i quali, facendosi lautamente pagare in euro o in dollari e non certo nella moneta locale, li prendono sotto custodia, li guidano lungo il deserto fino a raggiungere la costa o cirenaica o tripolina o addirittura egiziana venendo dal Sudan. Poi questi migranti vengono imbarcati sui gommoni e avviati soprattutto verso la costa o alcune isole italiane, che sono le più vicine. Talvolta, come sappiamo dalle cronache, sono abbandonati prima di sbarcare. Una volta in Italia, spesso tentano di proseguire verso la Germania, che è uno dei punti d’arrivo di queste organizzazioni para-mafiose. _________________________________________________________________________________________ Naturalmente i campi costieri che sono stati presi in amministrazione da Minniti (e cioè dal governo italiano) tendono ad arginare il flusso verso l’Italia e a creare un deflusso in direzione contraria, cioè verso i Paesi d’origine. Sono Paesi abbastanza fertili, molti dei quali si affacciano sull’Atlantico, e i loro governi centrali, spesso dittatoriali o comunque di una democrazia assai dubbia, sono in gran parte formati da tribù locali guidate da califfi. È una situazione para- feudale che alimenta guerre interne e l’ascesa di temporanee dittature. I califfi tuttavia e le relative tribù rappresentano la struttura di quei Paesi. In alcuni di loro, che sono poi l’origine del flusso di immigrati scaricati sulle coste italiane, hanno preso contatto con Minniti e sono addirittura venuti al Viminale. _________________________________________________________________________________________ Alla base dell’accordo c’è l’investimento di capitali italiani ed europei, con il lancio di produzioni industriali che i Paesi d’origine chiedono e dove sarebbe impiegata una manodopera in buona parte formata dai quei fuggitivi riportati in patria, con un impiego lavorativo già concordato e anche lì con piccoli contingenti militari a difesa di impianti e di chi ci lavora. Insomma, una strategia di industrializzazione di alcuni settori africani che avrebbe il compito di invertire la direzione: non fuga verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia, ma afflusso di capitali e anche di italiani e di europei destinati a far funzionare l’industrializzazione delle regioni africane. Nel frattempo, e questa è un’altra iniziativa di Minniti ma anche di comunità cristiane del tipo di Sant’Egidio, sono stati aperti alcuni cosiddetti corridoi di comunicazione da Ovest verso Est per trovare altri sbocchi e altre attività. _________________________________________________________________________________________ Questo è stato il lavoro di Minniti. Poi al suo posto e al posto del governo Gentiloni è subentrata la nuova coalizione e in particolare il ministro dell’Interno di oggi, Matteo Salvini, il quale sull’immigrazione ha un concetto esattamente opposto a quello di Minniti. Inutile aggiungere, perché è un fatto notorio, che Salvini vuole chiudere il tema dell’immigrazione così come vuole chiudere i porti e vuole semmai cacciare tutti i rifugiati: che se ne tornino a casa e lì restino. _________________________________________________________________________________________ La mia opinione è che una personalità con la competenza di Minniti in questo settore dovrebbe essere utilizzata dall’Europa, le cui autorità dovrebbero affidargli appunto la soluzione in chiave europea della politica dei migranti. Sarebbe una soluzione molto positiva dal punto di vista europeo e anche italiano per tutti quelli che giudicano il governo Salvini- Di Maio come una delle soluzioni peggiori che il nostro Paese abbia mai votato. Se molti italiani cambieranno idea col passare del tempo, questa, sì, sarebbe una fortuna, ma per averla bisogna combattere dalla parte giusta. Oso augurarmi che questo avvenga presto. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 17 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ Dello storico incontro di Singapore, niente rimanda al campo capitalista o a quello comunista o a memorie e identità novecentesche; come per avvisarci che, di qui in poi, dovremo arrangiarci a capire tutto daccapo. Per il momento incassiamo una pace contratta con modi da bulli e paurosa pochezza verbale. In passato persone più eleganti e di buone letture scatenarono carneficine. Dunque, occhio ai pregiudizi. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 - L'amaca [Yalta o Guerre Stellari???] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 13 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Non so se sia un’osservazione marginale, ma nelle storiche foto dello storico incontro di Singapore a stringersi la mano sono due storici freaks. Due tipi umani, diciamo così, non molto regolamentari. Uno è la caricatura dell’americano grosso e zotico, con enormi cravatte rosse che gli penzolano sulla patta dei pantaloni, capelli cotonati color carota, modi volgari e un vocabolario di poche decine di parole, quante ne bastano per twittare. L’altro è una specie di cartoon sferico ed enigmatico, capo di un Paese militarizzato in ogni suo minimo dettaglio, sul quale circolano le voci più efferate e i sospetti più crudeli. _________________________________________________________________________________________ Ben più che a Yalta l’immagine dei due fa pensare a Guerre Stellari, a un’umanità mutante e comunque post-moderna, mai più riconducibile all’estetica borghese e proletaria che segnò il Novecento. Non Roosevelt non Churchill ma neppure Stalin, tantomeno Krusciov la cui moglie pareva il monumento vivente alla massaia rurale, mentre le femmine che circondano Kim paiono esteticamente molto evolute e quasi vistose, più da rapper che da dittatore comunista. _________________________________________________________________________________________ Niente rimanda, in entrambi i campi, quello capitalista e quello comunista, a memorie e identità novecentesche, come per avvisarci che, di qui in poi, dovremo arrangiarci a capire tutto daccapo. Per il momento incassiamo una pace contratta con modi da bulli e paurosa pochezza verbale. In passato persone più eleganti e di buone letture scatenarono carneficine. Dunque, occhio ai pregiudizi. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 17 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ Bisogna ricominciare a studiare. Sperando che capire meglio le cose, e dirle meglio, prima o poi torni a essere un titolo di merito. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L'amaca [Razzisti o classisti ?] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 16 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Non è razzista, è classista la molla profonda che spinge molti europei a detestare i migranti. È il terrore piccoloborghese nei confronti chi sta sotto e spinge per emergere, i senza voce, i senza reddito: la moltitudine dei soli, veri ultimi del mondo, depredati dalla storia e, scusate la rozza sintesi, dall'uomo bianco. È il succo di una lunga, profonda intervista di Christian Dalenz a Giobbe Covatta (da anni attivo nella cooperazione con l'Africa) sull'Espresso. _________________________________________________________________________________________ Se questa analisi è giusta, lo scontro politico in atto andrebbe riveduto e corretto. Non è degli "ultimi abbandonati dalla sinistra" (ritornello incessante) che il populismo e il sovranismo prendono le difese. È dei ceti medi spaventati e impoveriti (i penultimi, dunque) e della loro paura degli ultimi. La paura è un sentimento mai ammirevole ma sempre rispettabile, e hanno fatto molto male le sinistre europee di ogni ordine e grado a ignorarla. _________________________________________________________________________________________ Ma il loro evidente complesso di inferiorità rispetto all'evidente egemonia culturale delle destre, che parlano e urlano "nel nome del popolo", andrebbe vigorosamente curato. La rappresentanza politica delle destre non è "popolare", è piccolo borghese per cultura e per visione sociale. E questo cambia molte cose, a partire dalla ridefinizione degli interessi in campo e da quella che una volta si chiamava analisi di classe. _________________________________________________________________________________________ Sì, bisogna ricominciare a studiare. Sperando che capire meglio le cose, e dirle meglio, prima o poi torni a essere un titolo di merito. _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 25 del 17 giugno 2018
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§1 - Svegliamoci e salviamo il Paese dai razzismi (di Eugenio Scalfari) §2 – L’Amaca [Che ci faccio io qui?] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 10 giugno 2018


Anno XI N° 24 del 10 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 10 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ L'obiettivo è tornare ad avere una democrazia moderna e rivolta al bene del popolo. Ora è necessario tornare in campo per riconquistare i diritti civili, sociali e politici. Il momento del confronto è arrivato, non bisogna farselo sfuggire. _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Svegliamoci e salviamo il Paese dai razzismi _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 10 giugno 2018) Sulla carta la maggioranza politica che sostiene il governo Conte è molto forte proprio perché non è omogenea, a parte il cosiddetto contratto e a parte la curiosa circostanza che il premier non fa parte del Parlamento. Quella del resto non è una novità: neanche Renzi faceva parte del Parlamento, eppure era capo del governo e segretario del suo partito. _________________________________________________________________________________________ L'attuale e disomogenea maggioranza è formata dalla Lega di Salvini e dai Cinque Stelle di Di Maio. La somma arriva attorno al 50 per cento del corpo elettorale che è andato alle urne. Ci sono, poi, Forza Italia col 14 per cento e Fratelli d'Italia con il 4 per cento. Nel centrosinistra il residuo è formato dal 19 per cento del Partito democratico e da un 5 per cento di vari rimasugli raggruppati: i radicali della Bonino, Liberi e Uguali di Grasso, Bersani e D'Alema. Più altre frattaglie pressoché invisibili. Che cosa tiene insieme quel circa 50 per cento della maggioranza? Un solo ma fondamentale elemento: il potere. _________________________________________________________________________________________ Elemento basilare per tutto il genere vivente, dagli alberi ai fiori, ai cani, ai cavalli, ai leoni, alle tigri, ai cervi, alle aquile, ai passeri, ai pesci, agli squali, alle farfalle, alle formiche e via dicendo. Il potere anima tutte le specie viventi, che per esistere e riprodursi hanno bisogno di acqua, di aria, di cibo, di riproduzione, sono prede e al tempo stesso predatori. Ma la nostra specie si distingue da tutte le altre per un solo ma fondamentale elemento che si chiama Io. _________________________________________________________________________________________ L'Io è la consapevolezza di esistere e di dover morire ed è anche la coscienza del sé, la facoltà di auto-giudicarsi mentre si vive e si opera. Di solito l'auto-giudizio è positivo perché l'Io ama se stesso più d'ogni altra cosa e persona; ma, sia pure assai di rado, l'auto-giudizio è negativo. Se fosse sempre negativo dimostrerebbe una mente vacillante oppure orgogliosa di sé per il coraggio di darsi torto. Insomma, tra gli animali di cui facciamo parte siamo il più complicato di tutti. _________________________________________________________________________________________ Torniamo ai fatti nostri, di natura politica. Se esaminassimo la diversa storia, i diversi obiettivi, la diversa natura dei programmi, del carattere dei leader, degli interessi pubblici e privati dei loro seguaci, vedremmo rilevanti diversità, capaci di metterli gli uni contro gli altri. Potrà anche accadere in futuro, ma non certo in questa fase dove la necessità di usare il potere predomina su tutte le altre. Questo, almeno per ora, non solo li unisce ma fa concepire scenari di tale importanza da attrarre i loro seguaci e abbattere tutti i loro avversari. _________________________________________________________________________________________ Lo scenario che circola in questi giorni è fantasmagorico: l'ipotesi di base è che l'attuale governo e l'attuale maggioranza durino quattro anni, cioè fino al 2022. In quell'anno scade il mandato dell'attuale presidente della Repubblica e il Parlamento deve eleggerne uno nuovo. Se l'attuale maggioranza è ancora in piedi, sarà lei a votare il nuovo capo dello Stato. Per sette anni di mandato. La scelta non sarebbe facile proprio perché l'attuale maggioranza è, come abbiamo già detto, disomogenea. Ma la scelta d'una personalità malleabile, buona per tutti gli usi e magari con poteri alquanto diminuiti da un'opportuna riforma costituzionale, spianerebbe la via. A quel punto l'attuale maggioranza diventerebbe un regime. _________________________________________________________________________________________ Vi ricordate il Re Vittorio Emanuele III di Savoia? A partire dal 1936, dopo le nuove conquiste effettuate, Mussolini gli aveva attribuito la carica di Re d'Italia e d'Albania e Imperatore d'Etiopia. Lui era rimasto Duce. E nel linguaggio dell'antica Roma, Duce era il massimo: il potere concentrato nelle sue mani, non in quelle del Re, qualunque fosse la sua denominazione. _________________________________________________________________________________________ È poi vero che nel 1943 il Duce si ritrovò con i suoi gerarchi contro: il Re lo considerò dimissionario e lo fece imprigionare; ma queste vicende furono determinate dalla guerra perduta proprio in quei giorni, con gli eserciti nemici che stavano conquistando l'Italia. _________________________________________________________________________________________ Torniamo ai nostri. Se il loro governo durerà quattro anni, eleggeranno il nuovo presidente della Repubblica e per altri sette anni avranno in mano anche il Quirinale. È possibile che eventi del genere si siano impadroniti della loro fantasia? E quale sarebbero le conseguenze per il nostro Paese? _________________________________________________________________________________________ Il nostro, quali che siano le opinioni e i programmi dei partiti e dei cittadini elettori, è un Paese europeo e quindi occidentale perché l'Europa fa parte dell'Occidente, anzi ha contribuito a fondarlo, come pure l'America del Nord, del Centro e del Sud. Ma ciò che si sta sfaldando è proprio l'America. Da quando - ormai da un anno - Donald Trump è alla testa degli Usa la politica americana è profondamente cambiata. Trump sta affrontando con coraggio politico una sorta d'amicizia con la Russia e anche con la Cina e la Corea del Nord. _________________________________________________________________________________________ L'Europa nella politica americana è una sorta di scatola dentro la quale c'è qualche biscotto che si può mangiare con piacere ma non di più. In una società globale contano gli Imperi e quindi gli Usa, la Russia e la Cina. L'Europa non è un Impero, ma un miscuglio senza guida. Semmai, in Asia bisogna tener d'occhio la Malesia, la Birmania e il Giappone. Ma siamo ai giocattoli. I veri Imperi sono quei tre: Usa, Russia, Cina. Il futuro è lì, nelle loro armate, nella loro tecnologia, nella loro ricchezza. Quanto alla popolazione, però, la differenza è notevole: gli Usa hanno pochi abitanti rispetto a Cina e Russia. Ma questo non preoccupa Trump, non è il numero demografico che conta ma la potenza e la ricchezza. E queste l'America le ha, come e più degli altri. Questo è ciò che veramente conta o almeno Trump la pensa così e forse vede giusto. _________________________________________________________________________________________ Anche l'Europa, se lo volesse, sarebbe un Impero. Avrebbe addirittura tutte le carte per essere il primo, non per numero della popolazione ma per potenza, ricchezza e, aggiungo, per cultura e per storia. Le Americhe del Nord e del Sud sono storicamente appendici dell'Europa ed è stato così dal Cinquecento all'Ottocento. Per tre secoli le Americhe sono state inglesi, spagnole, francesi, irlandesi e anche italiane. Insomma europee. Ma l'Europa non è mai stata unita: sempre divisa, sempre dilaniata da guerre di potere, di classe, di religione. L'Europa ha avuto degli Imperi: quello spagnolo, quello inglese e perfino quello portoghese. E dove erano questi Imperi? Nella più gran parte erano costituiti dall'America. Ma erano Imperi di singole nazioni europee, non dell'Europa in quanto tale. L'Europa in quanto tale c'è stata soltanto nell'antica Roma e in particolare nell'epoca dei cosiddetti "Antonini" da Traiano a Marco Aurelio. _________________________________________________________________________________________ Quella fu l'Europa della potenza e anche dei diritti civili, della lingua dominante, della cultura. Aveva come centro geografico e politico il Mediterraneo in tutta la sua estensione che aveva Roma come punto geograficamente, politicamente e culturalmente centrale. _________________________________________________________________________________________ Queste vicende bisognerebbe ricordarle ed operare di conseguenza, ma non mi pare che sia così e che l'Europa si muova in questa direzione. E non parliamo dell'Italia di Salvini e di Di Maio: razzisti e populisti. _________________________________________________________________________________________ Mussolini fu anche lui razzista e populista. I nostri attuali governanti parleranno mai dal balcone di Palazzo Venezia? Di Maio certo no; Salvini, forse, una tentazione l'avrebbe, l'Europa democratica non fa per lui. Però adesso c'è anche Conte. Se fosse coraggioso, Conte sarebbe un'edizione del tutto diversa dai suoi due padroni. Questa, sì, sarebbe una vera novità, ma gli elettori sarebbero disposti a cambiare cavallo? _________________________________________________________________________________________ Quelli che la pensano come noi il cavallo lo vorrebbero di tutt'altra natura. Nel Partito democratico ne esistono in abbondanza ma da tempo non corrono più. Ora sarebbe venuto il momento: per l'Italia e per l'Europa. Bisogna riprendere la battaglia e combattere per salvare il Paese e il Continente del quale facciamo parte. Salvarli dal razzismo e dal populismo con l'obiettivo di tornare ad avere una democrazia moderna e rivolta al bene del popolo. Svegliatevi dal sonno e tornate in campo per riconquistare i diritti civili, sociali e politici. Il momento del confronto è arrivato, non ve lo fate sfuggire. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 10 giugno 2018 _________________________________________________________________________________________ [Conte] incarna perfettamente il mistero (inquietante, ma anche affascinante) dell'avventura grillina: catapultare al potere chiunque, e per qualunque ragione o pretesto o autoinganno, come se chiunque potesse davvero essere in grado di esercitarlo, il potere. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 – L’Amaca [Che ci faccio io qui?] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 10 giugno 2018) _________________________________________________________________________________________ Deve avere una psiche d'acciaio, questo Giuseppe Conte, per reggere una parte così importante, e così improvvisa, con apparente tranquillità. Oppure, al contrario, una psiche gassosa, che si lascia attraversare dagli eventi senza opporre resistenza. Incarna perfettamente il mistero (inquietante, ma anche affascinante) dell'avventura grillina: catapultare al potere chiunque, e per qualunque ragione o pretesto o autoinganno, come se chiunque potesse davvero essere in grado di esercitarlo, il potere. _________________________________________________________________________________________ Chi non fa parte di quella partita può solamente immaginare il groviglio di pensieri e di pulsioni che l'ha generata: da un coraggioso "ce la posso fare anche io" a un delirante "il mondo è sempre stato governato da cretini, ora per fortuna arrivo io". Da un servizievole "c'è bisogno di me", a un ridicolo "finalmente si sono accorti che solo io posso sistemare le cose". _________________________________________________________________________________________ Nessuno, dall'esterno, è in grado di capire se la vera anima di questo sommovimento sia il fondamentalismo democratico (uno vale uno al punto che chiunque può fare il premier) o un vaniloquente sbocco di spocchia che si sprigiona da teste mediocri come rimedio all'anonimato. Nessuno può dirlo, nessuno può saperlo, la sola speranza è che almeno loro, in un accesso di introspezione, se lo chiedano. Ovvero che Conte, strette le mani dei potenti della Terra, nel buio del suo letto d'albergo, a occhi spalancati, si domandi sul serio: che ci faccio io qui? _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 24 del 10 giugno 2018
continua
§1 - Quell’asse pericoloso tra populisti e antieuropei (di Eugenio Scalfari) §2 - L'Amaca [E le donne?] (di Michele Serra) §3 - L'Amaca [La frittata è fatta. Buon appetito (Altan)] (di Michele Serra )
post pubblicato in diario, il 3 giugno 2018


Anno XI N° 23 del 03 giugno 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 03 giugno 2018 ________________________________________________________________________________________ Renzi il talento ce l'ha ma finora lo ha usato per trarne beneficio come fanno i capi del populismo. Ma il Pd è e deve essere assolutamente il contrario del populismo e quindi mi auguro che Renzi capisca finalmente, dopo quattro anni, che cos'è il luogo politico dove ha passato questo lungo periodo della sua vita. ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - Quell’asse pericoloso tra populisti e antieuropei ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 03 giugno 2018) ________________________________________________________________________________________ Tutto il mondo è sottosopra, non solo l'Italia ma anche l'Europa, l'America del Nord, il Messico, il Venezuela, parte dell'Africa da Est a Ovest. I Paesi meno sconvolti sono quelli che hanno dimensioni continentali e quindi sono più in linea con la società globale: la Russia dello zar Putin, la Cina di Xi Jinping. ________________________________________________________________________________________ Ci si può e ci si deve domandare il perché d'un simile sconvolgimento e anche delle sue poche ma estremamente importanti eccezioni. Non pretendo certo io di fornire la chiave di questo fenomeno, ma posso tuttavia porre qualche domanda e dare qualche risposta, dettata dall'esperienza che si avvicina a un secolo di intensa vita vissuta nel senso della curiosità per quanto accadeva intorno e dal bisogno di spiegarla a me stesso e a chi si è interessato a questi problemi. La prima domanda è questa: perché è nata la società globale e che cos'è realmente? ________________________________________________________________________________________ La seconda riguarda la sua origine tecnologica, i cui progressi non accennano ad arrestarsi. Ci siamo più volte posti la domanda se siano gli uomini a usare la tecnologia o viceversa la tecnologia a usare gli uomini. Queste due domande - come sempre accade quando si affronta un tema di grande importanza - non sono alternative ma entrambe riflettono la realtà: tecnologia e interventi di governo modificano, prevedono il futuro insieme in modo che prosegua quanto già realizzato. Il fenomeno di base della tecnologia e della nostra influenza su di essa deve essere anche difeso da quello che si chiama populismo. ________________________________________________________________________________________ Dobbiamo curarci, insieme alla globalità di gran parte del mondo, dei giovani dei popoli più poveri disposti ad abbandonare i luoghi dove sono nati e dove non sono riusciti a sottrarsi alla fame, alla schiavitù, alle malattie, non avendo avuto alcun aiuto e alcuna difesa. Quei popoli che vogliono sottrarsi a una condizione disumana e sono attratti da luoghi dove le condizioni di vita sono migliori, e dove vogliono trasferirsi in maniera permanente, accettando però la cultura dei Paesi che li accolgono. ________________________________________________________________________________________ Questa situazione non è soltanto di oggi. Era così pesante da indurre cinquecento anni fa Rabelais a descrivere le strade semoventi. In un suo celebre romanzo racconta appunto che le strade camminavano da sole e chi voleva andare in un luogo diverso da dove si trovava, saliva su una delle strade che portavano da quelle parti e senza mai fare lui un passo, era la strada a portarcelo. Qualche cosa di simile dovrebbe accadere ora per chi accetta l'arrivo dei profughi, che dovrebbero accettare a loro volta la situazione che trovano nel Paese dove approdano e dove vorrebbero acclimatarsi al più presto. ________________________________________________________________________________________ Qualche cosa di simile ha tentato il governo Gentiloni e in particolare il ministro Minniti che di fatto, se riduciamo le cose a un'immagine, ha tentato ed è parzialmente riuscito a creare delle strade che da sole portavano i profughi in luoghi sicuri e di maggiore accoglienza. ________________________________________________________________________________________ Del resto qualche cosa di simile, in ben altre gigantesche proporzioni, lo fece a suo tempo l'Impero romano. Prima conquistava i luoghi dove la strategia politica e militare conduceva le legioni, ma poi cercava e riusciva a eguagliarne il tenore di vita a quello romano e a estendere i diritti civili di Roma a tutti i popoli che accettavano il dominio dell'Impero romano. Ricordo ancora la celebre canzone che quando ero giovane e studente cantavamo ogni sabato. "Sole che sorgi libero e giocondo / sui nostri colli i tuoi cavalli doma / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma". Noi coltivavamo l'idea dell'Impero ma lo facevamo in modo sbagliato, per facilitare la brama ad emergere del fascismo mussoliniano. ________________________________________________________________________________________ La realtà storica però è quella e l'Impero di Roma fu per molti anni un centro che espandeva civiltà, cultura, diritti ai popoli che vi appartenevano. Ora il populismo è diventato tutt'altra cosa ed è questo che bisognerà attentamente esaminare. ________________________________________________________________________________________ Il populismo di oggi è un fenomeno che è stato molto diffuso nel tempo con caratteristiche quasi sempre identiche: il popolo (o la plebe che dir si voglia) si ribellava contro le classi dirigenti che sfruttavano in vari modi la sua miseria e la cavalcavano per trarne il massimo vantaggio. Così nasceva il populismo, cioè la rivolta della plebe angariata contro i padroni che si comportavano in quel modo. La cosa era talmente diffusa che nell'antica Roma, di cui abbiamo già fatto cenno, la plebe aveva un tribuno che la difendeva ed era il solo tribuno sacro perché aveva quel compito e non altre mansioni amministrative e militari come di solito i tribuni ricoprivano. Tribuni della plebe furono i Gracchi che ci rimisero la vita per battersi nell'adempimento del loro compito. ________________________________________________________________________________________ Oggi non c'è più plebe e tantomeno tribuni che la difendono e il populismo è il desiderio del popolo di abolire ogni tipo di classe dirigente della quale teme le vessazioni, per sgombrare il terreno sociale e politico da tutto ciò che esiste ed occuparlo. Naturalmente hanno un capo che gli serve per tenerli uniti e guidarli sulla strada prescelta. Altro - almeno in teoria - quel capo non dovrebbe fare. Sarà poi il popolo riunito nelle sue grandi assemblee a decidere come procedere. Naturalmente questo capo utilizza il potere di essere uno senza altra concorrenza. Naturalmente li guida verso i luoghi dove loro vogliono andare ma, guidandoli, finisce con il portarli dove vuole andare lui e che sono luoghi più adatti al potere del populismo. ________________________________________________________________________________________ Non è che tradisce il suo dovere populista, ma lo assolve assumendo una carica simile a quella di un dittatore. I dittatori sono accettabili se lavorano per il bene altrui e non per il proprio, nella storia è sempre stata questa la motivazione ed è sempre stata regolarmente tradita. Così sono sempre nate le dittature, da quella di Cesare e di Ottaviano Augusto a quella di Mussolini e scusatemi il paragone ma era sempre Roma che li ispirava. ________________________________________________________________________________________ Da oggi abbiamo il governo Conte. È una trovata da non disprezzare: Di Maio e Salvini volevano entrambi guidare il governo che nasceva dalla loro alleanza e dal famoso "contratto" che avevano compilato insieme circa le misure economiche e sociali da prendere non appena conquistato il potere. ________________________________________________________________________________________ L'accordo era completo salvo su quel punto che è peraltro fondamentale: chi dei due avrebbe guidato un governo con i colori del centrodestra ma con contenuti alquanto diversi da questa dizione. Per superare questa dicotomia che rendeva impossibile la formazione del governo hanno pensato a una soluzione molto furba anche se di scadente qualità: hanno scelto una terza persona, di buon livello professionale (professore universitario di Diritto) ma di totale insipienza politica. Un docente tuttavia che era attratto dalla politica, ne nutriva una passione teorica che, con l'offerta ricevuta, si sarebbe attuata. Perciò ha accettato senz'altro e dopo lunghe traversie che sono durate una decina di giorni a causa del problema del ministro Savona destinato all'Economia. Poi, il nodo Savona è stato anch'esso sciolto e l'invito a corte è ridiventato attuale e immediatamente accettato dal beneficiario. Ma anche dal presidente della Repubblica Mattarella. ________________________________________________________________________________________ Questa accettazione di Mattarella merita un'interpretazione e una rappresentazione. L'interpretazione è che in un Paese dove Di Maio e Salvini mettendo insieme i voti ottenuti alle elezioni del 4 marzo superano il 50% (a giudicare dai sondaggi oggi arriverebbero vicino al 60%), era inevitabile che a loro venisse affidato il compito di formare un governo. ________________________________________________________________________________________ Questo è il motivo per il quale il presidente della Repubblica ha accettato la formazione di questo esecutivo, sperando naturalmente che i ministri scelti e le competenze a ciascuno di loro attribuite corrispondessero a quanto necessario per un governo efficiente. Così sembra sia stato: i nomi dei ministri prescelti e i ministeri ad essi affidati sembrano accettabili. Forse buoni. Forse eccellenti. Purtroppo però i vicepresidenti del consiglio Di Maio e Salvini rappresentano (mi verrebbe da dire quanto di peggio) un governo molto al di fuori delle necessità italiane ed europee. ________________________________________________________________________________________ L'Italia sta discretamente bene dal punto di vista economico poiché, insieme a tutto il resto dell'Occidente, ha superato la tempesta economica scatenatasi nel 2007 in America e poi trasmigrata in Europa con una violenza che gli esperti giudicano maggiore di quella che scatenò la crisi del 1929. ________________________________________________________________________________________ Una volta superato il peggio l'economia italiana, sia pure con maggiore lentezza rispetto ad altre nazioni dell'Unione europea, sta procedendo verso il meglio sia per quanto riguarda l'occupazione (sia pure in parte precaria) sia per quanto riguarda la domanda di consumi. Che cos'è dunque che non ci soddisfa di questo governo? ________________________________________________________________________________________ Per quanto riguarda i Cinque Stelle è evidente che Di Maio guida un movimento populista. Che i populisti arrivino a un governo di un Paese come il nostro non è un fenomeno da accogliere col battimano per le ragioni che abbiamo già illustrato. ________________________________________________________________________________________ Salvini non è populista ma è peggio: è un antieuropeo. Non ama l'euro, vorrebbe uscirne per raggiungere i Paesi di Visegrád. Se poi fosse addirittura possibile vorrebbe anche uscire dall'Unione. Naturalmente la sua politica contro gli immigrati di qualunque specie è ben nota. Quindi Europa chiusa all'immigrazione ma se questo non è possibile (e non credo che lo sarà) allora è meglio che dall'Europa usciamo noi. Questo è Salvini, per fortuna in parte limitato da Di Maio e con Conte che rappresenta tutti e due, recitando ogni sera (cosi penso che faccia) la preghiera alla Madre di Dio affinché gli tenga la mano in testa. ________________________________________________________________________________________ Adesso vorrei terminare parlando della sinistra, ciò che deve fare in Italia e ciò che deve fare in Europa. Ma non lo farò. L'ha già fatto pochi giorni fa su questo giornale Walter Veltroni che ha detto tutto il dicibile in materia e che io spero vivamente abbia un'influenza determinante sul Partito democratico che sarà nei prossimi mesi, mi auguro, guidato da Paolo Gentiloni insieme a Minniti, a Calenda, a Delrio, a Franceschini, e con l'ispirazione di Romano Prodi. Lo stato maggiore c'è. Ne dovrebbe far parte anche Renzi se smettesse di voler comandare da solo. Dopo parecchi anni nei quali ha beneficiato ma infine scontato questo suo malanno inesauribile, dovrebbe trarne finalmente le esperienze ed entrare nello stato maggiore accettando di esserne uno dei membri e non il solo e neppure il principale. Se lo farà sarà un bene per lui e anche per il partito perché Renzi il talento ce l'ha ma finora lo ha usato per trarne beneficio. ________________________________________________________________________________________ Così fanno i capi del populismo, ma il Pd è e deve essere assolutamente il contrario del populismo e quindi mi auguro che Renzi capisca finalmente, dopo quattro anni, che cos'è il luogo politico dove ha passato questo lungo periodo della sua vita. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 03 giugno 2018 ________________________________________________________________________________________ Colpisce notare che la scena politica, ridotta a un rissoso direttorio di soli maschi, abbia fatto sfoggio di una fragilità, di una volubilità senza precedenti. Magari una solida madre di famiglia, abituata a ben altro, avrebbe accorciato i tempi della crisi. ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §2 - L'Amaca [E le donne?] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 03 giugno 2018) ________________________________________________________________________________________ E le donne? Sapreste indicarne una (a parte Lilli Gruber...) che in questa crisi abbia avuto un ruolo da protagonista? Una che nella canea dei maschi alfa e beta sia riuscita a dire la sua, aprirsi un varco, calamitare per almeno tre minuti consecutivi un capannello di cronisti stornandolo dal leader di turno? Ecco un dato oggettivamente reazionario di questo passaggio politico. ________________________________________________________________________________________ Maschi dai modi bruschi, di conio leghista, o adolescenti tardoni, di conio grillino, che entrano ed escono dalle stanze dove si decide tutto, con quote rosa ridotte a un paio di puntini (Giulia Grillo, Giorgia Meloni) giusto perché si possa dire: beh, almeno due ce n'erano, in mezzo alla folla di barbe e di vocioni che tenevano banco. ________________________________________________________________________________________ Quanto al Pd, e alle varie zattere dove i dispersi della sinistra annaspano, ci si sforza di ricordare quando è stato che una femmina abbia non dico suggerito la rotta, ma almeno detto autorevolmente la sua. Decadute Boschi e Serracchiani, defunte oppure dedite al memorialismo le Grandi Vecchie (con rispetto parlando) del marxismo italiano, silenziosa Emma Bonino, sfinita Rosy Bindi dall'inane compito di fare l'antimafia, colpisce notare che la scena politica, ridotta a un rissoso direttorio di soli maschi, abbia fatto sfoggio di una fragilità, di una volubilità senza precedenti. Magari una solida madre di famiglia, abituata a ben altro, avrebbe accorciato i tempi della crisi. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 03 giugno 2018 ________________________________________________________________________________________ Gli attuali quarantenni "liquidi", con il pretesto di farsi le ossa (e le poltrone) in era post-ideologica, sono disposti a leggere a rovescio, il giorno dopo, la frase pronunciata il giorno prima. Ma allora, scusate, ridateci Forlani, che almeno, per conservare il potere, non diceva niente. ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §3 - L'Amaca [La frittata è fatta. Buon appetito (Altan)] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 31 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Circola in rete una mole impressionante di parole di ieri letteralmente capovolte rispetto alle parole di oggi. Grillo e Salvini che si insolentivano come leader e come persone, grillini che disprezzavano la Lega e leghisti che cazziavano i grillini, Savona che preconizzava un disastro alla greca se Lega o 5S fossero andati al governo, Salvini (attuale senatore di Rosarno, Calabria) che derideva i terroni, il tricolore ieri da mettere al cesso e oggi da sventolare nel nome del "governo del popolo". ________________________________________________________________________________________ La coerenza non è mai stata qualità tipica della politica, ma se non il pudore era l'appartenenza ideologica a suggerire una ratio anche minima, quanto basta per non oltrepassare il limite. Un comunista di trent'anni fa non avrebbe mai inneggiato alla Borsa o alla Cia, un liberale aveva ben chiara la sua ostilità allo statalismo, un fascista detestava la Costituzione repubblicana e antifascista. Si era forse più rigidi, perfino più ottusi, ma decisamente meno esposti al sospetto di poter dire oggi l'esatto contrario di quanto si era detto ieri per esclusive ragioni di potere e di carriera. Gli attuali quarantenni "liquidi", con il pretesto di farsi le ossa (e le poltrone) in era post-ideologica, sono disposti a leggere a rovescio, il giorno dopo, la frase pronunciata il giorno prima. Ma allora, scusate, ridateci Forlani, che almeno, per conservare il potere, non diceva niente. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 23 del 03 giugno 2018
continua
§1 - La sfida ai poteri del presidente e il ruolo della sinistra (di Eugenio Scalfari) §2 - Conte premier, la finzione del nuovo (di Mario Calabresi) §3 - Governo, i giorni dell’arroganza (di Claudio Tito)
post pubblicato in diario, il 27 maggio 2018


Anno XI N° 22 del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Il capo dello Stato sa benissimo quali sono le sue prerogative. L’esempio più chiaro fu quello di molti anni fa, quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - La sfida ai poteri del presidente e il ruolo della sinistra ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 27 maggio 2018) Il presidente Sergio Mattarella qualche giorno fa accettò la proposta fattagli dai capi della coalizione maggioritaria in Parlamento, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di incaricare un certo Giuseppe Conte di studiare i punti essenziali della nostra struttura politica, preparare un governo composto da persone rappresentative e competenti nelle singole materie per riferire tutto al capo dello Stato. A lui, Mattarella, il compito di esaminare le proposte di Conte, tutte o soltanto alcune, modificarne altre e alla fine dare il via all'incaricato di formare il governo da lui, Conte, presieduto e da Mattarella debitamente accettato. ________________________________________________________________________________________ Il successivo passaggio costituzionale prevede che il nuovo governo, già in carica dopo il giuramento dei singoli ministri, deve presentarsi alle Camere ed ottenerne la fiducia. Se non la ottenesse decadrebbe, restando in carica per l'ordinaria amministrazione, in attesa che un altro governo sia formato con un altro incaricato su proposta della maggioranza o per scelta diretta del presidente della Repubblica. Questo è il quadro in caso di alternanza ma è già stato superato, salvo un punto forse non superabile: la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia, proposta da Conte ma respinta da Mattarella. Questo rifiuto era probabilmente previsto; comunque è stato immediatamente respinto sia da Di Maio che, soprattutto, da Salvini. ________________________________________________________________________________________ Il leader della Lega ha dichiarato pubblicamente, qualora Mattarella non cambi ed accetti la candidatura di Savona al ministero suddetto, di mettere in crisi la legislatura chiedendo un nuovo e immediato voto dopo quello del 4 marzo. La situazione è a questo punto ed è di estrema pericolosità. Mattarella ovviamente sapeva che il suo "no" a Savona avrebbe determinato questo sconquasso. Allora perché ha accettato il nome di Conte, esecutore "ingenuo" della politica di Salvini e Di Maio? ________________________________________________________________________________________ Il nostro Presidente sa benissimo quali sono i suoi poteri. L'esempio più chiaro fu quello di molti anni fa quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza neppure avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti. Un esempio che lo stesso Mattarella ha più volte ricordato ed è importante perché ribadisce quanto la Costituzione già prevede e cioè che il presidente della Repubblica è in grado di fare un governo avvertendo il Parlamento successivamente e, qualora il voto fosse contrario, non per questo il Presidente sarebbe costretto ad abolire il governo da lui stesso insediato ma lo conserverebbe con la dizione puramente formale di affidargli soltanto l'ordinaria amministrazione: dizione mai spiegata nei suoi contenuti e che è quella in forza della quale l'attuale governo Gentiloni è ancora in carica in attesa d'esser sostituito da un governo privo di limitazioni. ________________________________________________________________________________________ Limitazioni non definite dalla frase "ordinaria amministrazione" che quindi può protrarre senza limite di tempo un governo di questo genere, salvo che ottenga la sfiducia delle Camere non su un singolo intervento ma sul governo in quanto tale. Questa è poi la ragione che ha indotto Mattarella ad accettare un nuovo interlocutore indicatogli dalla maggioranza attuale, ma non gli ha impedito di dire il suo "no" irrevocabile all'attribuzione del ministero dell'Economia a Paolo Savona. ________________________________________________________________________________________ Questa è la situazione. Vedremo ora se Conte riuscirà a convincere Mattarella a rivedere la sua preclusione per Savona o i suoi sostenitori Di Maio e Salvini a rinunciare all'opposizione contro Mattarella. In realtà, da quanto possiamo dire per conoscenza di situazioni di questo genere, il povero Conte non otterrà né l'una né l'altra cosa. Savona non avrà l'Economia, la maggioranza cercherà un'alternativa o provocherà la fine della legislatura e il nuovo voto elettorale; quanto a Conte se ne tornerà a casa e riprenderà la sua professione di docente di Diritto privato all'Università di Firenze. E questa è la fine della storia, ma non è ancora chiusa. Si faranno veramente nuove elezioni? Salvini ne è convinto, le vuole a tutti i costi e comunque il suo partito dirà no a qualunque alternativa: vuole le urne e fino a che non le ha opporrà il suo veto a qualunque proposta di qualunque tipo. ________________________________________________________________________________________ Probabilmente Di Maio non si allineerà con lui; è probabile che ci sia una divisione tra 5 Stelle e leghisti. Quanto al nuovo presidente del Consiglio, questa volta sarà Mattarella a proporlo, come è costituzionalmente legittimo e più volte è avvenuto nella storia d'Italia dal '47 in poi. Mi viene in mente, visto quello che fin qui abbiamo visto, ciò che scrive Dante mentre sta visitando il Purgatorio: Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello! ________________________________________________________________________________________ Avremo un mutamento delle opinioni di Mattarella su Savona? Potrebbe spostarlo di ministero, ammesso che egli accetti e che serva a qualche cosa. Ma non credo che avverrà perché Salvini comunque non ci starà. Mattarella nominerà qualcuno che sia assai più adatto di Conte a formare un nuovo governo ma a questo punto bisognerebbe attendersi qualche mutamento politico da parte di Di Maio. Non sarebbe la prima volta; del resto i 5 Stelle sono sempre grillini, populisti ma guidati da un capo che è in grado di portarli per mano dovunque gli risulti più utile. Questa volta è meno possibile di altre ma in qualche modo ci proverà e vedremo in quale direzione e in che modo. I nomi adatti per un nuovo governo - sempre che non si vada veramente alle elezioni - sono numerosi ma il presidente Mattarella non ha certo bisogno di consigli in materia né spetta a chi fa il nostro mestiere darne. ________________________________________________________________________________________ A questo proposito vorrei tuttavia citare ciò che dice sull'alleanza Salvini-Di Maio il nostro amico e collaboratore Michele Ainis: "È un'alleanza che è molto simile ad una miscela che si potrebbe fare tra il ritmo e la melodia del jazz e il frastuono del rock. Inutile e inascoltabile". Perfetto. Adesso penso di riposarmi prima di riprendere a scrivere. Metterò un disco con Louis Armstrong che mi terrà compagnia prima di ricominciare il lavoro. ________________________________________________________________________________________ Dico la verità: con quanto sta accadendo nella politica italiana di questi giorni mi è venuta voglia di rileggere i romanzi di Philip Roth. I grandi romanzi ti aiutano a vivere con gioia e quelli di Roth sono tra i più belli. Naturalmente non i soli, da Manzoni a Victor Hugo, a Stendhal, a Proust, a Tolstoj, a Cechov. Ma forse è Rilke il più adatto ad aiutarti mescolando la leggerezza con la malinconia, l'amicizia con la solitudine, l'amore con l'invidia. I Quaderni di Malte Laurids Brigge sono uno dei più bei romanzi che probabilmente aprono lo stile della modernità. ________________________________________________________________________________________ Ma adesso dobbiamo tornare ad una realtà meno sognante e terribilmente più concreta. La possiamo intitolare "la sinistra italiana e l'Europa". È un tema che abbiamo già trattato in altre recenti occasioni ma siccome cambia di giorno in giorno è opportuno rimetterlo sotto la lente d'ingrandimento per aggiornarne l'esame. Tutta l'Europa, oltre all'Italia, è percorsa e tormentata da molti altri casi: la Spagna, la Grecia, l'Olanda, la Polonia, l'Ungheria, l'Austria. Insomma c'è crisi profonda, economica, sociale, politica e anche morale quasi dappertutto. Dell'Italia abbiamo già ampiamente parlato e quindi non è qui il caso di tornarci, ma il gruppo politico italiano che ha, o almeno così speriamo, la capacità e la forza d'un intervento europeo è la sinistra italiana che ha la sua sola incarnazione in quello che resta del Partito democratico. Su questo bisogna però intendersi. ________________________________________________________________________________________ Qual è la vera sinistra che sta nel Partito democratico? Quel partito dovrebbe essere in qualche modo ricostruito da personalità del genere di Veltroni, Prodi, Gentiloni e tutti gli altri che dovrebbero metter da parte le loro piccole differenze e unirsi per una battaglia che riguarda contemporaneamente la sinistra italiana e l'Europa. La figura dominante sul tema europeo ma anche su come quel problema si articola nei vari Paesi che costituiscono l'Unione, e in particolare l'Eurozona, è Mario Draghi. Il suo incarico scadrà nell'autunno del 2019 ma in un anno si possono fare e avviare le politiche necessarie per rafforzare l'Europa e avviarla, nei limiti del possibile, a puntare verso una confederazione sempre più federata. Draghi non solo conosce questo problema, ma ne ha gli strumenti per procedere con la maggiore efficacia possibile. Questo è l'obiettivo di Draghi ormai da tempo, ma diventa sempre più attuabile e attuato, man mano che la scadenza della sua carica si avvicina. ________________________________________________________________________________________ Ogni Paese europeo ha bisogno di una sua politica, economica, fiscale, finanziaria, bancaria. La Germania per esempio dovrebbe accrescere gli interventi pubblici al suo interno e limitare invece l'impulso delle esportazioni. La politica fin qui seguita ha arricchito non solo i privati ma lo stesso Stato tedesco, l'inconveniente è che il benessere del popolo è stato trascurato e non è mediamente all'altezza delle ricchezze che il Paese si procura con l'esportazione. La politica monetaria di Draghi nei confronti della Germania punta sul criterio di aumentare gli investimenti interni diminuendo l'impulso all'esportazione. ________________________________________________________________________________________ In Italia, tanto per fare un esempio tipicamente contrapposto a quello tedesco, la politica economica che Draghi persegue è l'opposto. L'Italia ha bisogno di aumentare l'occupazione, i consumi e quindi la domanda, con imprese che offrono prodotti a prezzi competitivi. Il cuneo fiscale dovrebbe essere ridotto in modo significativo, con l'effetto di diminuire le diseguaglianze. La lotta a quel fenomeno coincide, guarda caso, con quella continuamente predicata da papa Francesco. Le diseguaglianze vanno diminuite e ciò migliora la situazione dei ceti con basso reddito e quel miglioramento si ottiene tassando i redditi più elevati. Può sembrar curioso vedere una somiglianza così evidente con la politica economica di Draghi e quella religiosa del Papa. È una coincidenza molto significativa. ________________________________________________________________________________________ Applicando a due Paesi così diversi come la Germania e l'Italia due politiche economiche assai differenti e quasi opposte l'una rispetto all'altra, Draghi ottiene il risultato che persegue: una migliora aumentando gli investimenti interni, l'altra migliora aumentando l'occupazione e il reddito-salario dei ceti meno abbienti. La sinistra italiana dovrebbe avere molto chiaramente la percezione di queste politiche e sostenerle con l'obiettivo non solo di migliorare la situazione del nostro Paese ma di stimolare la trasformazione confederale dell'Unione in una tendenzialmente federata. ________________________________________________________________________________________ Questo obiettivo è perseguito da Macron che non a caso ebbe la sua prima vittoria trionfando sul movimento populista di Marine Le Pen. Il nostro Le Pen si chiama Matteo Salvini. Altro non dico ma mi domando: abbiamo anche noi un Macron? Ho fatto alcuni nomi della sinistra italiana; mi piacerebbe poter fare anche quello di Renzi, e lo farei se lui la smettesse di fare l'isolato e partecipasse veramente allo sforzo comune d'una grande sinistra italiana ed europea. ________________________________________________________________________________________ I populismi, come già abbiamo più volte constatato, sono popoli guidati da dittatori. La nostra sinistra è l'unica forza non populista e quindi i dittatori sono incompatibili per l'unico partito italiano non infetto da populismo, sempre che Renzi non ce lo porti in casa per la sua parte. Gli auguro di no. In passato mi ha detto più volte che avrebbe smesso di comandare da solo ma non l'ha mai dimostrato, anzi di solito quel malore gli torna. Spero che prima o poi guarisca. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Non si chiede più ai cittadini di fare ognuno la propria parte, di dare il meglio, si promette loro l'inizio di un'era in cui tornerà l'armonia e si risolveranno tutti i problemi ________________________________________________________________________________________ Mario Calabresi ________________________________________________________________________________________ §2 - Conte premier, la finzione del nuovo ________________________________________________________________________________________ (di Mario Calabresi Repubblica.it 23 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Il nuovo inizio ha un volto sconosciuto, che tutti abbiamo scrutato con curiosità per provare a capire che persona fosse. Perché mai avevamo avuto un premier di cui nessuno conosceva la voce e le idee. Il nuovo inizio parte dalla premessa che fino ad oggi l'Italia non sia mai stata governata per i cittadini, che non ci sia mai stata giustizia e che fosse necessario un volto anonimo per segnare la rottura con il passato. ________________________________________________________________________________________ Sappiamo che la scelta di un tecnico è stata dettata dai veti reciproci tra Lega e M5S, serviva a garantire l'unico equilibrio possibile. Tanto che il messaggio per il Quirinale è stato feroce nella sua chiarezza: o si accetta questo nome o salta tutto e si torna al voto. ________________________________________________________________________________________ Ma il fatto che sia un Signor Nessuno è anche una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che il professore avvocato, uomo non del popolo ma dell'establishment universitario, non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento o i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile. ________________________________________________________________________________________ Le prime dichiarazioni di Giuseppe Conte e la frase chiave "sarò l'avvocato difensore del popolo italiano" sono già un manifesto politico e parlano alla pancia di chi si sente da troppo tempo sotto accusa e sul banco degli imputati. La maggioranza degli italiani oggi si vive vittima dell'Europa, delle banche, delle istituzioni e dello Stato. Il professor Conte si attribuisce la missione di assolvere questo Paese dalle responsabilità, forse anche dai doveri. Parola quest'ultima caduta in disuso. ________________________________________________________________________________________ Non si chiede più ai cittadini di fare ognuno la propria parte, di dare il meglio, si promette loro l'inizio di un'era in cui tornerà l'armonia e si risolveranno tutti i problemi. Se ci saranno intoppi il copione è noto: la colpa sarà dei nemici del cambiamento. Ci auguriamo di cuore di essere smentiti. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Rischia di consumarsi uno strappo istituzionale senza precedenti con il Quirinale. Ma non si può calpestare la Carta ________________________________________________________________________________________ Claudio Tito ________________________________________________________________________________________ §3 - Governo, i giorni dell’arroganza ________________________________________________________________________________________ (di Claudio Tito Repubblica.it 24 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ C'è una domanda che in questi giorni non riesce a trovare una risposta. Un interrogativo che però costituisce l'essenza della coalizione grillo-leghista intenta a formare il nuovo esecutivo. Che cosa accadrà se il tentativo di ridiscutere i trattati europei - annunciato nel programma di governo denominato "contratto" - venisse respinto dai soci che compongono l'Unione? La piattaforma del patto gialloverde è formalmente evasiva su questo punto, ma sostanzialmente inequivocabile. Il responso coerente, rispetto a quello che Salvini e Di Maio hanno detto e fatto anche nell'ultima campagna elettorale, è infatti uno solo: l'Italia uscirebbe dall'euro e con ogni probabilità anche dall'Unione. ________________________________________________________________________________________ L'aspetto più drammatico consiste nella concretezza del quesito. Perché non è affatto remota l'ipotesi che i Paesi componenti l'Ue rifiutino anche solo di prendere in considerazione le richieste fuori dal tempo di M5S e Lega. È anzi una previsione più che realistica che per questo sostanzia il nucleo più profondo dello scontro in corso sulla "squadra" del professor Conte. ________________________________________________________________________________________ Il braccio di ferro sulla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia ha dunque questo significato. Il leader del Carroccio insiste sul suo nome solo ed esclusivamente per trasformare una eventualità in una definitiva certezza. Pensare che la scelta sia caduta sull'economista per la ricchezza del suo curriculum e per la sua gloriosa attività accademica, significa solo sottomettersi ad uno scherzo di cattivo gusto. ________________________________________________________________________________________ Basta infatti leggere qualche capoverso del libro dato alle stampe da Savona proprio in questi giorni per cogliere la natura di questa indicazione. "Il Paese - scrive - è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell'Ue e nell'euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono". È esattamente la risposta che questa maggioranza vuole dare alla domanda sulla nostra appartenenza al consesso europeo. ________________________________________________________________________________________ Allargare senza limiti i cordoni della spesa diventa allora quasi un pretesto per arrivare più rapidamente al cuore del problema. Magari senza sapere che se le agenzie di rating dovessero declassare ulteriormente l'Italia e il suo debito pubblico, i nostri titoli di Stato uscirebbero dalla rete protettiva della Bce e del quantitative easing. Verrebbero lasciati al destino di qualsiasi speculazione, lo spread si impennerebbe e i tassi di interesse devasterebbero le famiglie. Un esito drammatico per il nostro Paese e per l'Europa. Non può essere quindi una singolare coincidenza che dalla Russia di Putin, interessata a un consistente indebolimento della Ue, stiano arrivando una serie di sistematici e sinistri endorsement nei confronti dell'alleanza penta-leghista. ________________________________________________________________________________________ In un contesto del genere, le premesse sono allarmanti quanto le conseguenze. Perché rischia di consumarsi uno strappo istituzionale senza precedenti con il Quirinale. Che il governo discuta e magari litighi con il capo dello Stato su alcune figure chiave del gabinetto, non è certo una novità. Ma stavolta c'è qualcosa di più. Si assiste ad una nuova forma di giacobinismo che punta a destrutturare il sistema delle Istituzioni. C'è un'arroganza che va al di là della maleducazione regolamentare. Si tratta di un atteggiamento violentemente incostituzionale. Per Di Maio e Salvini, questa destrutturazione passa per il ridimensionamento del presidente della Repubblica. Hanno bisogno di dimostrare ora con una prova di forza che sono solo loro a comandare. Fanno leva sulla rabbia della gente. Confondono pretestuosamente le istituzioni con la "casta". Basano strumentalmente la supremazia della loro politica sulla insofferenza impaziente delle rispettive basi di consenso. Pronti a calpestare ogni regola in virtù dei loro interessi elettorali. ________________________________________________________________________________________ Ma la Costituzione non può essere calpestata così facilmente. Il capo dello Stato è lì proprio per tutelarla. La difesa delle sue prerogative è insita nei suoi compiti. E la nostra Carta in almeno due articoli stabilisce un nesso inequivocabile con l'Unione europea e i trattati che la disciplinano. L'articolo 81 ha costituzionalizzato il pareggio di bilancio. L'articolo 117 rammenta che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto della Costituzione e "dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario". È dunque questa la vera partita in gioco. Che tocca in primo luogo il presidente del Consiglio incaricato Conte e la sua futura autorevolezza. Perché si misurerà la capacità del premier di esercitare il suo ruolo con indipendenza e nel rispetto della Costituzione proprio nella scelta dei ministri più importanti. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 22 del 27 maggio 2018
continua
§1 - Portate a Mattarella un nome credibile (di Eugenio Scalfari) §2 - L’ANNO ZERO (di Ezio Mauro) §3 - L'amaca [Circolo vizioso] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 20 maggio 2018


Anno XI N° 21 del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Circola una voce non confermata secondo cui, tra i possibili premier proposti, ce ne sarebbe uno di notevole interesse. La voce in questione si chiama Roberto Maroni ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - Portate a Mattarella un nome credibile ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 20 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Prima di affrontare il tema del nuovo governo che forse prenderà corpo se il presidente Mattarella sarà persuaso da quanto gli verrà proposto da Salvini e Di Maio, desidero fare qualche osservazione preliminare. Primo: non esiste alcun limite al numero degli elettori che si astengono dal voto. Se votano tutti, benissimo, anche se alcuni voteranno scheda bianca; ma se poi andranno a votare soltanto il 10 per cento o addirittura il 5, le elezioni saranno sempre valide. Non mi sembra che questa mancanza di limite abbia senso. Se il nuovo governo non si insediasse e si dovesse votare a luglio o anche in agosto, avremo un'affluenza assai limitata ma comunque valida in mancanza d'una legge. Non bisogna allora individuare quel limite minimo e non accettare il risultato di queste elezioni? ________________________________________________________________________________________ La seconda osservazione riguarda il vincolo di mandato che prevede l'obbligo per i membri del Parlamento di votare secondo il volere del partito al quale appartengono. Questa regola c'è sempre stata, ma chi deve intervenire è il partito cui il deputato, o senatore che sia, appartiene e di cui non rispetta le direttive: è dal partito che può essere espulso, ma non dal Parlamento. L'interpretazione che ora prevale del vincolo di mandato è appunto questa. L'indicazione che invece proviene dai due partiti in cerca di alleanza è che l'espulsione non sia soltanto dal partito ma dal Parlamento, ed essi chiedono appunto una legge che preveda questa estensione punitiva del vincolo di mandato. ________________________________________________________________________________________ Questo non è accettabile. Personalmente ricordo che quando fui deputato socialista dal 1968 al '72, tutte le volte che chiedevo la parola dichiaravo all'inizio del mio discorso che non avrei rispettato il vincolo di mandato, poiché se sul tema in discussione avevo idee discordi da quelle del partito ne potevo essere espulso, ma non dal Parlamento. Per mia fortuna il partito era guidato da personaggi come Pietro Nenni, Francesco De Martino, Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e nessuno di loro ha mai proposto la mia espulsione se affrontavo il tema in discussione in modo diverso. La legge prevista ora dai due partiti è invece quella dell'espulsione totale di chi dissente. È evidente che non è una norma accettabile poiché ridurrebbe i parlamentari a degli automi che vengono usati come giocattoli. ________________________________________________________________________________________ Dopo queste due premesse passo alla sostanza del loro comportamento, sempre che il presidente della Repubblica accetti le loro proposte che riguardano soprattutto la politica economica che hanno in mente, la politica europea e l'indicazione di chi verrà proposto come capo del governo, che non sarà nessuno dei due leader ma un terzo indicato da Di Maio e comunque accettato (chi sia sia) da Salvini. L'indicazione dovrà, nella speranza di Di Maio, essere accettata da Mattarella. Andrà così? ________________________________________________________________________________________ Secondo quanto si sa, Di Maio indicherà un teorico di economia e di politica amministrativa che sarà di buona competenza sulle materie che lui conosce ma non sulla politica che non ha mai fatto. Del resto, la politica rimane nelle mani di Di Maio con l'accettazione che ne ha fatto Salvini. Entrambi saranno anch'essi ministri, a cominciare dagli Interni a Salvini e gli Esteri a Di Maio, o viceversa: comunque la politica del governo la faranno loro indipendentemente dai ministeri che si attribuiranno. Naturalmente Mattarella, se accetterà tutte queste proposte, non potrà mettere in discussione la presenza nel governo dei due capi alleati tra loro. Ma questo complica ancora di più la situazione grave del Paese, del quale il presidente della Repubblica ha la maggiore responsabilità. ________________________________________________________________________________________ Qualche settimana fa mi permisi di fare un nome che a me sembrava molto adatto a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. Sapevo benissimo che lui non avrebbe accettato e soprattutto che non lo avrebbe fatto Mattarella. La persona da me indicata fu Gustavo Zagrebelsky: sapendo bene che il Quirinale non poteva accogliere l'indicazione di un privato che fa il giornalista e sapendo che comunque Zagrebelsky non avrebbe accettato, pur avendo tutte le capacità, secondo me, di guidar bene un governo. Ma ora mi è venuto in mente un altro nome e c'è voce che anche il Quirinale abbia pensato a quel nome insieme a parecchi altri. ________________________________________________________________________________________ Naturalmente è una voce della quale non esiste conferma. In Italia, a differenza di quanto avviene in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, il presidente ha poteri di governo molto ridotti anche perché è eletto dal Parlamento e non dal popolo sovrano. In questi limiti, però, le sue competenze sono molto importanti: lui non governa, ma i governi li fa lui e così pure è lui che, firmandole, rende valide le leggi di iniziativa governativa o parlamentare. Può rifiutarle e rimandarle alle Camere e, qualora le Camere insistano rimandandole indietro tali e quali, allora lui è costretto a firmarle, restando tuttavia competente la Corte costituzionale che, qualora ritenga - come il presidente ha già dimostrato - che quelle leggi sono al di fuori della Costituzione, dà un parere negativo, il quale non è discutibile. E le leggi vanno rifatte. ________________________________________________________________________________________ Ricordo queste questioni per individuare chiaramente quali sono i poteri della più alta carica dello Stato, anche se diverse da quelle degli altri Paesi dell'Occidente dove il governo è affidato ai presidenti eletti dal popolo. Ho già detto che circola una voce secondo la quale, tra i vari nomi che gli sono stati proposti da Di Maio e tra quelli che il nostro presidente ha in mente, ce ne sarebbe uno che ha notevole interesse. Non sono in grado di dire che quella voce in circolazione sia attendibile, ma se ne parla e quindi questa volta posso citarla perché il mio mestiere di giornalista mi consente di farlo. ________________________________________________________________________________________ La voce in questione ha il nome di Roberto Maroni. Il suo curriculum è il seguente: è stato segretario generale della Lega Nord dal luglio 2012 al dicembre 2013; governatore della Lombardia, sempre a nome della Lega Nord, dal 2013 al 2018; ministro degli Interni con Berlusconi dal 1994 al '95; ministro del Lavoro dal 2001 al 2006; di nuovo agli Interni dal 2008 al 2011. In coincidenza con le elezioni dello scorso marzo si è definitivamente dimesso non solo dalle cariche che ancora aveva, ma dalla Lega già nelle mani di Salvini e con Bossi accantonato per sempre. Di persone come Maroni ce ne sono molte e anche migliori di lui. Il suo solo vantaggio è che ha vissuto per vent'anni almeno con la Lega e per la Lega, e questo metterebbe in qualche difficoltà Salvini, anche perché tra i due non c'è alcuna empatia. ________________________________________________________________________________________ Comunque, i problemi sono altri. Di Maio dovrebbe fare il nome di un capo del governo da lui indicato e sembra che questo nome sia quello di Giuseppe Conte, che è professore ordinario di Diritto privato all'Università di Firenze. Di politica sa poco o addirittura nulla, è quindi da vedere se Mattarella lo accetterà, sapendo tuttavia che la politica vera e propria resterà nelle mani di Di Maio e di Salvini non solo per i ministeri da loro ricoperti, ma anche per gli altri messi nelle mani di persone che seguono le indicazioni dei capi. Io conosco e apprezzo molto un altro Conte di nome Paolo, un suonatore di pianoforte e un compositore di musiche jazz che ha grande fama in Italia e anche in Europa. Faccio le mie scuse al professor Giuseppe, ma se si tratta di un emerito professore di università privo di senso politico, allora personalmente preferisco Paolo perché ormai mi piace il jazz più di questa politica da sottoscala. ________________________________________________________________________________________ Smaltito il tema del futuro governo, che tuttavia dovrebbe concludersi lunedì mattina al Quirinale, resta il tema altrettanto importante, e forse più, del Partito democratico. Il Pd ha discusso del suo futuro proprio ieri, nella sua assemblea che è fatta da quasi mille persone, cioè la classe dirigente, o se volete, la crema del partito. Dopo aver discusso di molti temi ha poi votato all'unanimità fissando per il mese prossimo un'altra assemblea che dovrebbe risolvere una serie di questioni che sono state affrontate e votate unanimemente, ma che meritano un ulteriore dibattito (che difficilmente si concluderà con l'unanimità dei voti), quando il nuovo governo sarà già insediato. Il compito del partito è evidente a tutti quelli che vi militano o comunque esaminano la sua funzione in un Paese che ormai sembra allo stremo, in un'organizzazione di centrosinistra che ancora due anni fa rappresentava il 40 per cento della pubblica opinione ed ora è scesa al 19 perdendo metà dei suoi elettori. ________________________________________________________________________________________ Il compito del Pd è appunto evidente e l'abbiamo già trattato la scorsa settimana su queste colonne: deve ricostruire se stesso con l'obiettivo di creare una sinistra moderna che riporti il Paese a efficiente economia, socialità ed europeismo. Una sinistra italiana ed europea: questo è l'obiettivo del Pd che dovrà essere raggiunto da una classe dirigente capace e con un vertice anch'esso pienamente intonato a questi problemi. Debbono anche esserci dei leader del partito: un presidente che non sia quel figurino che oggi si chiama Orfini. ________________________________________________________________________________________ Le personalità che dovranno ricoprire incarichi di alta responsabilità per l'unico partito di sinistra che vi sia ancora in Italia sono nomi ben noti: Paolo Gentiloni, gli attuali ministri Minniti, Calenda, Delrio, Franceschini, Orlando, poi Zanda, Renzi naturalmente, Cuperlo, ma pure Prodi e Veltroni. Queste persone e altre ancora sono lo stato maggiore del partito, il quale ha un compito italiano ma contemporaneamente anche europeo: quest'ultimo specie ora che il governo Di Maio-Salvini con l'Europa non ha nulla da dire e da fare ed anzi è anti-europeo con la sola eccezione di Berlusconi. Prima di tornare al tema d'un nuovo Pd, vogliamo qui dire che la destra si è rotta perché Berlusconi ormai non è più il centro amichevole d'una destra salviniana e grillina: Berlusconi è ridiventato Berlusconi; non ha molti voti ma è un populista in grado di governare. Il potere lo conosce benissimo e sa come si manovra; è europeista e il suo populismo è di pura facciata; con il populismo in realtà non ha nulla a che vedere anche se è bravo nel sapersene valere. ________________________________________________________________________________________ Tornando al Pd, lo stato maggiore dovrà operare in Italia e contemporaneamente in Europa. Alcuni degli attuali ministri che sono del Pd, e avranno quindi compiti non più ministeriali, potranno e dovranno essere dislocati con funzioni europee. Non è facile dislocare in Europa alcuni di quelli sopra nominati, ma è necessario non solo per noi ma per l'Europa stessa, dove il nostro interlocutore privilegiato non può che essere Macron. Quanto a Renzi, egli fa parte ovviamente dello stato maggiore, ma in questo caso dovrà finalmente abbandonare quel malanno che lo perseguita e che è quello di comandare da solo. ________________________________________________________________________________________ Nella ricostruzione del partito e la costruzione d'una sinistra moderna ed europeista lui ha un compito certamente importante purché guarisca dal morbo della semi-dittatura, tipica del populismo ma del tutto esclusa da un partito che non ha e non deve avere caratteristiche populiste. Allo stato dei fatti il Pd è il solo partito che quelle caratteristiche non le ha mai avute e non deve averle. Se risponderà a queste necessità nazionali e internazionali, sarà la sola risorsa di cui il nostro Paese dispone. "Il poeta - o vulgo sciocco - Un pitocco/Non è già". Così parlava Carducci. Spero che sia così, ma non è certo un compito facile. La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Ogni passo che compiono nel loro separato cammino, leghisti e grillini si dipingono alle spalle un paesaggio comune di macerie e distruzione, un mondo corrotto e fradicio, che non merita nemmeno di essere ereditato, ma soltanto soppiantato. ________________________________________________________________________________________ Ezio Mauro ________________________________________________________________________________________ §2 - L’ANNO ZERO ________________________________________________________________________________________ (di Ezio Mauro Repubblica.it 11 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Dopo due mesi di messaggi in bottiglia, dovremo probabilmente aspettare il discorso di insediamento alle Camere del nuovo presidente del Consiglio per capire che profilo avrà il governo tra Cinque Stelle e Lega — se nascerà come oggi sembra —, quale sarà la sua natura politica, la sua cultura di riferimento, e infine e soprattutto la sua visione del Paese e del mondo. Quando il potere viene conquistato dal populismo, questa parola dice la verità, ma non spiega nulla. Quando i populismi al comando sono due le cose non si sommano, si complicano. Quello che è certo è che comincia la stagione della post-politica, perché questo è il vero codice con cui cercano l’intesa Di Maio e Salvini. ________________________________________________________________________________________ Poco importa che i leghisti siano ormai il più vecchio dei partiti esistenti, abbiano partecipato al banchetto dell’epopea berlusconiana, condividendo tutto, ascesa, titanismo e caduta: il sovranismo salviniano ne fa un partito nuovo, lo proietta ben al di là del Po, sostituisce Odino con Orbán nel pantheon e Roma con Bruxelles come nemico. Un nuovo mondo che ha dichiarato guerra al vecchio universo dominante. Anzi, ne è uscito fuori, anche se per farlo deve compiere un’inversione di marcia, dichiarare la fine della globalizzazione e del cosmopolitismo, tornare nel guscio degli Stati nazionali, come se il passato fosse il rifugio del futuro. ________________________________________________________________________________________ La fine del mondo è il perenne inizio della storia grillina. Loro sono nati alla politica per annunciarlo. La continua, meccanica dichiarazione di non essere né di destra né di sinistra, scegliendo come cifra costante una somma zero identitaria, andrebbe completata. È come se dicessero: noi non abbiamo un prima, e il dopo è irrilevante. Viviamo nell’oggi, perché ciò che conta è la rottura. Noi siamo qui a testimoniare la frattura, la nostra bandiera è piantata sul punto politico in cui il ghiaccio si sta rompendo, questa è la nostra funzione. È il racconto biblico di una fine del tempo politico incombente, rigeneratrice ma pur sempre apocalittica. ________________________________________________________________________________________ Queste due diverse mozioni degli istinti danno vita, potremmo dire, ad un racconto dell’anno zero. Non ci eravamo probabilmente resi conto che il Paese — pur sfibrato dalla cattiva prova della politica — era pronto ad una sub- interpretazione così elementare di se stesso e dei suoi guai. Certo, la democrazia italiana ha funzionato male e ha prodotto politica di bassa intensità e di scarsa efficacia da anni. Ma cos’è successo, perché si preferisca ormai seguire un comico piuttosto che un leader, una battuta più che un pensiero? Quando la notorietà ha cominciato a sostituire la fama, la popolarità a prendere il posto della stima? La veemenza a spodestare la competenza? La performance a soppiantare la politica, il gesto a sovrastare il significato? ________________________________________________________________________________________ Resta il fatto che oggi la missione è quasi compiuta, con un fraintendimento alla base. Perché la grande semplificazione del populismo è continuamente scusata e riscattata da una radicalità che inganna, da un estremismo illusorio. Si accetta il codice populista convinti che fornisca il tagliando per una ribellione politica al vecchio ordine, e non ci si accorge che alla semplificazione del linguaggio corrisponde una spoliazione culturale, storica, identitaria, valoriale. Nell’imbuto dell’anno zero contano solo categorie provvisorie ed effimere come “nuovo” (destinate a diventare vecchie già dopo un anno) o come “ onesto”, che è naturalmente una pre-condizione importantissima, ma appunto una precondizione: a cui nel mondo politico bisogna ovunque aggiungere altre qualità, come la competenza, l’esperienza, la conoscenza, il sapere. Per tutto questo da noi c’è invece diffidenza, perché il sapere si è formato prima dell’anno zero, si porta dietro un sospetto di peccato, ha un riflesso castale, un profumo di élite. ________________________________________________________________________________________ Basterebbe fare un passo in più. Chiedere ai distruttori presunti del vecchio mondo (che è peraltro perfettamente capace di farsi male da solo) qual è il loro disegno di nuovo mondo, se possiedono l’idea di costruire qualcosa, se hanno il progetto di un nuovo ordine, l’unico veramente rivoluzionario, oltre le macerie. Silenzio, per ora. Anzi, ambiguità. Come chiamare altrimenti, da parte dei grillini, un’idea di Paese offerta indifferentemente ad un governo con il Pd e con la Lega? E da parte di Salvini, l’idea di tenere un piede nei conflitti d’interessi permanenti di Berlusconi e l’altro nella rivoluzione grillina? Come se fosse la stessa cosa scegliere Merkel o Orbán: vivere nell’era di Obama o di Trump, continuando ostinatamente a non voler distinguere, facendo finta che contino solo i problemi, e non il modo di affrontarli. ________________________________________________________________________________________ È ora di dire che ciò che salda nel profondo Salvini e Di Maio e li ha portati a cercarsi fin qui è da un lato la forza di gravità di questa legislatura, che porta a destra come ha voluto l’elettorato, lasciando questo segno dentro l’urna. Dall’altro lato, più forte ancora, è il loro diverso, diseguale ma comune istinto di destra, che si rivela nelle scelte fondamentali, come un impulso pre-politico, un’inclinazione di natura. Quella di Salvini è una destra lepenista che proverà a fare opposizione permanente al sistema dal governo, immettendo tensione nel circuito istituzionale, puntando a virare pericolosamente la politica estera di un Paese fondatore della Ue verso quel sovranismo che ieri Mattarella ha definito un inattuabile inganno per i cittadini. Quella di Di Maio è una destra post-moderna e post-ideologica, che nasce nella guerra alle élite, nella polemica permanente con le istituzioni, nell’ambiguità incerta dei riferimenti internazionali, nel rifiuto del politicamente corretto, nel superamento delle competenze e nell’azzeramento del sapere, fuori dalla storia delle culture politiche dell’Occidente. ________________________________________________________________________________________ Proprio questo disancoramento totale da ogni vincolo storico rende ancora possibile una rottura tra i due partner, dopo le intese post-voto, le polemiche, gli insulti, i nuovi corteggiamenti, i contratti. Nell’anno zero, tutto è estemporaneo, ogni cosa si giustifica mentre si compie, solo perché avviene: finché il popolo non si risveglia. Ma la verità oggi è che i due predicatori della fine del mondo non potevano lasciare le contrade libere l’uno alle campane dell’altro. O insieme al governo, o insieme fuori, all’opposizione. Fino all’ordalia finale cui i populismi sono condannati dalla loro stessa natura suprematista. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Il primo, o i primi che riusciranno a fare e dire cose che non sono riconducibili né al populismo, né all'establishment, saranno i veri salvatori della patria ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §3 - L'amaca [Circolo vizioso] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 19 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Si chiama circolo vizioso, e ci siamo dentro fino al collo. Funziona così: ad ogni calo di Borsa o sussulto di spread, il fronte pentaleghista, compatto, dirà che i mercati e i poteri forti cercano di ricattare il nuovo governo e strangolare il popolo sovrano. E ad ogni alzata di scudi, o legge strampalata, o divagazione putinista del fronte pentaleghista, i mercati risponderanno bastonando l'economia italiana, e con essa il popolo risparmiatore; e via daccapo, con una radicalizzazione sempre più spinta del duello tra cosiddetto establishment e cosiddetto populismo, due parti in commedia ormai così risapute, così sclerotizzate che al solo sentirle nominare ci si guarda intorno nel disperato tentativo di avvistare terze o quarte parti, qualcuno, insomma, che non accetti di farsi stritolare dentro quell'ingranaggio micidiale. ________________________________________________________________________________________ Come se ne esce? Il primo, o i primi che riusciranno a fare e dire cose che non sono riconducibili né al populismo, né all'establishment, saranno i veri salvatori della patria (non solamente della nostra). Bisognerebbe indire un concorso. E dovrebbe iscriversi al concorso per prima la sinistra: un suo grosso pezzo, per distrazione o per comodità, combacia ormai con l'establishment, e un altro pezzo meno grosso si è lasciato inghiottire dalla folla soverchiante che sbraita a prescindere. In attesa di novità, si vive alla giornata, con il solo conforto di non essere convocati per quel derby. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 21 del 20 maggio 2018
continua
§1 - Consigli alla sinistra per la sfida ai dittatori (di Eugenio Scalfari) §2 - L’Amaca [E.Olmi. Centochiodi] (di Michele Serra) §3 - L’Amaca [La comica finale] (di Michele Serra) §4 - L’Amaca [Non è colpa mia…] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2018


Anno XI N° 20 del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ A Renzi, a Gentiloni e ai suoi principali ministri spetta il compito di costruire un partito democratico moderno. Che si occupi dei problemi sociali del Paese. In due parole: di libertà e di eguaglianza _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Consigli alla sinistra per la sfida ai dittatori _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 13 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Quando i populismi al comando sono due comincia la stagione della post-politica. Ogni passo che compiono leghisti e grillini si basa, pur nelle differenze che ci sono tra loro, sul come raccontano la fine del mondo. Dipingono un mondo corrotto e fradicio, che non merita nemmeno di essere ereditato, ma soltanto soppiantato. _________________________________________________________________________________________ Questo ha scritto nel suo editoriale di venerdì Ezio Mauro e questa è la vera sostanza di quanto sta accadendo nel nostro Paese e che si può appunto definire come la vittoria del populismo. Ma non è soltanto un fatto di oggi e soltanto italiano. Accade dovunque, almeno in Occidente e in particolare in Europa: Olanda, Belgio, Francia, Spagna, Grecia, e poi Turchia, Egitto, Israele. Sono di solito populismi di destra. Può sembrare strano che il fenomeno populista sia di destra, di solito la destra è conservatrice mentre il populismo è rivoluzionario. _________________________________________________________________________________________ Parrebbe un’incongruenza ma non lo è: il populismo non è il popolo che rivendica la sua libertà e il suo sovranismo, ma una plebe totalmente priva di cultura politica, di valori e ideologie. Vuole una sola cosa: distruggere le classi dirigenti. Questo è stato l’obiettivo prediletto da Beppe Grillo e da lui praticato per dieci anni. Sembrava che Di Maio in questi ultimi mesi avesse trasformato il movimento grillino in un partito e che l’obiettivo fosse di andare al governo con una propaganda sociale ispirata dall’intesa con un ceto medio che lavorasse soprattutto per aiutare la povera gente. _________________________________________________________________________________________ Che questo sia in parte l’influsso di Salvini è probabile, ma non soltanto. I capi non sono né conservatori né riformisti, ma sono dittatori che favoriscono chi può a sua volta appoggiarli: i ceti medi benestanti che il populismo guarda con indifferenza ostile, mentre i suoi capi lo fanno con indifferenza amichevole. _________________________________________________________________________________________ Il vero obiettivo per i 5 Stelle di Di Maio è dunque la conquista di un potere “personale”. Che fare dell’Italia non si sa; l’Europa è terreno sconosciuto al quale meno ci si avvicina meglio è. I 5 Stelle e la Lega vogliono formare un governo che il presidente della Repubblica non possa fare a meno di approvare, pur mettendo alcune condizioni non certo secondarie. La trattativa è ancora in corso, ma sembrerebbe arrivata al “gran finale”, sempre che i due comandanti delle rispettive legioni populiste riescano a mettersi d’accordo sul nome dell’uno o dell’altro o di un terzo che rappresenti entrambi. _________________________________________________________________________________________ Abbiamo fin qui parlato di Di Maio e di Salvini. Sono due dittatori? In gran parte sì. Possono coesistere due dittatori? Finché si tratta della conquista del potere sì, ma dopo no. Tra un anno e forse anche meno è probabile uno scontro non tra una destra conservatrice e una sinistra riformista, ma tra i due capi egualmente populisti. Qualcuno si chiederà: ma sarà quello il momento in cui rinasce e torna in battaglia il Partito democratico? Forse sì, forse no. Perché? Dipende dalla posizione di Renzi nel Pd. _________________________________________________________________________________________ Renzi è stato anche lui un populista, ma il suo partito in parte non lo è affatto e comunque una classe dirigente c’è. Quando Renzi si è avvicinato a questa realtà ha vinto nelle elezioni europee, nell’instaurazione del “Jobs act”, fino al referendum costituzionale, nel quale perse perché commise l’errore di trasformarlo in un “Sì” o un “No” nei suoi confronti. Come c’era da aspettarsi fu sepolto da una valanga di “No”. Poi, nonostante le dimissioni da presidente del Consiglio e la nascita del governo Gentiloni composto da fior di ministri, Renzi non è uscito dal terreno di battaglia. Si è messo per qualche mese in silenzio, ma poi, quando la situazione ha portato in prima fila il populismo italiano, anche lui è di nuovo rientrato nel terreno di guerra. Con chi o contro chi non è ancora affatto chiaro. Quello che però si è subito capito è che Renzi non ha abbandonato affatto la passione per il comando. _________________________________________________________________________________________ Vedremo che cosa accadrà nei prossimi mesi, che tipo di governo sarà nato e chi ne sarà il presidente, ma quello che è sicuro è che nelle intenzioni di Renzi i dittatori non saranno più soltanto due (Salvini e Di Maio), bensì almeno tre perché anche lui si sente tale e anche lui è un populista di prima scelta. Resta da vedere quali e quanti saranno i populisti provenienti da un partito, quello democratico, la cui storia non coincide affatto con quella dei semi-dittatori in testa a un esercito populista. _________________________________________________________________________________________ Molte delle nostre difficoltà, italiane ma soprattutto europee, derivano dal fatto che ormai viviamo in una società globale, nella quale il sovranismo non è più di singole nazioni ma anch’esso globale, cioè continentale. Il sovranismo continentale è proprio degli imperi. Ricorderete certamente l’Impero-romano. Dominava al tempo di Giulio Cesare e di Ottaviano, suo pronipote, già gran parte dell’area mediterranea da Oriente a Occidente e dal Nord al Sud. Toccò il culmine non con la gente Giulia, ma con gli Antonini: Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio. La responsabilità degli imperatori era ultra-continentale e così pure, entro certi limiti, i diritti e la libertà dei cittadini. Vogliamo dire che l’Impero-romano anticipò la globalità dal Nord Europa al centro dell’Africa e dall’Est del Mar Nero all’Ovest dello Stretto delle colonne d’Ercole? _________________________________________________________________________________________ Poi sono venuti altri imperi naturalmente moderni, a metà del Cinquecento nacque l’Impero spagnolo e contemporaneamente quello inglese e quello francese. Nel corso degli anni questi imperi si dilatarono ancora di più, decaddero, poi risorsero e poi decaddero di nuovo. Ma c’è un punto che va sottolineato: l’Europa, dopo i tempi del suo Impero sotto la guida dell’antica Roma, fu dilaniata da guerre più o meno sanguinarie e di ogni genere, tipo e motivazione, da quella territoriale a quella religiosa, alla rivolta dei poveri contro i ricchi e dei deboli contro i potenti e infine dei vari feudi e nazioni tra di loro. A quell’epoca l’Europa era il centro del mondo e proprio per questo le guerre avvenivano soprattutto in Europa, dove erano diverse le culture, le economie, le lingue, le sovranità. _________________________________________________________________________________________ Il centro del mondo non era globalmente sovrano, ma lo era a livello dei feudi e dei molteplici regni. Questa era la ragione storica per cui allora eravamo il centro del mondo e oggi siamo un gruppo di ventisette barchette naviganti, ciascuna con il proprio timoniere e un piccolo equipaggio che tuttora combatte, barca contro barca e flotta contro flotta, perché le due ultime guerre mondiali hanno coinvolto il mondo intero pur essendo nate nella piccola e divisa Europa. _________________________________________________________________________________________ Ricordo queste ben note vicende storiche perché il populismo, che è presente in tutto il mondo, in Europa è uno dei fenomeni di maggiore rilievo proprio perché la responsabilità continentale non esiste e la sovranità è nazionale e quindi estremamente debole. Quella debolezza consente al populismo di manifestarsi e infatti è quello che vediamo. _________________________________________________________________________________________ Torniamo per un istante al fatto accaduto due giorni fa: la magistratura, da tempo investita di questo problema, ha deliberato che Silvio Berlusconi può essere di nuovo eletto in Parlamento. Questo significa che da domani Berlusconi potrà sostituire un suo amico che dia le dimissioni alla Camera o al Senato e che potrà essere eletto dai suoi seguaci per quel posto, riacquistando quindi un valore politico da lui considerato della massima importanza. _________________________________________________________________________________________ Naturalmente questo accresce la competizione tra Berlusconi, Salvini e soprattutto Di Maio. Un Berlusconi deputato o senatore diventa anche formalmente il capo di Forza Italia. Non ha molti voti Forza Italia, ma il Cavaliere diventa direttamente competitore degli altri due e soprattutto di Di Maio. Quanto a Salvini, il capo della Lega è assolutamente contrario all’Europa, mentre Berlusconi è favorevole. Questo lo rende in qualche modo più autorevole degli altri due, visto che è lui il solo che possa affrontare con amicizia e autorevolezza i temi italo-europei. A quei due dittatori se ne aggiunge un altro che quanto a populismo non ha nulla da imparare. Tre dittatori ai quali ne abbiamo aggiunto già un quarto, che allo stato dei fatti è ancora potenziale, ma che comunque ha la stessa libidine al comando solitario. Populismo vincente, non si sa con chi, ma si sa che siamo diventati un Paese molto sui generis rispetto agli altri, che pure falangi rilevanti di populismo ce le hanno in casa. _________________________________________________________________________________________ Ma che farà la sinistra democratica? Allo stato attuale si riduce a una parte notevole del partito democratico che nacque ai tempi di Aldo Moro, Palmiro Togliatti e soprattutto Enrico Berlinguer. Il partito nazional-comunista fondato da Berlinguer ha avuto una lunga storia, che non starò qui a ricordare perché è relativamente recente e quindi nella memoria collettiva. Dalle sue varie trasformazioni di sostanza e anche di nome è infine nato, come ultimo prodotto, il Partito democratico attuale. _________________________________________________________________________________________ A Renzi, al resto del partito e soprattutto a Gentiloni e ai suoi principali ministri, la cui durata è ormai limitata a pochi giorni, spetta il compito di costruire una sinistra moderna. Compito non certo facile. È difficile di per sé ricostruire una sinistra; che poi questa sia anche moderna è ancora più arduo. Questa sinistra si deve occupare soprattutto dei problemi sociali del Paese. Che riguardano il lavoro, il reddito, l’occupazione, la diseguaglianza fiscale e sociale, il precariato dei giovani, la scuola, la corruzione. Per riassumere questi temi si può soltanto adottare quell’affascinante binomio composto da due sole parole: libertà ed eguaglianza. _________________________________________________________________________________________ Questo è esattamente il contrario del populismo ed è la battaglia che soprattutto i giovani dovranno combattere. Una sinistra moderna ha bisogno di loro, ha bisogno che rilancino la sinistra e che lavorino per ricostruire il presente e aprire la strada per il futuro. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Di Olmi si dica ogni bene possibile. Ma si dica anche che se ne va, se non da sconfitto, da inascoltato […], Non è il Verbo, è il silenzio che salva. Nell'Albero degli zoccoli la maledetta miseria è sempre attribuita alla prepotenza umana, mai alla terra che regge i destini e amministra i giorni. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 - L’Amaca [E.Olmi. Centochiodi] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 07 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Di Olmi si dica ogni bene possibile. Ma si dica anche che se ne va, se non da sconfitto, da inascoltato, come chiunque, oggi, veda nella terra e nella natura la via della salvezza. Nei Centochiodi, il suo testamento, l'uomo abbandona il Libro (anzi lo crocifigge, con furore antidogmatico) per fuggire verso l'argine, il fiume, la luce muta e benedicente dell'aria aperta. Non è il Verbo, è il silenzio che salva. Nell'Albero degli zoccoli la maledetta miseria è sempre attribuita alla prepotenza umana, mai alla terra che regge i destini e amministra i giorni. _________________________________________________________________________________________ La terra era per Olmi l'evidente manifestazione del sacro, ciò che unifica e ordina. Fece anche un film-seme, Terra Madre, che solo a vederlo germoglia. Nel mondo urbanizzato non solamente per densità di abitanti, anche nella mentalità e nei sensi, la terra è rimossa e negletta. I media ne parlano a stento, quando la siccità fulmina i campi e asseta le metropoli o quando contadini in rivolta rovesciano il latte davanti ai palazzi, o bloccano con i trattori le vie dove passano i telegiornali. In campagna elettorale non una parola profonda è stata spesa su ambiente e agricoltura. Non esiste stagionalità - la catena dei supermercati ha rotto la catena del tempo - e non esiste visione olistica delle attività umane, ognuno fissa lo sguardo solo sulla parte che gli compete. Olmi si batté, da artista, per ridare vastità allo sguardo. Nel mio piccolo Gotha personale ora sta al fianco di Rigoni Stern, Tiziano Terzani, Thoreau, Jack London e Walter Bonatti. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ [Dopo il “contratto” di 5*] con la Lega della famiglia Bossi e di Gentilini, di Borghezio e di Salvini, e i suprematisti bianchi di Varese, e gli imbroglioni delle quote latte, e quelli che non pagano le tasse perché lo Stato è ladro, […] chiederei: ma tu, caro amico, non eri quello molto più a sinistra di me? Non eri quello che mi dava le lezioni su come ci si deve comportare? _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L’Amaca [La comica finale] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 09 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Gli amici del bar la prendono sul ridere: l’idea che possano essere i voti di Berlusconi (e della zia di Mubarak) a consentire di mettere in piedi uno straccio di governo viene accolta come una specie di comica finale. «Più finale che comica», li correggo. Ma non mi va di sembrare troppo di cattivo umore, anche perché quel ruolo (il ruolo di quello di cattivo umore) è già tutto a carico di A, il grillino della prima ora, quello dell’acqua pubblica e della decrescita felice, quello che da un bel po’ di anni mi spiega che lui sì che è di sinistra, mica come me. E adesso per darsi un contegno resta in un angolo a mangiare le Pringles, ma si capisce che è nervoso, anche perché ne ha già ingurgitati due tubi e ha in mano il terzo. _________________________________________________________________________________________ Se non fossi suo amico gli direi: ma come? Tutto questo strepito, questo moto palingenetico, questo Mondo Nuovo a portata di clic, per poi finire al governo con la Lega della famiglia Bossi e di Gentilini, di Borghezio e di Salvini, e i suprematisti bianchi di Varese, e gli imbroglioni delle quote latte, e quelli che non pagano le tasse perché lo Stato è ladro, e tutto il trumpismo da cortile delle nostre parti? Ma tu, caro amico A, non eri quello molto più a sinistra di me? Non eri quello che mi dava le lezioni su come ci si deve comportare? Ma non gli dico niente. A non è stupido e ha già capito per suo conto di non essere felice. E attacca il terzo tubo di Pringles. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ La super-sinistra [come] il super-io: è addetta alle certezze e agli anatemi, alla somministrazione del Bene e alla denuncia del Male, non è attrezzata per il dubbio, men che meno per l’ammissione dell’errore _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §4 - L’Amaca [Non è colpa mia…] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 12 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ La tendenza “non è colpa mia, è colpa sua” — trend largamente dominante tra eletti ed elettori, insomma tra gli italiani nel loro complesso — segna un apice forse ineguagliabile in quella pensosa frangia della super-sinistra che ha votato cinquestelle, e ora si ritrova mandante involontaria di un governo che va dai suprematisti bianchi ai No-Tax di tutte le razze. Con l’Olgettino in capo a garantire, ove necessario, l’opportuna astensione. _________________________________________________________________________________________ A disposizione di questi sventurati c’è una specie di dichiarazione-standard, leggibile ieri su molti quotidiani e forse disponibile anche in apposito modulo da ritirare al Ministero degli Alibi, che dice più o meno così: «non è mica colpa mia, è colpa del Pd che non ha voluto fare un governo con Di Maio». Completare il ragionamento, e dunque aggiungere che in ogni modo loro hanno votato per un partito che non ha alcuna remora ad allearsi con i fascisti e con gli xenofobi, questo no. Questo mai. _________________________________________________________________________________________ Impensabile anche un fifty-fifty: metà colpa di Renzi metà mia. Comporterebbe il rischio di ammettere di avere preso un abbaglio, e la super-sinistra è tal quale il super-io: è addetta alle certezze e agli anatemi, alla somministrazione del Bene e alla denuncia del Male, non è attrezzata per il dubbio, men che meno per l’ammissione dell’errore. E dunque, se il mio voto espresso per disgusto nei confronti del Pd finisce nel sacco di Salvini, la colpa è del Pd che mi ha disgustato. Io che c’entro, scusate? _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 20 del 13 maggio 2018
continua
§1 - Quel bandolo della matassa che Mattarella va cercando (di Eugenio Scalfari) §2 - Calenda: “Jobs act addio, pensiamo ai lavoratori” (di Goffredo De Marchis) §3 - L’Amaca (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 6 maggio 2018


Anno XI N° 19 del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è il Presidente che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Quel bandolo della matassa che Mattarella va cercando _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 06 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ A questo punto della crisi politica italiana il tempo è maturo per un diretto intervento del Presidente della Repubblica. È lui stesso che lo ha lasciato intendere: ci vuole un governo istituzionale che guidi il Paese per un periodo di tempo non lungo, costruito in modo che tutti si sentano rappresentati o almeno tutelati nei loro diritti fondamentali. Tutti. Che cosa significa in questo caso una parola simile? Anzitutto il popolo, i cittadini elettori, gli italiani insomma, che spesso non s'interessano attivamente della politica ma sono comunque sensibili alla tutela dei loro diritti. E poi la classe politica: i partiti, i membri delle Camere, i sindacati, le associazioni industriali, le Camere di commercio, insomma le classi dirigenti di ogni genere e tipo. _________________________________________________________________________________________ Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, secondo il voto elettorale. Questa è la vera democrazia. Ma da noi in questo momento la vera democrazia non funziona, i partiti sono molti e assai variegati, non solo verso l'esterno ma perfino al proprio interno. La democrazia italiana non funziona più, una vera destra e una vera sinistra non ci sono. Salvini non si può definire una vera destra: non lo è sulla scena internazionale dove il suo vero amore politico è Putin. Non lo è in Italia, dove la sua sagoma è soprattutto protezionista contro ogni immigrazione. _________________________________________________________________________________________ La sua alleanza con Berlusconi è più una reciproca finzione che una realtà. Quanto alla sinistra c'è stata fino a pochi anni fa con l'Ulivo di Romano Prodi e col Partito democratico che nelle sue origini nacque con Enrico Berlinguer e poi Occhetto, D'Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, Rutelli, Enrico Letta. Ma successivamente questa componentistica si è sfasata con l'arrivo di Renzi che ha inizialmente raccolto il 40 per cento dei voti elettorali alle elezioni europee. Poi, è stato sconfitto al referendum costituzionale (sconfitta in gran parte da lui stesso provocata poiché l'aveva trasformato in una battaglia sua personale) dove fu battuto dai "No" con oltre il 60 per cento dei voti, avendo tuttavia conservato a proprio favore quel 40 per cento che ormai sembrava una dotazione propria del Partito democratico. _________________________________________________________________________________________ Purtroppo quel 40 per cento non era affatto un consenso elettorale stabilizzato, tant'è che il 4 marzo scorso al nostro ultimo appuntamento elettorale il Pd è crollato di oltre la metà, dal 40 per cento a circa il 19. La maggior parte di questo deflusso di voti è andato nientemeno che ai grillini di Luigi Di Maio. _________________________________________________________________________________________ Quale sia stata la storia dei Cinque Stelle l'abbiamo più volte raccontata. Cominciò con Beppe Grillo una decina d'anni fa con un obiettivo molto semplice e di natura populista: la lotta contro le classi dirigenti, quale che fosse il loro colore politico. Tutto andava abbattuto e poi ricostruito, ma la natura di questa ricostruzione era del tutto ignota a Grillo e a chi ne ascoltava il vangelo populista. Sono passati dieci anni da allora e Grillo è stato accantonato da Luigi Di Maio che fino a quel momento era un giovane di cui nessuno conosceva l'esistenza se non i suoi amici che lavoravano politicamente in quel movimento che Grillo monopolizzava con la sua predicazione. A un certo punto Di Maio è emerso e Grillo è di fatto passato in seconda linea. Di Maio voleva un partito vero e proprio. Ha lavorato un anno con una decina di amici per realizzarlo e ormai l'ha ottenuto: i Cinque Stelle sono un partito come tutti gli altri, perfino per l'assenza di una vera e propria classe dirigente che ormai nessun partito ha più. _________________________________________________________________________________________ Il lavoro di Di Maio tuttavia è ancora del tutto incompleto: non c'è un vero programma mentre quello di far fuori le classi dirigenti di marca grillina è ormai stato tolto di mezzo. Di Maio ha accennato a una sorta di "contratto" con gli elettori e con eventuali alleati, ma è un contratto che dice ben poco: prevede un reddito d'assistenza per cittadini con scarse risorse, lavoratori disoccupati, giovani ancora precari nei loro incarichi; insomma, per la parte bisognosa del Paese ma senza indicare concretamente i modi di questi esborsi e anche le imposte che dovrebbero alimentarne il gettito. Insomma non è né un programma né un contratto (e poi con chi?): è semplicemente una vaga ipotesi su cui il gruppo di lavoro dei Cinque Stelle dovrà largamente esercitarsi. Quello che è certamente la realtà esistente è la pretesa di quel partito e soprattutto del suo leader di essere alla guida di un governo frutto di accordi. Un governo tuttavia che duri assai poco: riformi la legge elettorale e risolva alcuni problemi di urgente necessità per poi tornare al voto. _________________________________________________________________________________________ Col passare del tempo tuttavia queste ipotesi di alleanze con il loro 32 per cento ottenuto il 4 marzo non si è verificata per la semplice ragione che Di Maio pone come condizione il fatto che quel governo, che duri poco o molto, sia comunque da lui presieduto, anche se nelle ultime ore sembra che questa condizione sia venuta meno. Evidentemente nessuno è d'accordo con questa ipotesi, Salvini meno degli altri visto che la sua Lega ormai diffusa in tutta Italia ha ottenuto oltre il 17 per cento che, con il 4 della Meloni e il 14 di Forza Italia raggiunge il 37 per cento (contando anche i voti degli altri alleati di centrodestra) e non può dunque regalare la premiership a un Di Maio che supera di poco il 32. _________________________________________________________________________________________ La seconda ipotesi che Di Maio ha tentato, vista la resistenza di Salvini nei suoi confronti, è stata quella di un governo col Pd da lui presieduto. Anche in quel caso si sarebbe raggiunto il 51 per cento degli elettori e quindi una maggioranza assoluta con diverse presenze nelle due Camere. Ma gli aderenti al Partito democratico non sono stati affatto compatti: Renzi è ancora Renzi, Martina è il reggente, e poi ci sono le antiche anime del partito, a cominciare da Romano Prodi e da Walter Veltroni, da Enrico Letta e da eccellenti ministri in carica a cominciare da Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini e molti altri ancora. A differenza di tutti gli altri partiti il Pd una classe dirigente, almeno in teoria, ce l'ha. Ma bene o male ha ancora a che fare con Renzi che prosegue imperterrito con la sua idea di comandare da solo. In queste condizioni l'alleanza con i Cinque Stelle è ancora a dir poco prematura e non a caso Di Maio ha di nuovo fatto passi all'indietro verso la destra senza peraltro modificare la situazione che aveva già vanamente sperimentato. _________________________________________________________________________________________ Il bandolo della crisi è stato fin dall'inizio nelle mani del Presidente Mattarella ma, ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è Mattarella che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione. Dopo il 4 marzo ha lungamente riflettuto e poi ha affidato l'incarico esplorativo prima alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e subito dopo al presidente della Camera Roberto Fico. Queste due esplorazioni hanno occupato circa una settimana complessiva ma i risultati sono stati negativi. Aiutano comunque Sergio Mattarella ad avere ancor più chiara la situazione, le relazioni tra partiti e le difficoltà che non riescono ad essere superate. Le consultazioni del Presidente della Repubblica non si sono ovviamente limitate a quelle dei due esploratori ufficiali, ma si sono estese ad altre importanti personalità della nostra Repubblica. Ora il Presidente sta riflettendo per arrivare ad un governo istituzionale da lui fondato come è in casi del genere suo dovere e potere. Non è un compito facile. Deve trovare la personalità adatta e deve con essa costruire un nuovo governo che non abbia l'avversione delle Camere ma il loro sostanziale appoggio. _________________________________________________________________________________________ Passeranno ancora giorni prima che le decisioni di Mattarella divengano operative. Nel frattempo proseguono contatti e approfondimenti di varia natura: un governo istituzionale come quello a cui pensa il Presidente deve anche trovare lo spazio e l'appoggio necessario in sede europea e internazionale. Il compito è quindi arduo e richiede un minimo di tempo. _________________________________________________________________________________________ La domanda che a questo punto si pone è quali siano i requisiti necessari di chi presiederà il governo che lo stesso Presidente della Repubblica definisce istituzionale. Per avere una visione completa occorre capir bene perché si usa la parola "istituzionale". Non meritano tutti questa definizione? Infatti tutti i governi, nessuno escluso, sono nominati dal Presidente della Repubblica il quale solo successivamente deve chiedere l'approvazione del Parlamento. A me pare (e vogliate scusarmi se dico anche la mia opinione) che il Capo di un siffatto governo non debba essere un politico di professione anche se deve comprendere a fondo la funzione della politica ricordando quello che disse una volta per tutte Aristotele: "La politica si occupa del bene che gli Ottimati sono in grado di procurare al popolo". _________________________________________________________________________________________ Dunque non un politico di professione ma un'alta personalità intellettuale in grado appunto di pensare la politica come uno strumento essenziale per l'affermazione dell'interesse generale che, se opportunamente tutelato, sa riconoscere e proteggere i diritti particolari quando siano opportunamente motivati. _________________________________________________________________________________________ Questa figura di cui parliamo deve abbinare alla conoscenza della politica una competenza specifica di carattere giuridico. L'ideale sarebbe che abbia anche partecipato alla Corte costituzionale o ad altre sedi collegiali del potere giudiziario che è uno dei tre fondamentali in ogni Paese, almeno in quelli dell'Occidente. Di personaggi del genere ne esistono molti nel nostro Paese ma quello che a me viene in mente poiché lo conosco molto bene è Gustavo Zagrebelsky, che possiede tutti i requisiti sopra enumerati, che cominciano con la sua presenza di membro della Corte costituzionale e poi presidente della medesima per un lungo periodo. Fu perfino candidato alla presidenza della Repubblica; scrive sui giornali, scrive libri e sostiene in vari modi le sue idee sulla democrazia. Zagrebelsky secondo me sarebbe molto adatto a ricoprire l'incarico di premier di un governo istituzionale ma non è certo il solo. _________________________________________________________________________________________ L'importante è che il leader del futuro governo abbia questi requisiti e possa avvalersi dei ministri adatti alle cariche che debbono ricoprire. Impegnato nell'attuale governo di "ordinaria amministrazione", Paolo Gentiloni sarebbe adattissimo a ricoprire la carica di ministro degli Esteri così come Marco Minniti sarebbe adattissimo a quella di ministro dell'Interno e Calenda e Delrio sono altrettanto esperti nelle materie a loro affidate. Ci sono anche altrettante indicazioni ma non spetta certo a me dirle e non sono certo il solo a conoscerle. Sergio Mattarella conosce questo mondo molto meglio di chiunque altro anche perché da esso proviene. Per nostra fortuna, in un momento di massima crisi, la persona che deve risolverla è quanto di meglio ci sia nel nostro Paese. Per lui formulo i migliori auguri. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Il ministro dello Sviluppo economico e neoiscritto al Pd sugli errori della sinistra: "Se al tornitore gli dici che la globalizzazione apre opportunità, nuovi lavori, quello ti spara. Cioè, la fotografia delle ultime elezioni" _________________________________________________________________________________________ Goffredo De Marchis _________________________________________________________________________________________ §2 - Calenda: “Jobs act addio, pensiamo ai lavoratori” _________________________________________________________________________________________ (di Goffredo De Marchis Repubblica.it 14 marzo 2018) _________________________________________________________________________________________ Il neoiscritto al Pd Carlo Calenda ha un manifesto per il futuro, è severissimo sul passato, gli manca solo l'annuncio della candidatura a guidare il partito. Il momento non sembra lontano. In una sede in cui il protagonista doveva essere Romano Prodi, il ministro dello Sviluppo economico si prende la scena: distrugge la narrazione a sinistra degli ultimi 25 anni (compresi quelli del Professore dunque). Ripete più volte, anzi, che con quelle ricette la sinistra "è morta", "è scomparsa in tutta Europa", oggi ce ne vuole un'altra. Quale? "Quella che difende il posto di lavoro e non il lavoro in sé, che offre protezione. Il Jobs act è sbagliato non per l'abolizione dell'articolo 18, ma perché contiene un indebolimento sostanziale degli ammortizzatori sociali". _________________________________________________________________________________________ I tavoli di crisi affrontati al ministero hanno trasformato il manager dell'azienda di Montezemolo, il giovane direttore delle relazioni istituzionali di Confindustria che disprezzava tutto ciò che aveva sentore di concertazione, l'animatore del pensatoio liberale Italia Futura in un operaista del nuovo millennio. "Investimenti e protezione, questa è la strada. Difesa dell'occupazione a tutti i costi. Se al tornitore gli dici che la globalizzazione apre opportunità, nuovi lavori, quello prende il fucile e spara. Cioè, la fotografia delle ultime elezioni". _________________________________________________________________________________________ Calenda parla a un pezzo del centrosinistra degli ultimi decenni. Nella sede della casa editrice Laterza dove si presenta il libro dell'ex presidente dell'Istat Enrico Giovannini "L'utopia sostenibile" ci sono Prodi, Giuliano Amato, Giovanna Melandri, Luciano Canfora, Eugenio Scalfari. Poi, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, la presidente Rai Monica Maggioni. Il Professore, molto "pessimista" confida una sua previsione: "Penso che i 5 stelle faranno un governo di tutti. Ormai sono passati dalla scatoletta di tonno da scoperchiare al darwinismo dell'adattamento". _________________________________________________________________________________________ Calenda invece non entra nel gioco dell'alleanze. Gioco che invece nel Pd sta prendendo piede, con una parte consistente e cosiddetta "responsabile" pronta a un dialogo con Di Maio per "non regalare all'Italia un governo Orban". Spinte che il reggente Martina cerca di gestire così: "Parlare delle cariche istituzionali è giusto ma è distinto da accordi di governo". Calenda ha già detto come la pensa: mai con i grillini. _________________________________________________________________________________________ Ma gli interessa la ricostruzione della sinistra. "Cacciari è lo specialista della critica, recita questo ruolo da un tempo infinito. Io non voglio essere come lui. Occorre trovare un progetto di rinascita". Il percorso seguito fin qui, comunque, è stato fuorviante. "Non abbiamo fatto altro che dire che l'unica cosa di cui avere paura fosse la paura. Che il mondo offriva infinite occasioni. Abbiamo delegittimato la paura invece di accompagnarla, di starle vicino. E chi sosteneva il contrario era un inguaribile gufo". _________________________________________________________________________________________ Ce l'ha con Matteo Renzi. "Ma non solo. Già le parole d'ordine di Blair e Clinton, venti anni fa, erano spot per le patatine. Solenni sciocchezze, come la Terza via che infatti è definitivamente morta, portandosi con sé la sinistra in quasi tutti i Paesi". Insomma, la storia dei lustri scorsi è quella di "uno schieramento che lancia messaggi motivazionali e non risponde alla complessità del mondo, non cerca un patto sociale nuovo". _________________________________________________________________________________________ La scuola è l'esempio di Calenda. "Servono investimenti maggiori. E non è vero che se vai da un vecchio e gli offri un cambio tra l'assistenza sanitaria e soldi maggiori sulla formazione, lui risponderà di no. Penserà ai figli e ai nipoti". Ormai è evidente che il ministro-iscritto queste idee sia pronto a portarle in ogni sede. La sua non è una tessera qualunque. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ [In Italia si aggira] una specie di sindrome buzzurra che deforma i lineamenti, appesta le parole e peggiora irrimediabilmente le persone: quando il latore dello strillo capirà che strillando non sta definendo l’avversario, ma se stesso, sarà sempre troppo tardi. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L’Amaca _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 04 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ L’uomo che gridava a Cuperlo»: ecco un caso clinico che andrebbe esplorato a fondo per cercare di capire, ben oltre il Pd, la patologia italiana. L’uomo ha una certa età, sembra una persona a modo e anzi lo è sicuramente (aggravante). Aspetta Gianni Cuperlo davanti alla direzione del Pd e gli strilla in faccia “te ne devi andare!”. A Cuperlo. _________________________________________________________________________________________ Uno che non alzerebbe la voce nemmeno a pagamento. Uno il cui unico torto è essere ragionevole e cortese: così cortese che invece di mandarlo in mona, come si dice nelle sue terre di origine, si ferma pure a parlargli, all’urlatore. _________________________________________________________________________________________ Dove, come, quando sia cominciata questa devastante patologia nazionale, nessuno è in grado di dirlo. Le parole come spintoni, quando va bene, come vetriolo in faccia quando va male, i tweet e i post che deridono o umiliano o calunniano in base al sentito dire, al tiramento dell’ultimo scemo o del primo mediocre, l’aria incazzata e la postura aggressiva come viatico della Giusta Causa (ognuno ha la sua), i titoli di giornale come sfregio seriale al nemico (con variazioni esilaranti, come il titolone di Belpietro di ieri, “La mamma di Renzi indagata anche a Cuneo”, tra Torquemada e Totò). _________________________________________________________________________________________ Una specie di sindrome buzzurra che deforma i lineamenti, appesta le parole e peggiora irrimediabilmente le persone: quando il latore dello strillo capirà che strillando non sta definendo l’avversario, ma se stesso, sarà sempre troppo tardi. _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 19 del 06 maggio 2018
continua
§1 -Una classe dirigente per superare lo stallo (di Eugenio Scalfari) §2 - La mezza rivoluzione di Di Maio (di Ezio Mauro) §3 - l reggente insiste: “Niente intese a scatola chiusa, ma il confronto è un dovere” (di Tommaso Ciriaco)
post pubblicato in diario, il 29 aprile 2018


Anno XI N° 18 del 29 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 29 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ L'Italia ha avuto due grandi classi dirigenti che hanno guidato il Paese in tutta la seconda metà dello scorso secolo: quella democristiana, guidata da Aldo Moro e quella comunista guidata da Palmiro Togliatti e poi da Enrico Berlinguer. Entrambe quelle classi dirigenti contavano su centinaia di persone che venivano elette dal congresso del partito e costituivano il Comitato centrale. Quella era la classe dirigente: pochi molto preparati che avevano il compito di pensare e soddisfare l'interesse dei molti, cioè del popolo sovrano che li aveva eletti. Bisogna ritornare a qualche cosa di simile che dopo di allora non c'è più stato. Di Maio ha un anno per prepararsi e così pure il Partito democratico ha altrettanto tempo per tornare unito e appoggiare il Gentiloni di oggi e il Di Maio di domani. Il Pd deve ricreare anche lui una classe dirigente e le due unite affronteranno i prossimi decenni. Questo ci auguriamo. _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 -Una classe dirigente per superare lo stallo _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 29 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ Quello che accade alla destra italiana dopo la solfa con Di Maio tiene in ballo soprattutto Silvio Berlusconi. Con lui, Salvini e Meloni la destra ha un peso elettorale di oltre il 36 per cento. Le recenti elezioni amministrative a Campobasso e quelle che verranno in Friuli Venezia Giulia daranno probabilmente alla destra la vittoria con un afflusso di voti nettamente maggiore delle votazioni precedenti. La destra è dunque l'alleanza più forte ma l'accordo con i Cinque Stelle è ormai del tutto caduto, sicché da sola non può governare. _________________________________________________________________________________________ Aggiungo che Berlusconi non parla di destra ma di centrodestra. Sembra una sottigliezza ma non lo è affatto: il centro è lui, con tutte le eventuali conseguenze che ne derivano. Salvini le conosce e non balla di gioia. Di fatto è lui che dipende da Berlusconi e non viceversa. L'esempio di Marine Le Pen gli dimostra la sua sorte: un partito rinnovato e votato da un'opinione pubblica esistente soltanto in alcune regioni del Paese. La Francia è in Europa. Salvini è amico di Le Pen ma il loro destino, nell'attuale stato di fatto, non è eguale. L'avvenire del capo della Lega riserva qualche sorpresa, come spesso avviene a chi è alleato con i centristi. Del resto le sorprese di Silvio, ormai ottantenne, lo hanno caratterizzato politicamente fin da quando si accingeva ad occuparsi di politica nel 1992 per diventare presidente del consiglio nel 1994. La storia politica berlusconiana è stata molto varia. _________________________________________________________________________________________ A volte capo del governo, altre volte ruota di scorta, subissato da processi di varia natura e di diverso esito. Più volte condannato, altre volte prescritto, ineleggibile, importanti capitali nascosti in luoghi sconosciuti, reti televisive molto ampie e contatti internazionali in tutto il mondo, perfino con Putin con il quale non c'era interesse politico ma economico dei capitali guadagnati in comune con l'oleodotto petrolifero e poi scomparsi alla vista, o almeno così si dice. Questo è il centro della destra italiana. Poi c'è anche il neo-fascismo di CasaPound e dintorni, ma quello lasciamolo perdere, è roba vecchia e polverosa. _________________________________________________________________________________________ C'è un'altra forza che merita d'essere esaminata: sono i Cinque stelle, che prima cambieranno nome e meglio sarà; di costellazioni ce n'è un'infinità e suonano meglio all'orecchio. A cominciare da quella di Arianna e del suo "filo rosso" che segna la storia del destino. _________________________________________________________________________________________ Le vicende di quel movimento cominciarono con il comico Beppe Grillo, che fino a quel momento aveva avuto molto pubblico divertito ai suoi spettacoli. Dieci anni fa tuttavia la politica cominciò ad interessarlo e lui cambiò il colore della sua comicità. Di obiettivi ne aveva uno solo: doveva distruggere le classi dirigenti. Questo era il suo divertimento, una comicità politica o se meglio volete una politica alquanto comica, con un obiettivo molto preciso e unico che era appunto la distruzione delle classi dirigenti, non importa di quale colore politico: potevano essere di estrema destra o di estrema sinistra ma era la classe dirigente l'obiettivo della comicità politica di Grillo. Questo fu il grillismo e cioè un populismo purissimo dove chi aderiva a quel movimento non riusciva neppure a concepire l'esistenza di classi dirigenti. Grillo infatti era solo: lui e il suo popolo populista. _________________________________________________________________________________________ Col passar del tempo però Grillo ha capito che il populismo non riesce ad andare avanti se non produce un salto di qualità nella società in cui opera. Nella specifica fattispecie grillina il salto di qualità non è mai avvenuto perché nessuna delle classi dirigenti è saltata. Grillo deve essersi stancato di vedere che il suo populismo non è avanzato di un passo e non ha neppure contribuito a migliorare le classi dirigenti esistenti. Queste sono tuttora dedite a un capitalismo di pessima qualità, intessuto da imbrogli e malaffare. Ma di fatto il peggioramento è avvenuto dovunque, contagiando perfino le banche. _________________________________________________________________________________________ Nel 1929 ci fu in America una tempesta che poi arrivò in Europa e nel mondo intero e lo sconvolse. Poi ci fu una guerra mondiale che spostò gli obiettivi da quelli economici e politici a quelli militari. A vittoria avvenuta il capitalismo sembrò rinascere su basi nuove e molto più sane. In parte fu così, ma in parte no e fu proprio a causa di questi grossi difetti che nel 2007 è scoppita crisi e nel 2008 ha invaso nuovamente l'Europa. Sarà un destino, ma il capitalismo alterna con sempre crescente violenza pregi e difetti del sistema e dei suoi effetti sulla domanda, sul risparmio, sui tassi di cambio, sull'occupazione. Questa storia non è nuova. Anzi, con altri mezzi e ad altri sistemi è cominciata molto anticamente ed è proseguita, cambiando di forma non di sostanza. _________________________________________________________________________________________ In Italia da molti anni le classi dirigenti non esistono più salvo, forse, nel settore bancario nel bene e nel male. Salvini, Meloni, Berlusconi, cioè la destra e il centro nella loro vera natura non hanno classi dirigenti ma singole persone che li aiutano a portare a compimento i loro obiettivi politici. I Cinque stelle si trovano in analoghe condizioni; Beppe Grillo, come abbiamo già detto, era un populista che voleva distruggere le classi dirigenti. Di Maio tuttavia, una volta che è riuscito ad approfittare d'un Grillo ormai stanco di quello che aveva fatto, ha avuto come prima intenzione quella di trasformare il movimento in un partito, non più con un obiettivo populista, anzi con un obiettivo opposto. Un partito ha una visione politica, dei valori e degli ideali da difendere, combattendo altri valori e ideali contrapposti. Questa è la finalità sostanziale della politica e Di Maio ha creato un partito che comincia a considerarla come sistema. _________________________________________________________________________________________ Ha una classe dirigente? No. È nato politicamente solo e finora tale è rimasto salvo una dozzina di amici che la pensano come lui e con lui lavorano, a cominciare da Di Battista e pochi altri. Il vero motivo per il quale Di Maio vuole diventare presidente del Consiglio è esattamente questo: non ha alle sue spalle un folto gruppo politicamente preparato; di fatto è solo e per guidare un governo deve necessariamente avvalersi di un gruppo di collaboratori competenti in singole materie. Ne ha già scelti una trentina: avvocati, bancari, esperti di varie professioni applicabili a specifici ministeri ma non alla politica. Quella cui pensa Di Maio è una politica sottomessa al vertice della quale c'è un capo che pensa e decide. È questo il sistema democratico? No, ma non è soltanto Di Maio che versa in queste condizioni. Sono le stesse di Salvini e della Meloni. _________________________________________________________________________________________ Non di Berlusconi e non di Renzi. Anche loro comandano da soli. Ognuno con il suo metodo e le sue finalità, ma si nascondono dietro un apparato che non è poi del tutto sprovvisto di competenze politiche. Segue il Capo ma influisce sulle sue decisioni. Per Berlusconi potremo fare il nome di Fedele Confalonieri, ma non è certo il solo. Quanto a Renzi un apparato c'è ma le sue qualità sono piuttosto scarse. Renzi per un lungo periodo ha governato abbastanza bene e non da solo. _________________________________________________________________________________________ Questo quadro comunque non è affatto encomiabile per il nostro Paese, salvo che abbiamo dimenticato che la situazione reale contiene due punti di forza che sono l'unica e vera possibilità di uscire da questa sorta di imbuto nel quale la vita politica italiana è precipitata ed uscirne con la massima dignità ed efficacia. Sono due personalità che possono guidare il Paese verso una situazione di chiarimento e miglioramento: uno è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l'altro è il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Siamo senza governo? Niente affatto. _________________________________________________________________________________________ Abbiamo un governo privo di poteri e dedicato solo all'ordinaria amministrazione? E così ma l'esecutivo non è affatto privo di poteri; l'ordinaria amministrazione non è cosa da poco ma ogni emergenza il governo in carica deve affrontarla e infatti così accade, sicché Gentiloni è in effetti il capo di un governo operante e Sergio Mattarella ha tutti i poteri che il presidente della Repubblica possiede per Costituzione, tra i quali c'è quello di tenere in piedi un governo finché non scorga alternative possibili e migliori. Se così non è, se quelle alternative non sono ancora mature, quella che c'è può andare avanti tranquillamente fino al 2019 e soltanto allora si possono affrontare nuove elezioni avendo fatto nel frattempo tutto il possibile finché la nascita di un altro governo con una classe dirigente matura ne prenda il posto. _________________________________________________________________________________________ Che cosa farà Di Maio se questa è la situazione che ha davanti? Se vede con chiarezza il presente e il futuro prossimo, Di Maio dovrebbe uscire dalla solitudine politica, costruire una classe dirigente pienamente addestrata, avere una chiara visione di che cosa sia una democrazia liberale e prepararsi. Nel suo futuro governo Gentiloni potrebbe tornare al ministero degli Esteri dove ha sempre dato il meglio di sé, Minniti potrebbe restare agli Interni e alla politica dell'immigrazione e il resto dovrebbe essere Di Maio a colmarlo con collaboratori che non abbiano più nulla di grillino e rappresentino una sinistra moderna appoggiandosi a quel Partito democratico che dovrebbe riacquistare pienamente la sua natura che dette il meglio di sé quando fu lanciato l'Ulivo di Prodi e il Partito democratico di Walter Veltroni. _________________________________________________________________________________________ Non dimentichi Di Maio che l'Italia non è soltanto una nazione ma è uno degli Stati dell'Unione e si ponga anche il problema che l'Unione attuale deve essere rafforzata e addirittura condotta verso una federazione. Il rafforzamento europeo è necessario. Se Di Maio dovrà governare questi problemi dovrà averli studiati prendendo anche contatto fin d'ora con le personalità europee di maggiore spicco in ciascuno dei diciannove Paesi dell'eurozona. _________________________________________________________________________________________ Insomma Di Maio è la vera soluzione del futuro se non continua a pensare all'immediato ma comincia a preparare se stesso e il suo partito. L'Italia ha avuto due grandi classi dirigenti che hanno guidato il Paese in tutta la seconda metà dello scorso secolo: quella democristiana, guidata da Aldo Moro e quella comunista guidata da Palmiro Togliatti e poi da Enrico Berlinguer. Entrambe quelle classi dirigenti contavano su centinaia di persone che venivano elette dal congresso del partito e costituivano il Comitato centrale. Quella era la classe dirigente: pochi molto preparati che avevano il compito di pensare e soddisfare l'interesse dei molti, cioè del popolo sovrano che li aveva eletti. _________________________________________________________________________________________ Bisogna ritornare a qualche cosa di simile che dopo di allora non c'è più stato. Di Maio ha un anno per prepararsi e così pure il Partito democratico ha altrettanto tempo per tornare unito e appoggiare il Gentiloni di oggi e il Di Maio di domani. Il Pd deve ricreare anche lui una classe dirigente e le due unite affronteranno i prossimi decenni. Questo ci auguriamo. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 29 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ In politica si può cambiare idea, quando una si rivela impraticabile a patto di spiegare la svolta. Se no, il modello non è Cavour, ma Giano bifronte _________________________________________________________________________________________ Ezio Mauro _________________________________________________________________________________________ §2 - La mezza rivoluzione di Di Maio _________________________________________________________________________________________ (di Ezio Mauro Repubblica.it 25 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ Come se il Parlamento della Repubblica fosse governato da un'ordinanza comunale sugli orari delle panetterie, il Movimento Cinque Stelle annuncia che sta chiudendo il forno con la Lega, per aprire quello con il Pd. Per quanto riguarda il pane, la farina è pronta: gli esperti hanno preparato i dieci punti, edulcorati e in qualche caso ribaltati rispetto alla campagna elettorale, in modo da poterli offrire uguali a entrambi i clienti, indifferentemente, purché siano disponibili a firmare il contratto d'acquisto. Il prezzo, lo fissa il fornaio: a occhio e croce è disposto, sorridendo, a cedere ministeri importanti a un partito pronto a giocare il ruolo da junior partner, a consacrare i grillini come forza di governo e a portare Di Maio a Palazzo Chigi. Ciò che trasforma una vittoria mutilata in una strana rivoluzione, andata in porto perché gli assediati hanno aperto di notte le porte del Palazzo. L'altra metà della rivoluzione per ora è ferma ai box. Salvini deve infatti introiettare il berlusconismo per poterlo superare ereditandolo. _________________________________________________________________________________________ Il Cavaliere è stato troppe volte pitone per non capire oggi di essere diventato cavia, a casa sua: ma appunto per esperienza sa che i tempi di digestione politica sono lenti e gli lasciano lo spazio per una finzione residua di sovranità marginale, ma senza più una politica autonoma. Se Salvini lo convincesse ad astenersi davanti a un governo M5S-Lega, finirebbe per benedire un'alleanza populista. Se restassero insieme all'opposizione, camminerebbe nella scia di un leader sovranista: dei tanti radicalismi di destra che Berlusconi ha suscitato e interpretato, quello non è il suo. _________________________________________________________________________________________ Fino a due giorni fa, invece, Salvini e Di Maio erano l'uno il miglior partner dell'altro, stando alle promesse che si scambiavano, ai complimenti, alle rassicurazioni. Non sappiamo se il dialogo è interrotto definitivamente, o se riprenderà. Ma resta il fatto che tutta la prima fase della nuova legislatura è girata intorno a questo asse tra i due partiti anti-sistema premiati dal voto. Nelle nomine istituzionali e nelle indicazioni politiche delle prime settimane di consultazioni è infatti emersa una preferenza reciproca, una tendenza bipolare, una sorta di linea politica che cercava di affermarsi e di dare una fisionomia alla nuova legislatura su un profilo completamente diverso da quello tradizionale dei parlamenti occidentali, strutturato su destra e sinistra. _________________________________________________________________________________________ Qui l'ipotesi era quella di un fronte di ribellismo, ancora incandescente per le urla recenti della campagna elettorale. Due diversi blocchi sociali, due distinti arrembaggi, che potevano saldarsi in un unico progetto: la sostituzione. Che cosa li ha portati a cercarsi, a sfiorarsi, a inseguirsi? Una comune matrice anti-sistema, impiantata su due separati populismi. L'istinto lepenista di Salvini gli ha fatto riconoscere l'anima modernamente di destra dei grillini, veicolata in politica da una rappresentazione mimetica di sinistra. Lo spirito postmoderno di Di Maio, fuori dalla tradizione storica italiana, gli ha fatto cercare con la Lega quel Big Bang da anno zero che prolungherebbe all'infinito la campagna elettorale, costruendo una piattaforma non di cambiamento ma di risentimento ribelle e indirizzandola contro la casta, contro l'élite, contro l'establishment. In cambio, Grillo otterrebbe l'avverarsi della profezia, il Movimento al governo, la rivoluzione simbolica. E Salvini otterrebbe la mano libera contro i migranti e contro Bruxelles, l'altra mano tesa a Orbán e a Putin: la rivoluzione reale. _________________________________________________________________________________________ Prima che tutto questo evapori, vale la pena ricordarsene: ecco il reale contenuto del forno grillino che ha lavorato giorno e notte in queste settimane. Ora, è certo possibile in politica cambiare linea quando un'ipotesi politica si esaurisce o si rivela impraticabile. Ma a patto di spiegare la svolta: altrimenti il modello non è Cavour, ma Giano bifronte. Di Maio in realtà è passato dalla teorizzazione della democrazia in un solo partito (con la demonizzazione di tutti gli altri) alla ricerca di una partnership senza spiegare che cos'era cambiato, se non la sua necessità di colmare con un'alleanza il gap di una vittoria incompleta. Poi ha continuato a proclamare la neutralità dei Cinque Stelle tra destra e sinistra. Quindi ha lavorato a un'intesa con la Lega, cioè con il sovranismo più radicale, antieuropeo e antioccidentale. E oggi si volta tranquillamente verso il Pd, come se gli alleati fossero tutti uguali, usa e getta. _________________________________________________________________________________________ Se i Cinque Stelle non cercano solo dei voti ma una politica dovrebbero scegliere un mondo, un orizzonte culturale, un sistema di valori, una ragione per un'alleanza. Sono processi politici, non forni: costruire un progetto di governo con la destra e con la sinistra non è la stessa cosa, è un'opzione tra due diverse visioni del mondo, due interpretazioni del Paese, da cui discendono programmi, priorità, impegni. La politica qualche volta è responsabilità, non soltanto proclami, bisogna scegliere. Bisogna soprattutto chiarire la propria identità, selezionare nel fascio indistinto dei consensi di protesta quelli più utili a costruire un'alleanza che possa governare il Paese nel cambiamento. Una volta, le svolte si celebravano nella pubblicità dei congressi. Oggi nessuno ha ancora spiegato, nel regno della trasparenza grillina, perché Di Maio ha cercato fino a ieri Salvini e cerca oggi il Pd, e che idea ha della sinistra italiana. _________________________________________________________________________________________ Una sinistra che sembra in ogni caso difficilmente capace di portare tutta se stessa in qualsiasi scelta sarà costretta a compiere, perché senza un baricentro, un principio di autorità, una dinamica autonoma, una direzione di marcia. Oggi in superficie si contrastano il nullismo di chi rinuncia a fare politica perché non ne ha alcuna e l'eterna pulsione democristiana con il terrore dell'opposizione. Ma in realtà è tutto il gruppo dirigente che dopo la fine di un ciclo e la slavina elettorale non sa imporsi un vero rendiconto, come deve avvenire in ogni processo democratico. Tutto è bloccato, si gioca di rimessa nel campo altrui, subalterni persino a Di Maio invece di pensare a un'autonoma proposta politica che ridefinisca le basi sociali e culturali del partito, nel rapporto con la sua gente. Lo scandalo non è che Renzi controlli la golden share democratica, ma che la controlli al buio, fuori dalla verifica degli organi di partito, quindi fuori dalla trasparenza, dalla visibilità, dal controllo degli iscritti e della pubblica opinione. Come se la politica fosse ridotta all'antimateria, utile solo per il gioco d'interdizione, nel buco nero italiano. Governo Movimento 5 Stelle _________________________________________________________________________________________ La striscia del 29 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ Man mano che si avvicina la direzione si allarga il fronte del dialogo. "Un governo con i grillini? La vedo dura - sostiene il governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini - ma non possiamo non andare al confronto. Con i nostri paletti e la schiena dritta. E tenendo unito il Pd" _________________________________________________________________________________________ Tommaso Ciriaco _________________________________________________________________________________________ §3 - l reggente insiste: “Niente intese a scatola chiusa, ma il confronto è un dovere” _________________________________________________________________________________________ di Tommaso Ciriaco Repubblica.it 27 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ ROMA. Spingere il Pd al tavolo delle trattative con i grillini, ecco la sfida della vita di Maurizio Martina. "Sia chiaro - spiega agli ambasciatori di tutte le correnti - noi in direzione dovremo decidere soltanto sull'apertura di un confronto, non su un esecutivo con Di Maio". È l'estremo compromesso per non spaccare il Pd. Non coincide con l'obiettivo di Matteo Renzi. Già domani il senatore di Scandicci metterà in fila in tv tutte le contraddizioni di un patto con il Movimento, che considera una gigantesca "presa in giro degli elettori". Lasciando però formalmente al reggente la decisione finale, la libertà di tentare un azzardo che considera un errore capitale e che ritiene brucerà l'esperienza di Martina alla guida del partito. Non c'è altro modo, d'altra parte, per evitare la scissione. E un voto esplicito dei renziani contro il traghettatore farebbe piombare nel caos il Nazareno. _________________________________________________________________________________________ Sia chiaro, Renzi alzerà l'asticella talmente in alto che non sarà facile arrivare al 3 maggio con un partito unito. Lo farà già domani sera, ospite di Fabio Fazio. E lo farà rivendicando il suo lavoro a Palazzo Chigi. Le regole d'ingaggio, d'altra parte, le ha chiarite anche a Martina nelle ultime ore. Una, in particolare, è imprescindibile: in direzione non vuol neanche sentire parlare di patto di governo con i cinquestelle. Soltanto se Martina delimiterà la discussione alla sola possibilità di sedere al tavolo, allora si eviterà la frattura definitiva. Contenuti e nient'altro, allora. Un po' come anticipa Ettore Rosato: "Una delle due precondizioni per il confronto è che considerino la stagione delle riforme del Pd un elemento positivo per questo Paese. Se ciò non fosse, per noi non sarebbe possibile fare un governo con chi vuole smontare le cose fatte dal centrosinistra". _________________________________________________________________________________________ Eppure, Martina vuol provaci lo stesso. Ed è disponibile a pagare il prezzo salato che gli chiedono i renziani. "Si tratta di decidere se accettare il confronto - spiega - per giudicarne gli esiti solo alla fine di un vero lavoro di approfondimento. È nostro dovere farlo". Una volta ottenuto il via libera dei delegati, il reggente giura che non svenderà le ragioni del Pd. Anzi, si spingerà forse a chiedere un passo indietro di Di Maio dalla premiership. _________________________________________________________________________________________ Finisse senza una scissione, per il Pd sarebbe già un miracolo. È lo stesso obiettivo, una mini tregua interna, a cui lavorano gli ambasciatori dem immaginando di mandare a trattare con i pentastellati i soli capigruppo del Pd, senza Martina. Ogni scenario, pur di evitare l'ultimo strappo. Perché nei prossimi cinque giorni, fino alla direzione di giovedì 3 maggio, gli strali renziani complicheranno la missione dei "dialoganti". L'ala dura, guidata da Matteo Orfini, non accetta neanche di immaginare "colloqui di pace" con i nemici di sempre: "I cinquestelle non decidono autonomamente, rispondono alla Casaleggio Associati". E neanche la proposta di Andrea Orlando di convocare un referendum non tra gli iscritti, ma tra gli elettori dem per valutare un eventuale accordo con il Movimento fa breccia nell'ortodossia renziana: "E così per Orlando a decidere se fare inciucio con il M5S - attacca Michele Anzaldi - sarebbero gli attivisti M5S e gli iscritti di Rousseau...". _________________________________________________________________________________________ Eppure, man mano che si avvicina la direzione si allarga il fronte del dialogo. "Un governo con i grillini? La vedo dura - sostiene il governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini - ma non possiamo non andare al confronto. Con i nostri paletti e la schiena dritta. E tenendo unito il Pd". _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 18 del 29 aprile 2018
continua
§1 - Le manovre per il governo e il ruolo del Quirinale (di Eugenio Scalfari) §2 - L'amaca ["trattativa Stato-Mafia"?] (di Michele Serra ) §3 - L'amaca [Disprezzare le regole?] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 22 aprile 2018


N° 17 del 22 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 22 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ Sarebbe un progresso se Di Maio la smettesse di fare il gioco dell’oca con Salvini e giocasse seriamente a scacchi con Gentiloni. L’Italia è indispensabile per l’Europa e l’Europa è indispensabile per l’Italia. Io credo e spero che Mattarella persegua quest’obiettivo e ne individui i mezzi per realizzarlo. _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Le manovre per il governo e il ruolo del Quirinale _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 22 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ La Corte d’Assise di Palermo ha condannato venerdì scorso Marcello Dell’Utri a dodici anni di galera per la collusione intima tra Berlusconi e la mafia tra il 1992 e il 1994, quando Berlusconi non era ancora al governo, ma pensava di entrare in politica al più presto. Insieme a lui sono stati condannati gli ufficiali del gruppo speciale dei carabinieri (Ros) che avrebbe dovuto individuare i capimafia che uccisero prima Falcone e poi Borsellino. _________________________________________________________________________________________ Non è il primo di questi processi, altri ce ne sono stati sui controversi rapporti tra Stato e mafia, quasi tutti a Palermo e a Caltanissetta. Ma il Ros è stato presente in modi molto diversi l’uno dall’altro. Poi entrò in questa sorta di gioco di scacchi anche Vito Ciancimino, che per un periodo fu sindaco della città, e dopo gli subentrò in qualche modo il figlio. Comunque un’altra famiglia da tenere sotto costante osservazione, attività che il Ros in parte adempì e in larga misura no. _________________________________________________________________________________________ Nel frattempo, la mafia si estendeva non solo nel Sud, ma anche nell’Italia centrale e in quella settentrionale per poi addirittura varcare i confini italiani e stabilire propri nuclei operativi nelle principali città europee con collegamenti internazionali con altre mafie esistenti di fatto in tutto il mondo. _________________________________________________________________________________________ Al Sud la mafia classica era sbarcata a Reggio Calabria e poi si era diffusa cambiando metodi operativi e capibastone, chiamandosi ’ndrangheta e dilagando dappertutto. A Chicago, a New York, a Las Vegas, ad Amburgo, a Marsiglia, a Bucarest e a Budapest, a Singapore, in Ucraina. Insomma in tutto il mondo collegandosi con altre mafie che preesistevano alla nostra e realizzando in tal modo un sistema mondiale, criminale per i padri o addirittura i nonni ma con vestigia di legalità per i figli e nipoti che avevano in mano la maggior parte del capitalismo ammalato. _________________________________________________________________________________________ Chi ha letto il Manifesto di Marx e di Engels saprà che i profeti del comunismo temevano il capitalismo mafioso e volevano invece un sistema emanato dalla borghesia che avrebbe conquistato le cosiddette libertà borghesi. Solo una volta realizzato questo obiettivo, che Marx considerava positivamente, a quel punto era il momento delle rivoluzioni proletarie ma non prima. Ma questa storia c’entra solo di sbieco nella nostra, molto piccola ma importante e comunque gestita da una delle centrali dalla mafia mondiale. _________________________________________________________________________________________ *** Con la sentenza della Corte d’Assise di Palermo di cui abbiamo già parlato, si è aperto un nuovo capitolo della politica italiana. È un capitolo comunque positivo per Di Maio e i 5Stelle. Berlusconi si preoccupa molto poco della sentenza di Palermo, a simili iniziative giudiziarie prese a Palermo ma ancora più spesso a Milano, ha fatto il callo. Afferma con molta nonchalance che ormai la magistratura si diverte a tormentarlo ma non ci riesce più: lui ci ride sopra e continua il suo lavoro politico, televisivo, e di altri generi meno noti e altrettanto impegnativi. _________________________________________________________________________________________ Per quanto riguarda la politica, la sua alleanza con Salvini e Meloni ha portato il gruppo ad un 35 per cento, una maggioranza su tutti gli altri gruppi anche se le differenze tra lui e gli altri sono notevoli: lui non condivide la chiusura di Salvini contro l’immigrazione e soprattutto non condivide la politica antieuropea del capo della Lega. Lui è un europeista, amico della Merkel (così dice) e amico anche di Putin ma per ragioni molto diverse da quelle di Salvini. Salvini è in collegamento con Putin per ragioni politiche mentre Berlusconi lo è per ragioni personali e in parte connesse con le forniture di petrolio e la costruzione del gasdotto che ha vari percorsi, alcuni dei quali già effettuati altri ancora in discussione, che fruttano denari ai dirigenti russi e naturalmente anche più in su, comprese figure dell’entourage di Berlusconi, ma resi inviolabili e non conoscibili dallo schermo di società sparse in varie isole del pianeta. _________________________________________________________________________________________ Questo è il Berlusconi che conosciamo. Sta con Salvini, sta con Meloni, ma soprattutto sta con sé stesso. La nuova condanna di Dell’Utri lo ha molto scosso principalmente per ragioni di antica amicizia e fiducia. Dell’Utri era stato uno dei massimi dirigenti di Publitalia e aveva contribuito alle imprese più importanti del gruppo Berlusconi fino alla creazione di Forza Italia. In base alle sentenze aveva pure, quando necessario, contatti di alto livello con i capimafia che intervenivano nei meccanismi del capitalismo malandato; ma il resto era affidato a luogotenenti di più basso livello e poi nel ’94 (così dice Berlusconi) quei contatti cessarono totalmente: rapporti cominciati con la presenza di un giardiniere che passò qualche tempo a curare siepi e fiori della residenza di Arcore come copertura di servizi para-mafiosi che peraltro Berlusconi non ha mai riconosciuto come tali. _________________________________________________________________________________________ Ma lasciamo da parte questo furbissimo personaggio che a ottant’anni sembra ancora un sessantenne di buona forza. Vediamo invece le ripercussioni di quanto è accaduto su Salvini da un lato e Di Maio dall’altro. Salvini non ha rotto con Berlusconi, finge di stare al gioco del padrone di Arcore ma ovviamente è ormai senza discussioni il capo della destra. Una destra peraltro assai poco democratica. Salvini vuole la chiusura delle frontiere, il respingimento dei rifugiati privi di lavoro, dei gommoni carichi di migranti che cercano sponde amichevoli e trovano spesso la morte nel mare e nelle mani degli scafisti. Queste sono le sue caratteristiche che non gli impediscono ed anzi lo stimolano ad assumere non solo il comando della destra ma di coltivare l’ipotesi di essere scelto come capo del governo, naturalmente alleato con i 5Stelle. Questo è il Salvini di oggi che di Berlusconi pensa tutto il male possibile ma non lo lascia abbandonato per strada perché comunque un po’ di numero lo fa. _________________________________________________________________________________________ Molto meglio di lui sta Di Maio. Intanto è il capo del partito più forte e senza alleanze sullo scacchiere di gioco: 32,2 per cento mentre Salvini non supera il 20. La sua rivendicazione a proporsi come eventuale capo di governo, naturalmente in alleanza con i 5 Stelle, lascia Di Maio pienamente indifferente: sa benissimo di essere molto più forte, molto meno impuro di Salvini. Può allearsi con lui, ma il capo dell’alleanza sarebbe il presidente del 5 Stelle e non certo Salvini. _________________________________________________________________________________________ Di Maio sa benissimo che gran parte dei suoi sostenitori viene dalla sinistra che non a caso è uscita dalle elezioni dimezzata, dall’obiettivo tradizionale del 40 per cento a quello strappato coi denti al corpo elettorale del 19 per cento. La metà che è fluita quasi tutta nelle fila dei 5 Stelle salvo un’altra parte non trascurabile che ha deciso di non votare. Una parte di questi votanti Di Maio cerca di acquisirla gradualmente in modo da continuare la sua crescita. Per l’intanto i 5 Stelle vogliono cambiare la legge elettorale, attuare alcune delle loro iniziative come il reddito di cittadinanza e gli interventi sulle aziende pubbliche e poi tornare al voto che sanzioni definitivamente la loro consistenza numerica e anche l’eventuale ipotesi di mollare Salvini alla deriva e avvicinarsi a quanto resta del Pd. Il tema adesso cambia necessariamente il personaggio e arriva al principale di tutti che è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. _________________________________________________________________________________________ *** Non ho contatti diretti con Mattarella, anche se qualche volta ha avuto la cortesia di invitarmi a colazione e di parlare di problemi di notevole interesse, ma questo avveniva alcuni mesi fa, in una fase meno agitata di quella attuale. Conosco abbastanza il carattere del nostro Presidente e quindi posso supporre quello che pensa, sperando di cogliere il vero. _________________________________________________________________________________________ Mattarella ha incaricato la presidente del Senato Elisabetta Casellati di esplorare quali possibilità ci sono di costruire un governo forte e democratico. La Casellati ha esplorato per due-tre giorni le varie forze in campo e ha fornito al Presidente l’esito negativo della sua esplorazione. Ne farà forse ancora un’altra oppure la farà il presidente della Camera Roberto Fico che è di tutt’altra provenienza politica, ma i risultati con ogni probabilità saranno analoghi: la formazione di un governo formato da alleanze accettabili in un Paese come il nostro, con tradizioni democratiche e con una presenza europea che non può e non deve essere sottovalutata, sembra in questo momento molto poco realizzabile. I 5 Stelle potrebbero essere il perno ma non hanno ancora deciso. Discutono con Salvini ed un’alleanza con la Lega darebbe molta forza ad un partito come i 5 Stelle, che certo non è di destra e che ha nelle sue file una forte presenza democratica. _________________________________________________________________________________________ Mattarella pensa (questa è la mia ipotesi) che in realtà il centro della situazione è ancora il governo Gentiloni nonostante abbia dato doverosamente le dimissioni quando le nuove Camere si insediarono dopo le elezioni del 4 marzo, restando tuttavia in carica perché così Mattarella ha deciso come del resto è ovvio: i governi in casi del genere restano al potere con poteri ordinari di amministrazione ma intervengono tutte le volte che l’urgenza lo richieda e comunque governano avendo già un’esperienza estesa a ministri di primo ordine, a cominciare da Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio e naturalmente Pier Carlo Padoan, Andrea Orlando. _________________________________________________________________________________________ Se Luigi di Maio la piantasse di fare il gioco dell’oca con Salvini e si mettesse invece a giocare seriamente a scacchi con il governo Gentiloni, questo sarebbe un grosso progresso nella situazione italiana. Potrebbe anche chiedere al presidente della Repubblica e al medesimo Gentiloni di affidare a lui la vicepresidenza del Consiglio, che gli darebbe l’opportunità di imparare un mestiere che non conosce e avere una posizione pronta per le elezioni che potrebbero svolgersi nel 2019 dopo che il governo Gentiloni è andato avanti per circa un anno. Le esperienze in proposito non mancano e la più recente e più importante resta quella che fece Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, mettendo a capo del governo Mario Monti, economista di vaglia, in un momento in cui la tempesta finanziaria nata in America era arrivata in Italia sconvolgendo la nostra economia. _________________________________________________________________________________________ Questo, penso io, è la soluzione che Mattarella sta meditando e che probabilmente gli sarebbe facile ottenere da Di Maio, il quale a sua volta, alleandosi con Gentiloni e sostenendo quel governo, metterebbe in un ruolo chiave un partito come i 5 Stelle che ormai è nettamente schierato con la sinistra democratica e gli affiderebbe un posizione privilegiata per la successione. A me sembra che questa sarebbe la soluzione ideale non soltanto per l’Italia ma anche per l’Europa. Anche l’Europa ha bisogno di forti aiuti e l’Italia, rimessa in piedi, sarebbe in grado di riprendere la sua posizione europea, la sua politica verso gli immigrati che Minniti sta portando avanti in tutto lo scacchiere africano con un sostegno della massima importanza da parte dell’Onu e di Macron. L’Italia è indispensabile per l’Europa e l’Europa è indispensabile per l’Italia. Io credo e spero che Mattarella persegua quest’obiettivo e ne individui i mezzi per realizzarlo. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 22 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ Furono "Stato" anche Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa e Rocco Chinnici. E dunque, forse, il solo vero errore di quel processo è la sua insegna, che ha fatto sembrare "ideologica" l'accusa a persone specifiche imputate di specifici reati. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 - L'amaca ["trattativa Stato-Mafia"?] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 22 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ Come capita con certi film penalizzati dal titolo sbagliato, può darsi che sia proprio il titolo "trattativa Stato-Mafia" il problema di quel processo così faticoso e così importante. Non lo Stato tutto intero e in quanto tale, ma uomini dello Stato trattarono con la Mafia, servendola o servendosi di lei. Difatti non lo Stato, ma uomini di potere con cognome e nome, alcuni neanche formalmente uomini dello Stato (per esempio Dell'Utri) sono stati condannati. _________________________________________________________________________________________ Lo Stato è un insieme di stanze e di uffici nei quali hanno abitato e abitano, di volta in volta, eccellenti persone e pessimi soggetti, coraggiosi servitori e funzionari felloni o pusillanimi. Nessuno può "processare lo Stato", come si amava dire nei burrascosi anni Settanta, perché lo Stato è fatto di persone e ogni persona risponde delle proprie azioni: questo valeva per i sordidi organizzatori e/o tutori dell'eversione nera così ben radicati nei servizi segreti, vale per gli oscuri maneggi compresi nel pacchetto "trattativa con la Mafia". _________________________________________________________________________________________ Certo lo Stato italiano, a giudicare dalla travagliatissima storia repubblicana, si è rivelato molto permeabile alle cattive intenzioni e ai giochi sporchi: anche quelli sanguinari, come lo stragismo. Ma furono "Stato" anche Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa e Rocco Chinnici. E dunque, forse, il solo vero errore di quel processo è la sua insegna, che ha fatto sembrare "ideologica" l'accusa a persone specifiche imputate di specifici reati. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 22 aprile 2018 _________________________________________________________________________________________ Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L'amaca [Disprezzare le regole?] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 20 aprile 2018) _________________________________________________________________________________________ Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall'altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di "populismo". _________________________________________________________________________________________ Il populismo è prima di tutto un'operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari. Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita. _________________________________________________________________________________________ Che di questa ignoranza, di questa aggressività, di questa mala educación, di questo disprezzo per le regole si sia fatto un titolo di vanto è un danno atroce inferto ai poveri: che oggi come ieri continuano a riempire le carceri e i riformatori. _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 17 del 22 aprile 2018
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