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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Una zattera in tempesta senza timoniere
post pubblicato in politica, il 26 giugno 2011


           

Anno 2011 N° 26 del 26-06-2011

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE

La striscia rossa del 20 giugno 2011

L'uomo è maturo quando non è più il centro di se stesso, ma comprende e vive che ha in sé qualcosa da dare e da ricevere.

 Oreste Benzi

1.    De Magistris: «Di Pietro va verso il centro ma sbaglia»

Di Pietro vira verso il centro? Passi finché lo dice Vendola, già criticato dal leader dell'Idv, ma quando chi vede una “svolta centrista” e la giudica negativamente è un esponente del medesimo partito dipietrista come Luigi De Magistris la faccenda si complica per il leader.

«Credo che Di Pietro stia tentando una svolta centrista. Non ha senso, perché il centro è già fin troppo ingolfato, e soprattutto non è lì che vogliono andare i nostri sostenitori», dice il sindaco di Napoli a Repubblica.

Che non critica il faccia a faccia in parlamento con Berlusconi, quanto la direzione a suo giudizio presa dal leader: Di Pietro «non sta andando nella direzione giusta, e soprattutto non ha capito che la prospettiva da cui si muove è superata».

Per il sindaco ex pm il partito è e deve restare di sinistra, anzi non può trasformarsi da sua ala sinistra alla sua ala destra e deve invece mantenere rapporti forti con SeL e con «quella parte del Pd in sintonia con le nostre riflessioni. Questa storia del centro che va tranquillizzato diventando moderati - aggiunge - è una sciocchezza».

De Magistris lancia quindi un appello a Vendola, Bersani e Di Pietro: «Smettiamola di toglierci i sassolini dalle scarpe, ragioniamo come squadra, mostriamoci più uniti nel costruire un'alternativa sociale e culturale al berlusconismo». ( l'Unità.it 26 giugno 2011)

La striscia rossa del 19 giugno 2011

Cosa è il leghismo se non la storia di un movimento che non legge?

 Umberto Eco

2.    Un partito nuovo il partito democratico

Sul significato di questa valanga di voti per i referendum si sono già dette molte cose. Conviene rifletterci bene perché le novità sono grandi: dopotutto è una nuova generazione che sta prendendo la parola. Non è poco. Non credo che si tratti solo di una condanna politica di Berlusconi. Certo, anche, ed è fondamentale. Ma nel voto di quei 25 milioni di italiani (ben oltre i confini della sinistra) c’è, io credo, un fenomeno più profondo: il bisogno della gente di riappropriarsi della propria vita.

Bersani parla di una riscossa civica. È vero, ma rispetto a che cosa? Non solo alle vergogne del “bunga-bunga” ma anche (non nascondiamocelo) al degrado della politica: la politica senza finalità, senza analisi né programmi, alla ricerca di un consenso a breve, subalterna al potere economico. Mi ha colpito l’indignazione di qualcuno per il “semplicismo” del quesito sull’acqua e sul nucleare. Sì, era semplicistico ma ciò che non si è capito è il sentimento che finalmente si rivela con tanta forza dopo anni e anni in cui si è fatta solo l’esaltazione dell’individuo negato come persona perché la “società non esiste”.

È il bisogno di “beni comuni” e di qualità della vita che si è rivelato. Emerge, finalmente, un enorme bisogno di giustizia che ho sentito nel grido di una donna semplice: ci avete tolto il lavoro, ci avete reso precari, vi siete arricchiti scandalosamente, voglio almeno impedirvi di prendervi quel più semplice dei beni comuni che è l’acqua. Una ingenuità, certo ma la sinistra se è intelligente deve capire che c’è un enorme bisogno di relazioni sociali, di senso delle cose, di significati della vita, di regole. Io parto da qui. Ed è per questa ragione (sta mutando qualcosa nel rapporto tra politica, economica e società) che sento il bisogno di un partito nuovo. Non più la somma di vecchie storie. Il partito democratico. Un soggetto politico che vuole mettere in campo un movimento riformatore molto vasto, il quale sia sorretto da una cultura in grado di rileggere i problemi italiani alla luce del rapporto sempre più intrinseco tra l’Italia e il mondo.

Ma voi che analisi fate - mi ha chiesto un vecchio amico - se non tenete conto di come il superpotere finanziario sta cambiando ovunque le mappe sociali e il rapporto tra il denaro e la ricchezza reale? Vi rendete conto di che cosa comporta questo tipo di austerità imposta dalla destra europea? Non avrete mai lo sviluppo, e finirete col fare la fine della Grecia.

In effetti è questa la grande tragedia che incombe, per fronteggiare la quale è vitale sgombrare il campo da questo governo che non governa. È a fronte di questo rischio mortale che il dovere del Partito democratico è mettere in campo un nuovo progetto dell’Italia.

Ma non basterà agire “dall’alto”: bisognerà risvegliare le risorse più profonde e vitali del Paese. Ecco la grande impresa in cui si è messo il Pd. È quella di restituire alla democrazia il potere di decidere, il che al fondo consiste nel rovesciare il rapporto di subalternità della politica rispetto all’economia. La democrazia non solo come procedura ma come la libertà delle persone, le quali attraverso un nuovo potere politico vengono messe in condizione di decidere del proprio destino. È qui che si fonda la ragione della riunificazione delle forze riformiste e la novità del profilo di una forza che assume la missione di restituire al “principe” (cioè alla gente) l’enorme potenziale creativo degli italiani, la loro libertà di scegliere, di intraprendere, di realizzarsi.

È in questo orizzonte che io vedo la necessità di rialzare la bandiera del lavoro. Un lavoro che non è solo il lavoro operaio ma, certamente, anche dell’imprenditore, del produttore, dell’intellettuale, dell’artigiano. Una cosa diversa rispetto al lavoro dei tempi di Di Vittorio. Ma una cosa altrettanto forte. Si tratta di una idea di giustizia e di solidarietà, capace di coinvolgere i ceti più moderni e creativi riconoscendo i meriti oltre che i bisogni, e dando la parola a una nuova generazione che è insofferente delle vecchie bordature.

Sono sempre stato convinto che non si possa formare un grande partito senza una visione di lungo periodo. Ma in cosa consiste oggi questa visione se non nel pensare il processo di emancipazione sociale come un fenomeno che non cancella i contrasti di classe ma non si riduce a questi? Tutta la storia umana è andata avanti grazie al progressivo affrancamento dell’individuo dalle vecchie barriere in cui si era andata via via organizzando la società: dai vincoli feudali al ruolo dei sessi, fino alle contrapposizioni sociali su basi ideologiche. Ed è per questo che non sono accettabili le logiche di una oligarchia finanziaria che tende a invadere - anche attraverso il controllo dell’informazione e degli strumenti che producono il “senso comune” - tutti gli ambiti della vita. La società non può ridursi a società di mercato, senza disgregarsi. L’individuo lasciato solo non può fare appello a quelle sue straordinarie capacità creative che non vengono dal semplice scambio economico ma dalla memoria, dall’intelligenza accumulata, dalle speranze e dalle solidarietà umane.

Lo sviluppo umano. Dopotutto non è questo l’obiettivo e il segno identitario del Partito democratico, la sua missione originale? (di Alfredo Reichlin l'Unità.it 19 giugno 2011)

La striscia rossa del 18 giugno 2011

Non basta la moneta unica per fare uno Stato, occorrono una difesa e soprattutto un fisco comune. Ma nessuno dei leader nazionali vuol dare alla Ue la capacità impositiva

Donald Sassoon

3.    Una zattera in tempesta senza timoniere

I RIFIUTI di Napoli. La manovra fiscale da quarantacinque  miliardi. La speculazione contro le banche e contro il debito sovrano. La P4 di  Bisignani.

Sono queste le questioni attorno alle quali si stanno riposizionando le figure  del teatro politico con una differenza rispetto al passato: non sono più le  ideologie a guidare i loro movimenti, ma problemi estremamente concreti e un  nuovo vento che ha trasformato i modi di sentire degli italiani.

L'ipnosi in cui da alcuni anni erano caduti è terminata, si sono risvegliati  dall'indifferenza e non danno più retta alle promesse: vogliono i fatti e li  vogliono subito.

Questo positivo risveglio non è tuttavia privo di rischi e pericoli. La  soluzione di problemi complessi e antichi non si improvvisa, l'epoca dei  miracoli è finita, non esistono bacchette magiche. I risvegliati debbono  partecipare con tenace intelligenza alla costruzione della nuova società; è  giusto che chiedano fatti e non parole, ma i fatti non cadono dal cielo, sono le  tappe d'un percorso e d'un impegno.

I risvegliati debbono contribuire alla costruzione di quel percorso e garantire  il loro impegno, altrimenti il vento nuovo si affievolirà, tornerà la bonaccia e  l'indifferenza, l'attesa di improbabili miracoli e d'una nuova figura  carismatica che si proponga come l'ennesimo uomo della provvidenza.

Non esistono uomini della provvidenza se non nella fantasia di sudditi che si  rifiutano di diventare cittadini.

Le esperienze antiche e recenti  dovrebbero averci insegnato che il popolo sovrano esiste soltanto se la  sovranità viene esercitata ogni giorno, da tutti e da ciascuno, operando al  meglio nel proprio privato e partecipando alla costruzione del bene pubblico. Se  il vento nuovo servirà ad infonderci questi sentimenti e questi comportamenti,  il risultato ci sarà.

***

Berlusconi è sempre più cupo e si rende conto sempre meno di quanto sta  accadendo nel Paese e intorno a lui. Bossi versa in analoghe condizioni. Sono i  due capi della maggioranza parlamentare ma hanno perduto lucidità e credibilità,  avvinti da un comune destino. "Simul stabunt simul cadent".

Maroni lo dice ormai apertamente. Lo dicono Casini e Fini. Lo dice Bersani e  perfino Bisignani lo dice con i suoi mille interlocutori.

Tra le cause dell'umor nero del Cavaliere quella più dolorosa per lui è stata la  scoperta dei veri sentimenti che i suoi più fedeli sostenitori nutrono nei suoi  confronti. Le conversazioni di Bisignani con ministri e ministre, dirigenti di  partito, giornalisti a stipendio, manager di enti pubblici, sono state  altrettante coltellate per lui che aveva lanciato il partito dell'amore.

In realtà non l'ha mai amato nessuno; le profferte di fedeltà intrise di amorosi  sensi erano una mascheratura per ottenere benefici, carriere, ricchezza, potere.  La sua cupezza proviene soprattutto dall'aver scoperto questa realtà. Pensava di  rappresentare un Paese, un'ampia cerchia di fedeli, un gruppo di innamorati. Si  ritrova solo, intrappolato, irriso. E quindi disperato. Ma ancora indispensabile  per la cricca.

La cricca si è divisa in gruppi e gruppetti. Se lui facesse adesso il passo  indietro la guerra civile si scatenerebbe  all'interno del berlusconismo.

Perciò se lo tengono stretto in attesa di nuovi equilibri. Ma quali? Si tratta  in realtà di una zattera sconquassata, senza più timoniere né timone, a bordo  della quale c'è il governo d'un Paese che è ancora uno dei dieci più importanti  paesi del mondo.

Questa è la nostra sciagura, dalla quale prima usciremo meglio sarà per tutti.

***

Il tema dei rifiuti di Napoli ha soverchiato tutti gli altri negli ultimi tre  giorni sebbene sia un fatto locale, limitato ad una città e ad una provincia.

Per consentire il trasferimento provvisorio dell'immondizia napoletana in attesa  che entrino in funzione gli altri necessari meccanismi previsti dal sindaco de  Magistris, è necessario un decreto del governo che superi i contrasti locali e  imponga alle Regioni una solidarietà nazionale che altrimenti non si manifesta.  Ma la Lega si è messa di traverso, non vuole il decreto e non lo voterà in  Consiglio dei ministri né in Parlamento. Calderoli ha parlato a nome di tutto il  partito e ha messo nero su bianco il no leghista.

Nel frattempo il Presidente Napolitano ha fatto urgente appello a tutte le parti  in causa e in particolare al governo affinché scongiuri attraverso apposita  decretazione d'urgenza una calamità sanitaria che avrebbe conseguenze  incalcolabili. Ma la Lega non ha cambiato atteggiamento e questa è la ragione  che ha fatto balzare i rifiuti napoletani a problema numero uno. Poiché Pontida  ha registrato una generale insoddisfazione del movimento leghista e poiché quel  partito è dilaniato da una guerra intestina che si svolge ormai alla luce del  sole, l'unico modo per superare la difficoltà è quello di alzare al massimo i  toni dello scontro. Sembra che Berlusconi risponderà a muso duro ai "niet" di  Calderoli anche se il decreto sui rifiuti si limiterà allo stretto necessario.

Restano tre giorni di tempo per vedere se ancora una volta la Lega, dopo aver  abbaiato, tornerà a cuccia oppure voterà effettivamente contro il governo di cui  fa parte.

Ma nel frattempo incalza l'altro tema fondamentale, quello della manovra fiscale  che sta massimamente a cuore della Lega e non soltanto di essa. Sta a cuore ai  lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali, alla Confindustria e alle  imprese, alle famiglie, al lavoro in tutte le sue forme. Sta a cuore alle  agenzie di rating, ai mercati, alle banche, all'Europa. E sta a cuore -  ovviamente - a Giulio Tremonti che su quel tema e su quella politica gioca la  sua credibilità e la sua carriera.

***

La Lega vuole ottenere un allentamento del rigore fiscale che premi soprattutto  le aziende della Lombardia e del Nordest, i lavoratori autonomi, le  infrastrutture padane e le finanze dei Comuni virtuosi. Ma anche l'opposizione  vorrebbe provvedimenti che favoriscano la crescita, fermo restando il rigore e i  vincoli di stabilità. Il punto di riferimento di questa politica è il discorso  che Mario Draghi pronunciò il 31 maggio scorso nel salone della Banca d'Italia:  liberalizzazioni, tagli della spesa mirati e selettivi, doppio pedale di rigore  e di rifinanziamento della crescita. Le differenze tra le richieste della Lega e le proposte dell'opposizione sono  quelle che passano tra politica nazionale e interessi localistici.

L'opposizione vorrebbe iniziare un percorso che parta da una diversa  distribuzione sociale del carico tributario. La Lega privilegia invece una  diversa distribuzione geografica. Tra queste due concezioni la differenza è  molto elevata tanto più che l'opposizione accetta il paletto tremontiano delle  riforme a costo zero mentre per la Lega (ed anche per Berlusconi) il costo zero  è un intralcio e nient'altro.

Tremonti sembra più vicino alle tesi dell'opposizione che a quelle leghiste  anche se tenda a collocare la crescita e le relative riforme che la rendano  possibile in una prospettiva di tre-quattro anni. Rifugge da interventi  immediati che scontentino alcune fasce sociali a beneficio di altre; è scettico  su una ripresa dei consumi e non vuole dissipare risorse per obiettivi illusori.

Se vogliamo trarre una prima conclusione da questa analisi diciamo che  Berlusconi, Bossi, Tremonti sono tutti e tre in una condizione di estrema  solitudine politica, con una differenza: i primi due possono esser rimossi dai  loro attuali incarichi senza conseguenze catastrofiche, il terzo è per ora  inamovibile a meno di non far ricorso a nomi che diano all'Europa e ai mercati  garanzie di tenuta e credibilità. Viene in mente Mario Monti. Purtroppo altri  non se ne vedono.

***

Che cosa rappresenta il caso Bisignani, esploso proprio mentre è in atto un  positivo risveglio della coscienza nazionale? Il caso Bisignani è l'epilogo d'un  regno, d'un costume, d'una devianza strutturale purtroppo non nuova per la  società italiana.

Qualcuno ne trae argomento per suggerire la legalizzazione delle "lobbies", ma  non si tratto di questo. Il sistema Bisignani non è una "lobby", non tutela alla  luce del sole un interesse specifico e legittimo. Il sistema Bisignani è la messa in comune di informazioni riservate d'ogni  genere, provenienti da fonti d'ogni genere, utilizzabili per raggiungere  obiettivi d'ogni genere.

Le informazioni riguardano procedimenti giudiziari, appalti, nomine nel governo,  negli enti pubblici, nei giornali, nelle televisioni. Le fonti sono ministri,  magistrati, uomini d'affari, faccendieri, ma anche uffici riservati dei  carabinieri, dei servizi segreti e soprattutto della Guardia di Finanza.

È strano il destino di questo corpo armato dello Stato. È quello che con più  tenacia e più lucidità persegue evasori e corrotti ma è quello anche che, specie  nei dintorni del suo comando generale, fa parte da trent'anni di cosche e reti  di malaffare.

Gli obiettivi di questa P4 sono di procurare vantaggi alle fonti.

Un'immensa massoneria che non ha neppure la forma d'una società segreta come fu  la P2. Bisignani fu nella P2, ha esperienza, è stato condannato per le malefatte  che compì allora; perciò la sua P4 è una rete molto più estesa ma molto più  leggera dove la corruzione è il cemento, l'ex magistrato e deputato Papa è il  simbolo più smaccato e Bisignani il confessore di tutti. Tutti si confessano,  non per essere perdonati ma perché le loro confessioni hanno un valore di  scambio e un valore d'uso. Le confessioni sono il patrimonio e l'avviamento  della P4, la loro messa in comune è la ricchezza di Bisignani.

Di reati ce ne saranno una infinità e spetta alla magistratura perseguirli, ma  la rete scoperchia una realtà obbrobriosa, un sistema istituzionale  metastatizzato, un archivio di malefatte e di gossip di cui Bisignani è il  paziente raccoglitore e il furbo custode.

Quando il potere si manifesta con queste fattezze lo schifo ti serra la gola. Il  vento nuovo che spira da qualche tempo potrà, speriamolo, dissipare questi  miasmi e scacciare i loschi mercanti che hanno venduto l'interesse pubblico alle  cupidigie private corrompendo e deformando la democrazia, calpestando la  giustizia ed elevando il privilegio a canone d'una politica.

Tutto questo deve finire. (di EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it 26 giugno 2011)

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