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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
La Resistenza e il 25 Aprle
post pubblicato in diario, il 23 aprile 2009


 di Rosario Salerno

In quei giorni terribili di guerra, di morte e di odio chi ha lottato contro la dittatura fascista, per la Liberazione del Paese dall’occupazione nazista, per la Libertà e la Democrazia si è sacrificato per regalare quei valori a tutti.

Noi, Italiani di oggi,.che ci sentiamo vicini a quei valorosi combattenti, non facciamo fatica ad ammettere la buona fede di alcuni, che in quel tempo erano dalla parte opposta attratti da sentimenti, alti in sé, come Patria, Famiglia, Onore ma che, in quel contesto storico, servivano per nascondere il tradimento a favore di chi, poi, si è rivelato crudele nemico.

Sia chiaro però che la nostra disponibilità al perdono può esistere solo dopo l’ammissione che inconsapevolmente hanno sprecato la propria Vita lottando al fianco dell’invasore nazista.

Una Nazione non è se tutti i Cittadini non si riconoscono in valori e principi comuni. L’Italia questi principi e questi valori li ha conquistati con le armi sui monti, nei paesi e nelle città con atti eroici, azioni valorose e il sacrificio di interi paesi distrutti dalle rappresaglie disumane della belva nazista.

Purtroppo qualcuno oggi insinua ancora che alcune forze politiche che parteciparono alla Resistenza non possono essere celebrati come portatori di libertà.

A chi afferma ciò è facille rispondere che le stesse forze che cacciarono dall’Italia lo straniero nazi-fascista si sono riuniti, subito dopo, nell’Assemblea Costituente per tracciare il percorso e le regole atte a fare dell’Italia, rinata dalle macerie del fascismo, una nazione democratica degna di cittadini finalmente liberi.

Ne è nata la nostra attuale Costituzione che è apprezzata anche dai democratici di tutto il Mondo perchè faro e garanzia di Democrazia e Libertà.

Acireale, 23 Aprile 2009


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La Resistenza non ha colore
post pubblicato in diario, il 23 aprile 2009


 di GIORGIO BOCCA
 
SILVIO Berlusconi, accogliendo l'invito del segretario pd
Franceschini, parteciperà per la prima volta al 25 aprile. È una decisione che
va giudicata positivamente perché in essa oltre che a un diritto si riconosce il
dovere del presidente del Consiglio di celebrare assieme a tutti gli italiani la
festa della Liberazione e i valori della Resistenza, dell'antifascismo e della
Costituzione. Ma quando aggiunge che lo farà perché di questa festa non se ne
appropri soltanto la sinistra il premier rivela di essere ancora lontano da una
autentica maturità democratica e storica. Più fallace di lui si dimostra il
ministro della Difesa Ignazio La Russa.

La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che "i
partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come
portatori di libertà", cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È
difficile capire su cosa si basi l'affermazione di La Russa dato che il Partito
comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come
garibaldini, fece parte e parte decisiva dell'Assemblea costituente da cui è
nata la Repubblica democratica.

Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura
potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai
rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe
preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani
vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la
responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale
comunista di cui l'italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma
l'accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di
influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna,
riconfermato nell'incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania
nazista e rispettato anche dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria.

Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di
convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna
durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe
entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie
regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti
civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola
proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto
delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna
nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti
dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta
vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il
loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura
sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro
quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall'occupazione
della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l'attentato a
Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del
partito.

Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull'inaffidabilità democratica
dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla
Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla
Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono
schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c'è un'altra ragione,
anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella
di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt'uno con il
partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura
stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare
la storia e anche la politica.

Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà
estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta
politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni
non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che
si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per
raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino
piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della
scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato,
perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con
Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista.

Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai
sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista,
ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro.
Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e
del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di
amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per
uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per
venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà. (22 aprile 2009)


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