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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Al Capone è all'angolo ma ancora può colpire
post pubblicato in diario, il 6 ottobre 2013


           

Anno VI N° 40 del 06 ottobre 2013

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE   

La striscia rossa del 2 ottobre 2013  

Quello del Senato italiano è stato un voto di fiducia per i lavoratori, le imprese e tutti gli europei che si battono per uscire dalla crisi

Martin Schulz su Twitter  

1 - Al Capone è all'angolo ma ancora può colpire  

(di Eugenio Scalfari  Repubblica.it 06 ottobre 2013)

Il Caimano del regista Nanni Moretti aveva già previsto tutto con qualche anno d'anticipo sui politici e così pure la "ballata" di Roberto Benigni; l'ho ricordati nel mio articolo di domenica scorsa e li ricordo qui ancora una volta.

Ma l'attore Moretti che nell'ultima parte del film impersona il Caimano ha poco a che fare con Silvio Berlusconi: è un uomo lucido, severo, terribile e soprattutto coerente. Afferma davanti al Tribunale che lo condannerà, che l'uomo (lui) eletto dal popolo a grande maggioranza non può esser giudicato dalla magistratura e rafforza questa sua posizione anche dopo la condanna esortando il popolo alla rivolta senza mai costruire una qualsiasi alternativa e senza affidarsi al consiglio d'un amico o d'un consulente o d'un esperto.

Non ha dubbi, non ha incertezze, non ha ripensamenti, non ragiona con le viscere ma col cervello.

Il Berlusconi vero non è affatto così, anzi è l'opposto di così e lo si vede chiaramente con quella sorta di film dal vero che si è svolto mercoledì scorso sotto i nostri occhi.

Alle dieci del mattino esce da Palazzo Grazioli di fronte al compatto muro di telecamere e fotografi che lo aspettano al varco e va a Montecitorio dove è riunito il grosso dei dirigenti del partito e dei gruppi parlamentari. Li arringa, ribadisce la necessità di votare contro il governo Letta, non apre contraddittori e se ne va.

Palazzo Grazioli però è una porta aperta e i suoi consiglieri lo seguono e salgono fino al suo appartamento. Falchi e colombe fanno ressa, litigano tra loro, alcuni vengono chiamati nello studio dove sta il Capo, con l'ansia e l'angoscia che gli rodono il fegato e gli pesano sulle palpebre. Alfano, Lorenzin, Gelmini, Cicchitto, Sacconi, sostengono la fiducia al governo; Bondi, Santanché, Verdini, Brunetta, Carfagna, il contrario. Lui ascolta, si tormenta le dita, si passa le mani sul volto, si dimena sulla poltrona. Poi quasi li caccia coadiuvato dalla fidanzata. Soffre ed è evidente a tutti. Fa pena o almeno questo è il racconto che alcuni di loro fanno a chi li attende fuori. Un nuovo confronto è indetto a Montecitorio per il primo pomeriggio.

Intorno alle ore 14 la votazione sulla fiducia sta per cominciare. Letta ha già parlato ed è stato chiaro e deciso, ha esposto le linee del programma economico e di riforma della Costituzione, ha manifestato l'intenzione che il governo duri fino alla fine del 2014, appena terminata la presidenza semestrale del Consiglio europeo. Ma ha anche aggiunto che non vi saranno mai più leggi "ad personam" o "contra personam" riaffermando che le azioni di giustizia, quali che siano, riguardano fatti privati e non debbono avere alcuna conseguenza sul governo che deve soltanto occuparsi degli interessi generali del paese.

Intanto la discussione ferve sempre più accesa nella sala dove il gruppo dirigente del Pdl è riunito attorno al suo "boss". Ma il boss sempre più aggrondato, cupo, tormentato, sudato, che ha perso il piglio dell'Al Capone dei tempi d'oro che gli è stato abituale per trent'anni, ed ora sembra un Re Travicello, sbattuto tra le onde e gli alterchi che s'incrociano intorno a lui. E loro, quelli che disputano sul da fare, sul voto che tra poco ci sarà, sulle conseguenze che ne deriveranno, non si curano più di lui.

Gridano, qualcuno prende a spintoni qualcun altro, alcuni sospirano, altri addirittura piangono. Lui spesso chiude gli occhi che ormai sono diventati due fessure a causa dell'ennesimo lifting mal riuscito e della rabbiosa emozione che lo tormenta.

Ogni tanto un commesso bussa alla porta e avvisa che la "chiama" sta per cominciare. A quel punto lui si scuote, si alza e con voce decisa annuncia che si voterà la sfiducia. Chi non se la sente resti fuori dall'aula o non voti, che al Senato equivale al voto contrario.

Quasi tutti sciamano, escono nella galleria dei "passi perduti", gremita di giornalisti, infine entrano in aula. Bondi annuncia pubblicamente con piglio tracotante che il Pdl voterà "no" e così, nell'aula della Camera, fa Brunetta. Non ci sono sorprese in nessun settore delle due assemblee e sui banchi del governo.

Ma Alfano e Lupi sono rimasti dentro e Gasparri con loro. Per l'ennesima volta gli espongono le ragioni che militano a favore del voto di fiducia. Lui continua a negarle e rifiutarle anche se il sudore riappare sulla sua fronte e le mani sono strette e quasi aggrovigliate l'una nell'altra. A un certo punto  -  la "chiama" è già cominciata  -  arriva affannato il vice di Schifani, presidente del gruppo parlamentare in Senato, e gli consegna un foglio di carta dove sono incollate le foto scattate da un fotografo in aula alle spalle di Quagliariello con sopra scritti i nomi dei senatori pidiellini pronti a varcare il Rubicone e a schierarsi a favore del governo Letta. Sono 23 ma si sa già che stanno per arrivare altre due adesioni ed altre ancora arriveranno. In quelle condizioni, scrive Schifani nel suo biglietto, lui non si sente di fare una dichiarazione di voto a nome di un gruppo ormai spaccato e chiede a Berlusconi di farla lui.

Risultato: il boss si avvia con passo alquanto incerto verso l'aula, va al suo seggio, gli viene data la parola e dice a bassa voce quello che abbiamo sentito in tivù e che tutti i giornali di giovedì hanno pubblicato: il Pdl voterà la fiducia ma insulta per l'ennesima volta la magistratura e il Pd. Luigi Zanda, immediatamente dopo di lui, rinvia all'ancora Cavaliere gli insulti ricevuti con parole dure e annuncia la fiducia a nome del partito da lui rappresentato.

Lo spettacolo, perché di questo si tratta, continua con le telecamere che dal loggione riservato alla stampa inquadrano ininterrottamente Berlusconi che si copre gli occhi con le mani e Letta che dopo quella dichiarazione rivolgendosi ad Alfano seduto accanto a lui gli dice "grande" alludendo ironicamente all'ex boss del centrodestra che ormai ha sancito la propria irrilevanza tentando però di coprire la spaccatura del suo partito.

* * *  

Così più o meno sono andate le cose nella giornata-culmine della storia degli ultimi vent'anni. La fine di Berlusconi è anche quella del berlusconismo? Il rafforzamento del governo e la sua stabilità? La crescente forza attrattiva del Pd che sembrava perduta da un pezzo? Così sembrerebbe e così è sembrato quel pomeriggio di venerdì. Ma poi sono sorti alcuni dubbi non infondati che Letta e i suoi più stretti collaboratori stanno valutando e che in questi due giorni drammatici seguiti alla strage degli immigrati a Lampedusa, sono avvenuti sotto traccia anche se qualche indicazione è stata cautamente manifestata.

Se Berlusconi avesse la natura del Caimano recitato da Nanni Moretti, a questo punto non avrebbe avuto dubbi: avrebbe dato ad Alfano la guida del Pdl, si sarebbe dimesso da senatore e si occuperebbe soltanto delle questioni proprie e delle sue aziende. Il Caimano di Moretti fece l'opposto: chiamò il popolo alla rivolta, ma con coerenza, senza mai aver oscillato come il pendolo d'un orologio. Se avesse indicato la strada della conciliazione, l'avrebbe seguita con altrettanta coerenza.

Ma qui, nel Berlusconi vero, sono le viscere a parlare. E' bugiardo, segue gli umori, non ha alcuna visione del bene comune, odia lo Stato e le istituzioni, è un fantastico venditore di frottole, posseduto da un narcisismo finto spinto all'egolatria.

Perciò farà di tutto per vendere ad Alfano e ai suoi moderati un moderatismo di carta d'argento con dentro cioccolatini avvelenati. Tenterà di logorare il governo facendo leva sui ministri che l'hanno ancora nel cuore (Beatrice Lorenzin l'ha detto e ripetuto a "Porta a Porta" di Vespa). Non sarà più senatore ma sarà ancora e sempre presidente della coalizione, perfino se dovesse andare in galera. Impedirà - fingendosi definitivamente persuaso ad appoggiare il governo - che si formi un gruppo parlamentare fuori dal Pdl.

Metterà in disparte pitoni e pitonesse.

Accetterà che i giornali di famiglia siano diretti da persone gradite ad Alfano. Ma coverà la rabbia e la vendetta aspettando che possano manifestarsi con effetti efficaci. E fidando sulla sopravvivenza del berlusconismo in una parte comunque ragguardevole del corpo elettorale.

A queste evenienze occorre che tutti quelli che hanno una visione del bene comune, moderata o progressista che sia, guardino con la massima attenzione.

Il modo migliore sarebbe di far nascere nuovi gruppi parlamentari e un nuovo partito di centrodestra o di centro. E che insieme al Pd governi questa fase di necessità e approvi la legge elettorale proposta da Violante, fondata su criteri proporzionali con ballottaggio tra i primi due partiti o coalizioni che abbiano riscosso più voti.

Quest'ultimo risultato è essenziale, anche in assenza di gruppi elettorali che dividano in due il Pdl.

Il primo appuntamento sarà tra una ventina di giorni: il voto al Senato sulla decadenza di Berlusconi da senatore.

È un voto pieno di insidie. I pidielle voteranno in massa per Berlusconi, forse con qualche defezione ma poche. Il Pd in massa per la proposta approvata dalla Giunta. I grillini altrettanto. Quindi una maggioranza schiacciante sulla decadenza. Ma andrà veramente così? Pesa ancora il ricordo dei 101 voti contro Prodi di cui ancora si ignora la provenienza; in questo caso possono venire da grillini che li attribuiscano a dissidenti del Pd o da dissidenti del Pd che li attribuiscano ai grillini; o da tutti e due che fanno lo stesso gioco. Dunque molta attenzione.

Il serpente è tramortito ma ci mette poco a riaversi e mordere ancora.  

La striscia rossa del 5 ottobre 2013  

Su quella barca, al posto di quei disperati, ci potevo essere io. È un dolore terribile che mi paralizza. Ma per un ministro il dolore deve trasformarsi in azione: le norme sull’immigrazione vanno tutte riviste.  

Cécile Kyenge ministro dell’Integrazione  

2 - L’umanità perduta  

(di Moni Ovadia l'Unità.it 05 ottobre 2013)  

Le foto pubblicate ieri da molti giornali rimarranno indelebili nella nostra memoria nazionale. Quella composizione di immagini intime, private, comuni, esprime con una forza icastica straordinaria, la nostra appartenenza ad una sola comunità di viventi, quella umana. […]

[…] Quando poi si sarà estinta l’eco degli atti di generosità dei soccorritori – e fra essi quelli ininterrotti dei magnifici lampedusani – la retorica, come sempre, ridiventerà la vera protagonista della scena. «Questa è stata una tragedia annunciata e altre ne seguiranno», mi è sembrato di avere sentito dire dal presidente della Regione Sicilia Crocetta nel corso di un programma de La7. Se le cose rimangono come sono, il presidente Crocetta ha ragioni da vendere.  

Al di là della fattispecie di quest’ultima strage, con l’assetto politico italiano ed europeo attuale, con leggi nefaste e crudeli come la Bossi-Fini, non possono non prodursi catastrofi umane come questa ennesima carneficina dell’indifferenza. La vile retorica dei diritti umani enunciati e puntualmente e cinicamente disattesi, magari per facili consensi elettorali, continuerà a perpetuare la logica che crea le premesse per nuovi eccidi. […]

[…] Alleati ideali dei gruppi di potere in questo modello, sono le malavite organizzate, capaci di gestire interi settori economici, oltre ai dittatori e semi-dittatori residuali. Ovviamente, in questa palude sguazzano terrorismi veri e verosimili.  

In quest’atmosfera plumbea e intossicata, l’affacciarsi sulla scena internazionale di Papa Francesco, è un annuncio di luce e di speranza. La schiettezza, la forza diretta e chiara della sua lingua nel contesto mediocre e degradato delle nostre società incapaci di elaborare e di esprimere valori credibili, è rivoluzionaria, così come rivoluzionarie si annunciano le sue azioni politiche, teologiche e spirituali. […]  

[…] Il magistero di Papa Francesco, appare oggi essere l’unica novità che possa far rinascere il sogno di un mondo di pace, di giustizia sociale, di fratellanza nel nostro tempo afflitto e devastato. Sia chiaro, non ho intenzione di convertirmi, sono un ebreo agnostico e tale rimango, sono un uomo di sinistra per formazione e vocazione e, proprio in quanto tale, vedo criticamente lo stato fallimentare in cui la sinistra versa incapace di toccare i cuori e accendere ideali. La laicità, per me, continua ad essere il pilastro costitutivo dell’etica democratica e so che i contrasti con il mondo cattolico rimangono, ma sento che adesso il confronto, anche se aspro, potrà essere civile e costruttivo.

La striscia rossa del  2 ottobre 2013

Il nostro Innominato è semplice, pragmatico e spudorato.  Si tormenta tutta la notte, conta e riconta quanti bravi gli sono ancora fedeli e se alla fine capisce che lo mettono in minoranza vota la fiducia.

Marco Bracconi

3 - Il travaglio interiore

(di Marco Bracconi Repubblica.it  2 ottobre 2013)  

Fosse vivo Alessandro Manzoni dovrebbe aggiornare di corsa le pagine sulla notte dell’Innominato. Perché oggi, a Palazzo Madama, è stata finalmente coniata una nuova e più avanzata concezione del “travaglio interiore”.

Nei nuovi Promessi sposi l’Innominato si tormenterà in tutt’altro modo. Nessuna discesa della grazia divina, non è necessario. Basta fare bene i conti.

Il nostro Innominato è semplice, pragmatico e spudorato.  Si tormenta tutta la notte, conta e riconta quanti bravi gli sono ancora fedeli e se alla fine capisce che lo mettono in minoranza vota la fiducia.

E tanti saluti a Lucia.

La striscia rossa del 26 settembre 2013  

Il mondo è in condizioni peggiori del 2008. Si continuano ad accumulare errori da parte di soggetti che non li capiscono. E quando si accumulano senza correzioni, gli errori diventano più pericolosi.

Nassim Nicholas Taleb, New York University  

4 - Crimi dixit

(di Marco Bracconi Repubblica.it  4 ottobre 2013)   

“Vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con non mollare non è che intende non rilasciare peti e controlla l’incontinenza?”.

Questo il post appena pubblicato da Vito Crimi su Facebook a commento di un manifesto di sostegno al Cavaliere.

La cosa sarebbe di per sè minimale, non fa neanche ridere. Però conferma che uno dei peggiori danni del berlusconismo è aver creato le condizioni per cui uno come Crimi oggi può tranquillamente sedere in Parlamento.

E’ amaro dover ammettere che se avessimo avuto una classe politica più onesta, seria ed efficiente,  l’ex capogruppo grillino non sarebbe a Palazzo Madama  ma al bar dello sport a divertire il popolo con le sue raffinate metafore. O, ad essere magnanimi, nel cortile di una scuola media.

E invece tra qualche giorno avremo – giustamente – Berlusconi fuori dal Senato, e lui ancora lì a dirci che i Cinque Stelle sono tutto, e tutti gli altri merda.

La striscia rossa del 29 settembre 2013  

Se provi a aprire la finestra Capataz e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano e invece contano e ci stanno contando già.

Francesco De Gregori  

5 - Perché Maurizio Gasparri non va a nascondersi

(di Maria Novella Oppo l'Unità.it 05 ottobre 2013 )

In fondo, si potrebbe evitare di guardare la tv nelle ore di punta, visto che ormai ci sono tanti programmi mattutini che riprendono ogni notizia, immagine, dichiarazione della giornata precedente. E niente può sfuggire all’eterno riciclo, che ci fa vedere e rivedere per giorni anche le scene più terribili, proprio quelle che non avremmo mai voluto vedere.

Ieri, per esempio, alla immane tragedia di Lampedusa si alternavano ancora le risse interne al Pdl e gli esiti della «storica» figuraccia fatta da Berlusconi, conditi da lacerazioni ulteriori tra berlusconiani delle origini (quelli, diciamo così, della marcia su Roma) e i cosiddetti diversamente berlusconiani (stile 25 luglio). Ora sembrano tutti intenzionati a qualche ricucitura formale, benché l’odio covi sotto la cenere e le due fazioni sperino di ottenere l’una la testa degli altri.  

Ma bisogna riconoscere che la signora Santanché e il suo compagno Sallusti non ci provano neanche a mitigare i toni. Lei ripete dappertutto di aver offerto agli avversari la sua testa su un piatto d’argento e si capisce che le piace immaginarsi non più pitonessa, ma Gorgone decollata, coi ricci che cadono dal vassoio come serpenti inanellati.  

Lui, Sallusti, invece accusa il segretario Alfano di aver chiesto a Berlusconi la sua cacciata dalla direzione del Giornale. Uno scandaloso attentato alla libertà di stampa, contro un giornalista che avrebbe già patito- lamenta- i rigori della giustizia politica! Ed è inutile fargli notare che una cosa è fare informazione e tutt’altra cosa è mazziare gli avversari, fossero pure del suo stesso partito.

Gasparri, ospite de L’aria che tira (La7), ha tentato di minimizzare, dicendo che, ma sì, anche a lui è capitato di essere criticato dal Giornale. Per esempio, nella guerra tra le fazioni Pdl, lo hanno accusato di volersi un po’ nascondere. E poi ha aggiunto sorridendo: «Ma, come si può vedere, io tutto faccio, tranne che nascondermi». Infatti, è proprio questo il problema.

 N° 40 del 06 ottobre 2013

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