.
Annunci online

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
«CARI PARTITI, ORA ASCOLTATECI O NIENTE VOTO».
post pubblicato in diario, il 4 dicembre 2011


           

Anno 2011 N° 49 del 04-12-2011.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa del 2 dicembre 2011

Parlare della fine dell’euro è un’attività senza senso: bisogna fare in modo che funzioni.

Cristopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia

1.     Prodi attacca Merkel "Politica tedesca irragionevole".

(L'Unità.it 1 dicembre 2011).

"Qui si sta giocando col fuoco. La crisi greca si doveva risolvere in fretta e in silenzio, ora è diventata una tragedia. L'ex governo ci ha danneggiato in Europa".

Sul tema della crisi dell'eurozona «la politica tedesca è spesso di una durezza e irragionevolezza straordinaria». Lo sostiene l'ex premier Romano Prodi che ha fortemente criticato la politica economica del Governo Merkel. «Si è rischiato di mettere in crisi l'euro - ha detto - ma farlo non è nemmeno nell'interesse tedesco visti i dati della sua bilancia commerciale. La Germania deve usare se non la propria saggezza, almeno la propria convenienza, perchè qui si sta veramente giocando col fuoco». Il problema dell'Europa, secondo Prodi, è che è «completamente divisa, non ha in sè la forza per agire, anche se rimane la più grande forza economica del mondo.

La Merkel - ha rincarato Prodi - non cambia linea di una virgola, non vuole nessuna forma di collaborazione, non vuole rimedi che potrebbero risolvere i problemi, ha aderito al Fondo salva-stati all'ultimo minuto e a stento. Sul fronte della crisi greca, ad esempio, si è perso tempo, si doveva risolvere in fretta e in silenzio, si poteva risolvere in cinque minuti ed invece è diventata una tragedia. Da allora si è continuato con provvedimenti inferiori alle necessità e presi in ritardo».

La Bce deve diventare il prestatore di ultima istanza ed è necessario introdurre gli eurobond. Sono le due ricette che ipotizza Prodi per uscire dalla crisi dell'euro. «O chiudiamo bottega - ha detto il professore parlando a Bologna all'assemblea nazionale dell'Ancpl (Legacoop) - o la Bce deve fare la Bce ovvero diventare prestatore di ultima istanza. La Francia è favorevole, ma la Germania irremovibile. Un altro tema è quello degli eurobond». Per sostenere l'emissione delle obbligazioni europee Prodi ha portato l'esempio americano. «La situazione della California è più grave di quella della Grecia - ha detto - ma nessuno pensa ad aggredirla perchè il debito degli Stati Uniti è difeso dalla massa critica. Il dollaro è un cane molto grosso. La Germania ha come bestia nera l'inflazione ma non aiuta per nulla il riequilibrio europeo»

L'ex presidente della Commissione ha poi attaccato duramente il governo Berlusconi: "E' stato assente in tutte le decisioni europee importanti. È per questo che l'Italia è stata danneggiata fortemente e ora il sistema economico e bancario sono in difficoltà". «Il governo passato - ha detto Prodi - in Europa non c'era», eravamo «assenti in tutte le decisione importanti» dove «sono state prese decisioni che ci hanno fortemente danneggiato e sfavorito» per esempio nel campo della «regolamentazione delle banche, in quello agricolo e quello delle costruzioni». La critica principale, quindi, non è tanto sulle «decisioni prese» dai partner europei, ma dall'«assenza dell'Italia». Per questo, ora, il nuovo governo «dovrà fare un braccio di ferro» in particolare per superare l'eccessiva «restrizione di possibilità di azione delle nostre banche». «I parametri individuati - ha aggiunto - hanno sfavorito le nostre banche» che hanno chiuso i rubinetti anche con il mondo produttivo.

La striscia rossa del 1 dicembre 2011

Il motore del Duemila sarà bello e lucente. sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.

Lucio Dalla

2.     LA LETTERA: «CARI PARTITI, ORA ASCOLTATECI O NIENTE VOTO».

(La rappresentanza del Comitato Se non ora quando Mercoledì 30 Novembre 2011).

 Care donne che eravate in piazza con noi il 13 febbraio, a rivendicare dignità e rispetto, care tutte le altre, italiane per nascita o per scelta.

Care donne che non hanno perso il coraggio, la voglia di esserci, il progetto di contare, la speranza di uscire da questi anni di fango.

Care donne singolari e plurali, diverse l’una dall’altra, sorelle compagne amiche, figlie e madri, siamo di nuovo qui, tutte unite, perché tutte unite siamo una forza e con “una forza” è ora che facciano i conti. Tutti.

Siamo una forza, per quante siamo e per come siamo. Siamo quelle che tengono insieme affetti e lavoro, cura e responsabilità, libertà e senso del dovere. .

Siamo quelle che il diritto di essere cittadine se lo guadagnano giorno per giorno sulle barricate della vita quotidiana.

 Non c’è da uscire solo da una crisi economica, ma da una crisi politica, una crisi istituzionale, una crisi morale, da una logica, un immaginario, un ordine. In questo passaggio difficile non possiamo tirarci indietro, perché non può tirarsi indietro chi regge questo paese sulle proprie spalle.

Le donne non possono mancare per ridare all’Italia la dignità che ha perso, per ridarle credibilità, nel mondo, in Europa. Perché vogliamo restare in Europa e lavorare per un suo reale governo politico. .

Ma soprattutto non possono mancare per una politica che sia radicata alle necessità vere di donne e uomini. Democrazia vuol dire donne e uomini insieme al governo, capaci di far parlare le loro vite diverse. E anche così dovranno essere democratiche le aziende, le banche, le istituzioni, le fondazioni, le università.  Tutto.

E che nessuno ci venga a dire che questo non è il momento. Per anni abbiamo votato una rappresentanza irregolare, composta da una maggioranza schiacciante di uomini. Abbiamo votato in cambio di niente, infatti questo paese non ci somiglia, non ci racconta. Ma adesso basta.

Adesso, attenti: una donna un voto. Quando chiederanno il nostro voto non lo daremo più né per simpatia, né per ideologia, ma solo su programmi concreti e sulla certezza dell’impegno di 50% di donne al governo. Il 50% non è quota rosa, non serve a tutelare le donne, serve a contenere la presenza degli uomini, non è un fine, ma solo un mezzo per rendere il paese più vivibile ed equilibrato, più onesto, più vero. .

I partiti indifferenti perderanno il nostro voto. E voi uomini, che ci siete stati amici, che ci avete seguiti nelle piazze del 13 Febbraio, credetelo: la nostra forza è anche la vostra. È per un bene comune che stiamo lottando.

Un Paese senza la voce delle donne è un Paese che va a finir male, verso una società triste e lenta, ingiusta, immobile, volgare e bugiarda. Bisogni e desideri delle donne possono già essere un buon programma di governo.

Sappiamo più degli uomini quanto oggi sia difficile vivere, difficile lavorare, mettere al mondo figli, educare, difficile essere giovani, difficile essere vecchi. Le nostre competenze non le abbiamo guadagnate solo sui libri, ma anche dalla faticosa e spesso terribile bellezza della vita delle donne. La nostra storia ci insegna che non serve lamentarsi.

Non ci basta più quella specie di società equilibrista e funambola che abbiamo inventato, in completa assenza dello Stato, per poter vivere decentemente e far vivere decentemente.

La società civile è più donne che uomini. È ora di cambiare, cittadine!. L’11 Dicembre 2011, in tutte le città d’Italia.

La striscia rossa del 3 dicembre 2011

Il presidente Napolitano ha traghettato la nave Italia attraverso uno dei più complessi passaggi del dopoguerra. Qualcuno ha iniziato a chiamarlo Re Giorgio.

New York Times

3.     La Terza Repubblica nel segno di Napolitano.

(di EUGENIO SCALFARI. La Repubblica 04 dicembre 2011).

Oggi, probabilmente conosceremo i primi provvedimenti del governo per raddrizzare i conti pubblici e compensare i sacrifici che graveranno su tutti i cittadini con interventi destinati alla crescita. Mario Monti non ha usato mezzi termini, i sacrifici li ha annunciati senza ipocrisia né diplomazie, ma anche ha profuso nelle sue dichiarazioni il concetto di equità. Ebbene, c'è un solo modo di intendere la parola equità in una situazione come quella che stiamo vivendo: ingaggiare la lotta contro la recessione

Se ci sarà recessione non ci sarà equità; se la domanda interna  -  privata e pubblica  -  non sarà adeguatamente incentivata, l'equità diventerà una parola vana, salvo la progressività delle misure rigoristiche; ma quella è un'equità assai impalpabile che scontenterà tutti

Quindi la crescita: maggior potere d'acquisto ai redditi medio-bassi, sgravi fiscali sugli investimenti, incentivi all'occupazione, incentivi alla costruzione di infrastrutture e ai lavori pubblici e soprattutto interventi che volgano in positivo le aspettative di consumatori, lavoratori, imprenditori, banchieri.

Se non riprenderemo a crescere non ci sarà equità poiché il fardello che grava sulle spalle di chi ha un reddito da 5 mila a 15 mila euro annui e paga un'imposta del 23 per cento e chi sta oltre i 200 mila e paga un'imposta del 43 per cento è comunque incommensurabile

Chiarito questo punto per quanto riguarda l'equità, resta il problema della natura di questo governo

Molti lo considerano come una sorta di guardiano commissariale il cui compito è soltanto quello di gestire l'economia e la finanza. Una volta che questo compito sia adempiuto, il commissario dovrà fare le valigie e andarsene con tutti i suoi collaboratori, magari con i ringraziamenti della nazione e dell'Europa. Nel frattempo, e fino a quando sarà in carica, null'altro deve fare. Ma le cose non stanno affatto così.

Questo è un governo a pieno titolo e se è vero che il suo compito principale è quello dell'economia è vero anche che ha un ministro degli Esteri che dovrà gestire i nostri rapporti con il resto del mondo; un ministro dell'Interno che dovrà occuparsi non solo dell'ordine pubblico ma della lotta contro le mafie, e la criminalità; un ministro della Giustizia che avrà il compito di riformare l'ordinamento giudiziario, soprattutto quello della giustizia civile ma non soltanto; un ministro del Tesoro che dovrà occuparsi anche delle molte aziende pubbliche e in particolare di quelle che il Tesoro controlla; un ministro delle Comunicazioni cui incombe il tema dell'urgentissima riforma della Rai; un ministro dell'Istruzione che gestirà le scuole e le Università; un ministro dell'Integrazione e della Cooperazione che dovrà affrontare il gigantesco tema dell'immigrazione; un ministro della Coesione territoriale con il compito di far diminuire le diseguaglianze strutturali tra aree evolute e aree depresse

Che dovrebbero fare questi ministri fino a quando il governo sarà in carica? Costruire barchette di carta e altri origami in attesa di togliere il disturbo? Organizzare partite a briscola e a rubamazzo? O addirittura chiudere i ministeri e mettere i dipendenti in aspettativa?.

Questo, lo ripetiamo, è un governo a pieno titolo, un governo politico, il cui scopo primario non diminuisce e tantomeno cancella il compito di governare il Paese nel modo migliore, con spirito innovativo in tutti i campi, fino a quando avrà la fiducia del Parlamento e fino a quando lo scopo primario non sarà portato a termine. Chi lo concepisce come un commissariato dell'economia e nient'altro che questo, ha la testa nelle nuvole o cerca pretesti per metterlo anzitempo in crisi.

Monti non cada in questa trappola. È giusto che abbia trattenuto nelle sue mani l'"interim" dell'Economia, ma non dimentichi che è soprattutto il "premier" e si comporti come tale in conformità al giuramento da lui fatto e da ciascuno dei suoi ministri nelle mani del Capo dello Stato

***.

Nel lessico politico corrente questo è stato definito il governo del Presidente della Repubblica. Anche noi, anch'io, l'abbiamo chiamato così, ma forse (anzi senza forse) abbiamo commesso un errore. In una democrazia parlamentare non esiste un governo del Presidente perché sia per il suo insediamento sia per la sua permanenza è indispensabile la fiducia del Parlamento. Non esiste un governo tecnico visto che la fiducia parlamentare si fonda su una maggioranza politica la quale si fonda a sua volta su una visione condivisa del bene comune

I motivi e le forme che hanno condotto alla costituzione del governo Monti hanno le loro radici nella crisi economica in atto, ma questo non ha cancellato la natura della democrazia parlamentare. Ho ricordato nell'articolo di domenica scorsa alcuni precedenti significativi. Ho ricordato il governo Fanfani del 1960 la cui maggioranza fu definita "delle convergenze parallele". Ho ricordato il governo istituzionale concepito da Bruno Visentini come la sola e corretta applicazione della Costituzione, deformata da una "costituzione materiale" in cui la partitocrazia si sovrapponeva alla democrazia parlamentare

Il governo Monti, motivato dall'emergenza dell'euro, realizza in pieno il ritorno alla Costituzione che configura con chiarezza sia il ruolo dei partiti sia quello del Presidente della Repubblica. Il fatto che la partitocrazia abbia deformato la corretta applicazione costituzionale non significa che quando il governo Monti avrà compiuto la sua opera e realizzato i suoi obiettivi, tutto debba tornare come prima e la partitocrazia di nuovo dominante il campo. Non significa insomma che nel maggio del 2013 si debba inalberare l'insegna dell'heri dicebamus.

La Costituzione è precisa su questi punti. I partiti non debbono essere le agenzie di collocamento delle loro clientele e non debbono occupare le istituzioni, ma comportarsi come organi di indirizzo politico e di raccolta del consenso dei cittadini attorno ad una concezione del bene comune, d'una scala di valori e di legittimi interessi che ogni partito rappresenta

Le istituzioni dal canto loro sono gli strumenti erga omnes che traducono operativamente l'indirizzo della maggioranza, a patto di preservare la distinzione fondamentale tra lo Stato e il governo. I governi cambiano se cambia il consenso popolare; lo Stato invece permane ed è il contenitore dell'interesse generale.

Su questa distinzione tra Stato e governo si aprì un dibattito storico quando fu formato lo Stato unitario 150 anni fa. Ne discussero in Parlamento, nei loro scritti, nelle leggi costitutive di quello Stato, uomini del valore di Marco Minghetti, Silvio Spaventa, Ruggero Bonghi, Francesco De Sanctis e poi Giustino Fortunato, De Viti De Marco, Benedetto Croce, Luigi Einaudi. Il tema era quello del rapporto tra i partiti e l'Amministrazione e l'altro strettamente connesso della giustizia nell'Amministrazione.

Penso che, per una sorta di eterogenesi dei fini, il governo di Mario Monti nato dall'emergenza sarà il pronubo d'un rapporto nuovo tra i partiti e le istituzioni e che questo debba essere l'essenza della terza Repubblica. Penso e mi auguro che il futuro Parlamento sia espressione vera e non fittizia del popolo sovrano che abbia il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Penso e mi auguro che i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello Stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza. Penso e spero che il Parlamento eserciti non solo il potere legislativo ma il controllo sull'attività del governo e cessi di essere il luogo di passiva registrazione dei suoi voleri.

Penso infine che il presidente del Consiglio debba avere maggiori poteri rispetto ai suoi ministri e disporre di corsie privilegiate per i disegni di legge di speciale importanza e urgenza. Anche su questi punti il governo Monti rappresenta un buon esempio che in futuro non dovrà più avere la motivazione dell'emergenza ma semplicemente quella della correttezza costituzionale

***

Si ricava dalle precedenti riflessioni su quanto è accaduto e sta accadendo che il presidente Giorgio Napolitano non ha compiuto alcuna "forzatura costituzionale", come alcuni suoi critici gli hanno rimproverato in occasione della nascita dell'attuale governo. Napolitano ha valutato la drammaticità della crisi che scuote l'intero Occidente, ha incontrato più volte tutte le forze politiche e le più alte autorità europee e internazionali. Alla fine  -  dopo le volontarie dimissioni del precedente governo  -  ha nominato il nuovo presidente del Consiglio e i ministri da lui proposti

Il fatto che nessuno di quei ministri provenga dai partiti non è necessariamente il connotato dei governi istituzionali, i quali possono esser composti anche interamente da uomini di partito; ma la scelta non spetta alle segreterie, spetta al capo dello Stato e questa è una distinzione fondamentale che preserva l'essenza del governo-istituzione e toglie ai partiti una tentazione che deformerebbe il loro stesso prezioso ruolo.

Tante cose si dovranno ancora fare per dar corpo alla terza Repubblica: una legge elettorale che restituisca ai cittadini la sovranità effettiva che loro compete, la trasformazione del Senato in Camera di rappresentanza delle Regioni, lo sfoltimento del numero dei parlamentari, i consorzi tra piccoli Comuni, lo snellimento degli ospedali e dei tribunali e tante altre cose ancora. La normalità intesa come ordinaria amministrazione è ancora molto lontana. C'è da ricostruire uno Stato, per di più federale, improntato a criteri di efficienza, modernità e solidarietà sociale e territoriale molto più di quanto non lo sia lo Stato centralista. Questo sarà il compito della terza Repubblica che  -  è bene ripeterlo  -  è già cominciata

---------------

Post scriptum. Il governo Monti ha deciso di presentarsi martedì sera al "talk show" di Bruno Vespa dopo essersi presentato in Parlamento domani pomeriggio e martedì mattina ad una conferenza stampa con i giornalisti italiani e poi con la stampa estera.

C'è un più di troppo, onorevole presidente del Consiglio. Se voleva comunicare con gli italiani doveva scegliere il "caminetto" come hanno sempre fatto i presidenti della Repubblica e i presidenti del Consiglio in occasione di speciali ricorrenze o circostanze. Se voleva essere interrogato dai giornalisti dovevano bastare le conferenze stampa ad essi riservate. Lei ricorderà certamente il Vangelo di Matteo dove è detto che "il di più è del Maligno". Con tutto il rispetto personale per Bruno Vespa, quello è "un di più" che a molti darà grande fastidio.

La striscia rossa del 28 novembre 2011

L’Italia ha le risorse per riemergere. Servono volontà e capacità politica che finora sono mancate: Monti è arrivato giusto in tempo.

Michael Spence, Nobel per l’Economia 2011

4.     Finti parlamenti e finti ministeri a Monza.

(Di Maria Novella Oppo L'Unità 3 dicembre 2011).

 L’idea, espressa da Cota in tv, che il governo della Repubblica italiana abbia voluto fare uno «sgarbo istituzionale» convocando i presidenti di Veneto e Piemonte nel giorno i cui si riunisce il parlamento padano, sarebbe pure divertente. Se non fosse che il parlamento padano non esiste, esattamente come la padania.

E come tutta l’altra paccottiglia inventata da Bossi, del cui repertorio immaginifico fanno parte, insieme a corna, bicorna e devolution, anche i ministeri deportati alla villa reale di Monza. A proposito: che fine hanno fatto quelle finte e desolate sedi di un governo ormai sciolto nel discredito planetario? Sono state abbandonate subito dopo le dimissioni di Berlusconi? O vengono ancora abusivamente usate dai leghisti per le loro farneticazioni antinazionali?.

Sarebbe meglio che, tra tanti sacrifici da sopportare, il popolo italiano fosse alleggerito almeno di quelli che andrebbero a vantaggio dei secessionisti bifronti, sempre disposti a rientrare nei ranghi per partecipare alla mangiatoia. Il taglio ai costi della politica dovrebbe cominciare proprio da loro.

Sfoglia novembre        gennaio
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv