.
Annunci online

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Noi, appesi come foglie d'autunno
post pubblicato in diario, il 29 luglio 2012


           

Anno 2012 N° 31 del 29-07-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

La striscia rossa del 23 luglio 2012.

Una politica europea diversa avrebbe potuto evitare questa situazione drammatica in cui stanno Spagna e Italia e per esteso l’Unione monetaria.

Felipe Gonzalez.

La crisi dell'euro-L'arma nascosta.

(Federico Fubini Corriere della sera 24 luglio 2012).

L'11 marzo 1990 la Lituania dichiarò l'indipendenza dall'Unione Sovietica, innescando la frammentazione di una superpotenza. Il 25 giugno 1991, la Slovenia e la Croazia fecero sapere che da quel giorno non avrebbero più fatto parte della Jugoslavia. Il resto della storia è noto. Sistemi politici che sembravano irrevocabili, basati sul principio stesso della permanenza, iniziarono ad andare in frantumi perché i loro territori più forti a un certo punto rifiutarono di mantenere rapporti con quelli più deboli

Se ieri la Spagna, l'Italia ma anche le banche francesi e tedesche hanno vissuto momenti di vera e propria capitolazione sui mercati, è anche perché la storia resta incisa nel codice genetico degli investitori. Per loro non si tratta più tanto di capire se la Grecia resterà nell'euro, ma se la moneta unica sopravviverà. La Bundesbank tedesca ammonisce severamente Atene. In Finlandia o in Olanda, così piccole e così apparentemente impeccabili, l'ipotesi di tornare alla moneta nazionale fa ormai parte delle conversazioni quotidiane sempre più condizionate dai populisti

Ciascuno di noi ha i suoi problemi e ciascuno, almeno in parte, si merita ciò che i suoi creditori pensano di lui. Ma le convulsioni della zona euro, un nome che non ha mai conquistato la maiuscola, sono entrate in queste settimane in una fase che coglie gli europei psicologicamente impreparati. Forti e deboli, virtuosi e imperfetti, fino a poche estati fa tutti si illudevano di navigare un mare in bonaccia. I tedeschi credevano di poter condividere la moneta senza condividere il destino, e gli errori, degli altri. Gli spagnoli erano impegnati a diventare consumatori moderni, a godere dei loro nuovi diritti economici e prepararsi a conquistarne sempre di nuovi. Noi italiani vedevamo bene i nostri problemi, ma in fondo eravamo convinti che non fossero tutta colpa nostra e soprattutto credevamo di conservare una sorta di diritto naturale al lieto fine.

Ciò che accade in questi giorni ci dice che non è così. I mercati sono passati dalla sfiducia nei confronti della Spagna, o dell'Italia, a quella verso il sistema di cui tutti facciamo parte. Il primo passo per spezzare la spirale è che le istituzioni vitali dell'euro dimostrino di avere ancora forza da spendere e molto coraggio. La Banca centrale europea sarà determinante nelle prossime settimane, in un senso o nell'altro. Il suo presidente, Mario Draghi, ha detto che la Bce è disposta ad agire «senza tabù» e probabilmente è il segnale che potrebbe impegnarsi in una campagna di creazione di moneta e acquisti massicci di titoli di Stato. È la via non convenzionale che la Federal Reserve, la Banca d'Inghilterra e la Banca del Giappone conoscono bene. Ma quelle sono le banche centrali di nazioni coese. La sequenza di eventi in Europa dimostra invece che senza sufficiente capitale di fiducia fra le parti nessuna misura alla lunga basterà. Se gli europei non sapranno ricostruire questo capitale, anche il grattacielo della Bce finirà per apparire una cattedrale nel deserto

La striscia rossa del 23 luglio 2012.

Una politica europea diversa avrebbe potuto evitare questa situazione drammatica in cui stanno Spagna e Italia e per esteso l’Unione monetaria.

Felipe Gonzalez.

 Noi, appesi come foglie d'autunno.

(di BARBARA SPINELLI La Repubblica.it 25 luglio 2012).

NESSUNO di noi sa quel che voglia in concreto il governo tedesco: se vuol salvare l'euro sta sbagliando tutto. Se gioca allo sfascio ci sta mettendo troppo tempo. Nessuno sa come intenda procedere la Banca centrale europea. Draghi ha detto a Le Monde che l'euro è irreversibile, che la Bce "è molto aperta e non ha tabù". Ha detto perfino che "non siamo in recessione". Ma venerdì scorso ha deciso che non accetterà più titoli di stato greci in garanzia, dando il via alle danze macabre attorno a Atene e votandola all'espulsione.

Decisione singolare, perché qualche giorno prima Jörg Asmussen, socialdemocratico tedesco del direttorio Bce, aveva detto alla rivista Stern che bisogna "aver rispetto per gli sforzi greci". Una contrazione di 5 punti di pil sarebbe tremenda per chiunque, Germania compresa: "Dovremmo almeno dire a Atene: ben fatto, buon inizio". La maggioranza nella Bce non sembra d'accordo: smentendo che siamo in recessione, si allinea non tanto alla Merkel ma all'ala più dura del suo governo. Nessuno sa infine a che siano serviti 19 vertici di capi di Stato o di governo. Dicono che gli Europei stanno correndo contro il tempo. Ben più tragicamente l'ignorano, vivono nella denegazione del tempo, dei fatti. Se tutte queste cose non le sappiano noi, figuriamoci i mercati: il caos che producono è il riflesso molto fedele del caos che regna nelle teste, negli atti, nelle parole dei capi che pretendono governare l'Unione

Il tempo imbalsamato, mentre la storia precipita. La nefasta lentezza con cui si muovono politici e Bce: nei libri di storia, se finisse l'euro, si parlerà di strana disfatta dovuta a questo tempo che s'insabbia: strana perché il tracollo, essendo politico più che economico, poteva essere evitato. La Grecia esce, non esce? Lo sapremo a settembre, quando parlerà la trojka (Commissione, Bce, Fmi). Il Fondo salva-Stati nascerà, anche se con pochi soldi? Da settimane, l'intero Sudeuropa sta appeso alla decisione che la Corte Costituzionale tedesca prenderà, il 12 settembre, su Fondo e Patto di bilancio (Fiscal Compact). I due accordi sono compatibili con la costituzione tedesca, e in particolare con il principio di democrazia che nell'articolo 20 fa discendere il potere dello Stato dalla sovranità del popolo e del Parlamento? Fino ad allora resteremo appesi, come d'autunno le foglie sugli alberi. La foglia greca già è semi-staccata, ma la morte va inflitta a fuoco lento. Alcuni dicono che l'espulsione serve a sfamare il sotterraneo bisogno tedesco di punire, più che di aggiustare. Di sfasciare e comandare, più che di ricostruire e guidare. Anche per questo, incerti più che mai sulla voglia europea d'esistere, i mercati impazziscono

Non sono dilemmi secondari, quelli trattati a Karlsruhe: sono in gioco la sovranità del popolo, il suo diritto inalienabile a influire sui bilanci nazionali. Da anni la Corte tedesca se ne occupa, e certo gli occhiali che inforca sono nazionali: non conta nulla la sovranità del popolo europeo, rappresentato con flebile forza dal Parlamento europeo ma pur sempre rappresentato. Tuttavia è troppo facile tacciare lei, e i tedeschi, di nazionalismo. Il fatto è che da quasi vent'anni la Corte s'accanisce su materie essenziali per noi tutti. Che sovranità possiedono esattamente gli Stati, e com'è esautorata dall'Unione? Il Parlamento europeo ha la forza e le prerogative per incarnare un interesse generale europeo, una sovranità parallela cogente come quelle nazionali?.

L'unica certezza, nell'odierno turbine monetario, è che gli Stati sono ormai un ibrido: non più sovrani, non sono ancora federali. Di questo si parla a Karlsruhe: non solo di democrazia tedesca, ma del profilo giuridico, costituzionale, politico che dovrà darsi l'Unione: sempre che la si voglia salvare. Che si voglia dire ai popoli il mondo caotico che abitano e come evolverà

La cosa grave è che la Corte discute, sentenzia, in totale isolamento. Nessun'altra Corte, o partito, o governo, ragiona in Europa su tali problemi. Ci si lamenta del peso abnorme dei giudici tedeschi, ma su Unione e sovranità democratica non circolano idee alternative, né tantomeno comuni. Neppure il Parlamento europeo è scosso da accordi (Fiscal Compact, Meccanismo di stabilità ovvero Esm) che di fatto estromettono i deputati di Strasburgo, non essendo Trattati comunitari ma inter-nazionali. L'Unione già si trasforma, influenzando sempre più le vite dei cittadini, ma fino a quando non saranno sciolti i due nodi vitali  -  quello della democrazia, quello di una Bce che non può intervenire come la Banca centrale americana o giapponese, perché nessuno vuole affiancarle un governo federale  -  la sua sovranità sarà considerata illegittima, non credibile, sia dai cittadini sia dai mercati. L'indipendenza della Bce è importante, ma a che serve se l'Unione  -  a differenza dell'America, del Giappone, dell'Inghilterra  -  non ha il dominio della propria moneta? Uno scettro è stato tolto agli Stati, e giace per terra nella polvere

Solo in Germania è forte, in alcuni dirigenti, l'esigenza di codificare le presenti mutazioni: lo impone il principio di non contraddizione (è impossibile che due proposizioni divergenti abbiano lo stesso significato). Per questo la Corte costituzionale sta lì e si rompe il cervello. Il ministro Schäuble, monotonamente chiamato il falco, lo ha detto in piena crisi dell'euro, il 18 novembre a Francoforte: "Dall'8 maggio 1945 la Germania non è mai stata sovrana (...) Da almeno un secolo la sovranità è finita ovunque in Europa". Di qui la necessità di una sovranità federale superiore: prospettiva invocata in Germania da molti, gradita da pochissimi. Non a caso Schäuble evita la parola sovranità: usa l'indecifrabile termine governance. Ecco un altro concetto senza peso costituzionale. Se è governance, non è vero governo federale. Anche ai vocabolari siamo appesi

Neppure Schäuble tuttavia ha il senso del tempo, così come non lo ha Hollande sullo Stato-nazione. Quel che né Parigi né Berlino vedono, è che il problema della sovranità politica e democratica europea non va risolto in un secondo momento, superata la crisi. Essendo all'origine della crisi, è ora che va risolto. L'interrogativo di fondo (che sovranità spetti all'Unione, come ricucire Nord, Est e Sud) va posto in mezzo al tifone degli spread, prima di espellere un paese del Sud dopo l'altro. Altrimenti non staremmo ad aspettare il verdetto di una Corte costituzionale che mette al centro non i deficit pubblici, ma sovranità e democrazia

Naturalmente l'Europa federale non si farà subito. Ma si può fissare una scadenza, come avvenne con l'euro. Il Parlamento può farsi assemblea costituente, come già negli anni '80. La Bce può riflettere sull'impotenza cui oggi è condannata. I mercati devono capire, finalmente, se l'Unione vogliamo farla o disfarla pezzo dopo pezzo. Cominciando col cacciare la Grecia non avremo un'Unione tedesca. Avremo una non-Unione. Intanto l'unità del continente torna a essere quella degli esordi: una questione di pace o guerra civile, di odii  -  anche razziali  -  che crescono per forza di inerzie mostruose

Proprio perché è l'unico paese a pensare costituzionalmente, la Germania ha primarie responsabilità. Non può insistere sull'unione politica, e poi imporre il dogma nazional-liberale della "casa in ordine". Un dogma che sta facendo proseliti: "Abbiamo fatto i nostri compiti: come mai i mercati ci colpiscono lo stesso?". Ci colpiscono perché il compito casalingo non è tutto. Ha detto il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco: "200 punti di spread sono colpa nostra, il resto è dovuto ai problemi comuni dell'euro". È l'Unione che non fa i propri compiti. Quando li farà, quando avrà una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, casa in ordine significherà qualcos'altro. Non diminuiranno gli obblighi di ognuno, ma la casa sarà europea e il suo volto muterà

La striscia rossa del 18 luglio 2012.

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti e mettere in guardia i nostri lettori. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere

Gaetano Salvemini.

Le notizie e la dignità.

(di Luciano Violante l'Unità  28 luglio 2012).

Loris D’Ambrosio era un amico. La sua vita professionale è stata un esempio di servizio per la Repubblica. Il suo carattere schivo lo rendeva inidoneo ad affrontare la melma della polemica che si era accanita contro di lui per colpire altri. Ora Loris non c’è più. Dopo gli articoli di ieri, alcuni pieni di ipocrisia, il giornalismo italiano può ricominciare allegramente da domani a gettare fango?

A gettarlo su questo o su quel personaggio, a pubblicare l’uno accanto all’altro, in un unico servizio, fotografie di capimafia pluriergastolani, di testimoni e di galantuomini che hanno servito lo Stato e che sino a prova contraria hanno diritto ad essere considerati tali?.

Nella lettura dei quotidiani su Raitre, Sergio Rizzo, uno dei migliori giornalisti italiani, ha insistito ieri sul fatto che i giornalisti si limitano a riportare i fatti che accadono. Non sono d’accordo. Il giornalista non è un cane da riporto. Il giornalista è un interprete della realtà e la notizia ha un significato diverso a seconda del modo in cui è data, della pagina ove è pubblicata, della foto che l’accompagna, del titolo, dell’ampiezza dell’articolo, degli aggettivi usati, degli articoli che sono vicini nella stessa pagina e così via. La responsabilità del giornalista è un capitolo della responsabilità degli intellettuali. Nella società dei mezzi di comunicazione è possibile che il comunicatore non abbia alcuna responsabilità professionale? Egli forma l’opinione pubblica, fa nascere giudizi e schieramenti. Può distruggere la reputazione di un uomo o creare un mito. Chiediamo responsabilità ai magistrati, ai politici, ai funzionari pubblici, ma quelli che formano la nostra opinione non rispondono?

Carlo Galli ha scritto ieri su Repubblica: «Se l’uso della libertà di stampa è stato improprio lo decideranno prima di tutto i cittadini». Il professor Galli ha ragione. Molti cittadini sono in grado di punire un giornale non acquistandolo. Ma questa scelta, se e quando viene fatta, avviene solo dopo che si è, ad esempio, infangata a morte la figura di un uomo onesto. Mario Calabresi su La Stampa di eri parla di «barbarie che si è impossessata degli italiani» a proposito degli indecenti messaggi apparsi su internet ieri dopo la notizia della morte.

Se questa è l’opinione pubblica che i mezzi di comunicazione hanno concorso a creare, non da soli certamente, ma con un buon protagonismo, non è meglio che siano gli stessi giornalisti a porsi con urgenza il problema di come dare le notizie rispettando la dignità dei cittadini? Si potrebbe cominciare dalla messa al bando del «giornalismo di trascrizione», quello che consiste (caso unico nel panorama della stampa dei Paesi democratici) nel trascrivere ore e ore di telefonate? Si tratta insomma di contribuire a formare un’opinione pubblica che si nutra di notizie e di commenti, non di veleni

La striscia rossa del 21 luglio 2012.

Dante e Berlusconi hanno cose in comune. Dante ha avuto fede e questo lo ha portato vicino alla madonna, Berlusconi ha avuto Fede e questo lo ha portato vicino a Regina Coeli.

Roberto Benigni.

Il triste sequel del Cavaliere.

(BARBARA SPINELLI 18 luglio 2012).

QUASI nessuno, tra i politici italiani, e in particolare tra quanti sostengono Monti, sembra propenso a pensare che il declassamento notificato venerdì da Moody' s sia in connessione con l' annuncio di un ritorno di Berlusconi alla guida dell' Italia. Ritorno confermato da Alfano due giorni prima, ma da tempo evocato, invocato, dai fan dell' ex premier sui siti web. C' è stata invece un' unanime insurrezione, molto patriotticae risentita,e l' inaffidabilità delle agenzie di rating (Moody' s, Standard & Poor' s) è stata non senza valide ragioni denunciata: le stesse agenzie che sono all' origine della crisi scoppiata in America nel 2007, continuano infatti a dettar legge, fidando nell' oblio di cittadini, governi, istituzioni internazionali.

Ciononostante, quel che veramente conta resta nell' ombra: non in Italia, ma ovunque in Europa, il verdetto di Moody' s (che pure non nomina il fondatore di Forza Italia) viene d' istinto associato all' infida maggioranza di Monti, e più specialmente alla decisione di Berlusconi di tentare per la sesta volta la scalata del potere: per ridiventare premier o salire al Quirinale, ancora non è chiaro. Monti sarebbe insomma un interludio, non l' inizio di una rifondazione della Repubblica. È quanto dicono le radio francesi, gli editoriali sulla Sueddeutsche Zeitung o la Welt, che senza infingimenti adombra la possibilità di una ricomparsa in Italia del Padrino. Il titolo in prima pagina è Der Pate, Teil IV, il Padrino parte IV: il nomignolo, si aggiunge, è da anni diffuso in Europa. Accade spesso che lo sguardo esterno dica verità sgradevoli a Paesi che da soli non osano guardarsi allo specchio: è successo nell' Italia postmussoliniana come nella Francia dopo il fascismo di Pétain.

La Sueddeutsche chiede che l' Europa lanci «un segnale chiaro: con Berlusconi il Paese si riavvicinerà al baratro», e non a causa dei festini a Arcore. Il commentatore Stefan Ulrich non sarà probabilmente ascoltato, perché purtroppo così stanno le cose nell' Europa della moneta unica: paradossalmente i governi autoritari godono di margini più ampi di libertà, da quando le loro economie sono tutelate da Bruxelles. I parametri finanziari vengono prima della democrazia. L' Unione s' allarma assai più del bilancio greco che dello Stato di diritto calpestato in Ungheria, Romania o Italia, ottusamente trascurando i costi immensi della non-democrazia, della corruzione, dell' impunità, della consegna alle mafie di territori e attività economiche. Resta lo sguardo severo, molto più del nostro, che da fuori cade su di noi.

Si pensi al candore con cui l' economista Nouriel Roubini dice, a Eugenio Occorsio su la Repubblica del 15 luglio: «Sicuramente Monti ha molto credito presso la Merkel, infinitamente più del suo predecessore che si faceva notare solo per la buffoneria e i comportamenti personali diciamo eccentrici. Guardate che i mercati stanno cominciandoa considerare con terrore l' ipotesi di un ritorno di Berlusconi al potere. Sarebbe un incubo per l' Italia, per il suo spread e per il suo rating. So per certo che la Merkel non vorrebbe neanche guardarlo in faccia». C' è dunque qualcosa di malsano nella rabbia suscitata in Italia da Moody' s, quali che siano gli intrallazzi dell' agenzia. C' è una sorta di narcotizzata coscienza di sé. Una nube d' oblio ci avvolge, coprendo pericoli che altri vedono ma noi no: il rientro di Berlusconi è considerato dagli italiani o normale, o un incidente di percorso. Significa che da quell' esperienza non siamo usciti.

Che questo governo, troppo concentrato sull' economia e troppo poco su democrazia e diritto, non incarna la rottura di continuità che pareva promettere. Non ne sono usciti i partiti, se l' unico aggettivo forte è quello di Pier Luigi Bersani: «agghiacciante». Che vuol dire agghiacciante? Nulla: è il commento di un passante che s' acciglia e va oltre. Più allarmante ancora l' intervista che Enrico Letta (vice di Bersani) ha dato al Corriere della Sera il 13 luglio, e non solo perché preferisce «che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo» (le accuse rivolte a Grillo possono esser rivolte a gran parte del Pdl e alla Lega). La frase più sconcertante viene dopo: «Non vorrei che si tornasse alla logica dell' antiberlusconismo e delle ammucchiate contro il Cavaliere». Per la verità, di ammucchiate antiberlusconiane se ne sono viste poche in 18 anni. Altro si è visto: la condiscendenza verso il Cavaliere, la rinuncia sistematica, quando governava la sinistra, a tagliare il nodo del conflitto d' interessi e delle leggi ad personam.

Non solo: l' ascesa di Berlusconi fu permessa, favorita, nonostante esistessero leggi che avrebbero potuto allontanare dal potere un grande magnate dei mezzi di comunicazione. Fu Violante, il 28 Febbraio 2002 alla Camera, a rivelare i servizi fatti dai Ds a Berlusconi: «Per certo gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, questo lo sa luie lo sa Gianni Letta. Comunque la questione è un' altra: voi ci avete accusato di regime, nonostante non avessimo fatto il conflitto d' interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, avessimo aumentato di cinque volte durante il centrosinistra il fatturato di Mediaset». Morale (o meglio immorale) della storia: Berlusconi poté candidarsi nonostante un decreto (30 marzo 1957, n° 361) che dichiara ineleggibili i titolari di pubbliche concessioni. Questo significa che il primordiale male italiano (l' assenza di anticorpi, che espellano da soli le cellule malate senza attenderei magistrati o la Corte costituzionale) resta non sanato.

Che un esame del berlusconismo tuttora manca. Il conflitto di interessi è anzi diventato normale, da quando altri manager «scendono in campo». Montezemolo sarà forse candidato, e nessuno l' interroga sugli interessi in Ferrari, in Maserati, nel Corriere della Sera, nel Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv). Il silenzio sul suo conflitto d' interessi banalizza una volta per tutte quello di Berlusconi. Non è antipolitica, la convinzione che i manager siano meglio dei politici? Viene infine il governo. Un governo di competenti, che non sembrano attaccati alla poltrona. Una persona come Fabrizio Barca lavora senza pensare a carriere politiche. Dice addirittura che per fare riforme per la crescita servono «visioni del capitalismo che solo un mandato elettorale può attribuire», e solo un «governo nato da una competizione elettorale vera» può attuare ( la Repubblica, 15 luglio) Monti ha fatto molto per ridare credibilità all' Italia. Quando parla dell' Unione, è senza dubbio più preparato di Hollande e della Merkel.

Ma a causa della maggioranza da cui dipende, molte cose le tralascia. Ha tentato di restituire indipendenza alla Rai, ma sulla giustizia i compromessi sono tanti: a cominciare dalla legge contro le intercettazioni che potrebbe passare quest' estate, fino ai legami tuttora torbidi che conferiscono al clero un potere abnorme sulla politica. L' ultimo episodio riguarda la Banca del Vaticano, lo Ior. Risale al 4 luglio l' ordine che il governo ha dato alle autorità antiriciclaggio della Banca d' Italia, invitatea dire quel che sapevano sui traffici illeciti dello Iot, affinché tenessero chiusa la bocca in una riunione degli ispettori di Moneyval, l' organismo antiriciclaggio del Consiglio d' Europa convocato a Strasburgo. Talmente chiusa che Giovanni Castaldi, capo dell' Unità di informazione finanziaria (Uif, organo di Bankitalia), ha ritirato i suoi due delegati dall' incontro. Gli anticorpi restano inattivi, se certe abitudini persistono.

Se il governo si piega a poteri non politici. Se lascia soli i magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia. Se non garantisce che il vecchio non tornerà. Non solo il vecchio rappresentato dal debito pubblico. Anche il vecchio che per anni ha offeso lo Stato di diritto. Possibile che Il Padrino-Parte IV sia un film horror per i giornali tedeschi, e non per gli italiani?Le notizie e la dignità.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Noi appesi come foglie d'autunno

permalink | inviato da salernorosario il 29/7/2012 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfoglia giugno        agosto
calendario
adv