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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
La scacchiera di Adam Smith.
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2012


           

IL MEGAFONO

Sommario dell’ 08-04-2012                                             Anno 2012 N° 15.

Mediazione di Bersani sull'articolo 18 "Cambiamolo insieme prima di maggio".

(di CLAUDIO TITO La Repubblica.it 02 aprile 2012).

Alfano: "Facciamo insieme la riforma ma la Cgil non può dettare agenda".

(La Repubblica.it 02 aprile 2012).

 La scacchiera di Adam Smith.

(di BARBARA SPINELLI 04 aprile 2012).

STEFANI NUOVO TESORIERE.

(l'Unità 05 aprile 2012).

BOSSI GETTA LA SPUGNA: «MI DIMETTO PER BENE LEGA».

(l'Unità 05 aprile 2012).

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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

Scandalo lega/le-macerie-della-destra-italiana

2 aprile 2012.

Quando si chiedono sacrifici a chi lavora ci vogliono grande consenso, grande credibilità politica e capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi

Enrico Berlinguer.

1.     Mediazione di Bersani sull'articolo 18 "Cambiamolo insieme prima di maggio".

(di CLAUDIO TITO La Repubblica.it 02 aprile 2012).

Parla il segretario del Pd: "La riforma va salvata: sì al reintegro. Ma io non sono agli ordini della Cgil. Ho la sensazione che anche nel Pdl ci stanno riflettendo. Nel Paese c'è ansia".

"IO VEDO la possibilità di un punto di caduta condiviso in Parlamento e lo scenario di un incaponimento del governo non lo prendo nemmeno in considerazione".

Sa che il dossier lavoro sta diventando il segno distintivo di questa legislatura. Ma soprattutto, per Pierluigi Bersani, è l'occasione affinché il governo Monti e questa "strana maggioranza" "non mandino all'aria una riforma rilevante"

"Una buona riforma - aggiunge Bersani - se si corregge qualche aspetto". Il segretario dei Democratici vuole aprire tutti possibili spiragli per evitare che il disegno di legge vada a impantanarsi nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama. È sicuro che "un'intesa sia vicina", basta ricorrere a un "pò di senso di equilibrio". Ed è pronto a mettere sul tavolo della trattativa alcune delle richieste del Pdl sulla "flessibilità in entrata": "soprattutto se si tratta di alleggerire un certo carico burocratico". Seduto sul divano della sua casa a Piacenza, più che dettare le condizioni segnala la mediazione possibile per un accordo. "E per approvare il testo in tempi rapidi. Almeno in un ramo del Parlamento vorrei chiudere la sostanza del problema anche prima del 6 maggio, prima delle amministrative. Non si può lasciare per aria questo tema per troppo tempo, nessuno ci guadagna a perdere giorni".

Il testo studiato dal ministro Fornero, però, non è stato ancora definito. Il via libera del consiglio dei ministro è stato solo "salvo intese". Un modo istituzionale per dire che va ancora approfondito e soprattutto elaborato. E infatti verrà depositato in settimana al Senato e alla Camera dopo l'ultimo vaglio da parte del premier. Che domattina discuterà proprio le ultime limature con la titolare del welfare e con il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera

Dopo il lungo tour in Asia, Mario Monti torna stasera in Italia. E sulla sua scrivania a Palazzo Chigi troverà un solo capitolo da affrontare con la massima urgenza: quello della riforma del lavoro. Un'impellenza che non si basa solo sulla necessità di mettere mano a un provvedimento atteso dalla comunità finanziaria internazionale, ma anche su quella di tenere unita la sua maggioranza

Il nodo che al momento sembra inestricabile si stringe sempre più intorno all'articolo 18. Le parole magiche che i democratici ripetono sono vieppiù le stesse: "reintegro" e "sistema tedesco". "Ma non per lasciare le cose come stanno - spiega il leader Pd - . Anche io lo voglio cambiare, ma ci sono delle strade che renderebbero tutto più facile e soprattutto più comprensibile per il Paese". Il capo dei democratici sembra in primo luogo preoccupato che la sua posizione non venga interpretata come una battaglia "partitica": "Non voglio piantare bandierine, cerco una soluzione equilibrata. Avete visto le cose che ha detto il Cardinal Bagnasco? Mica anche lui sarà al seguito della Cgil... ".

Quindi, qualcosa che "si avvicina al modello vigente in Germania", e non esattamente la sua riproposizione, metterebbe in discesa la discussione. "Vedo - avverte Bersani - che alcuni meccanismi di instabilità finanziaria stanno tornando, l'Europa soffre perché i famosi mercati vedono l'avvitarsi della situazione nei meccanismi dell'austerità e non della crescita. Il nostro dovere, allora, è lanciare un segnale di solidità: dire che remiamo tutti dalla stessa parte". Nei mesi scorsi è stata compiuta già un'operazione - "quella sì epocale" - sulle pensioni. Adesso "abbiamo l'opportunità - se non vogliamo farci del male - di effettuare le stesse scelte sul lavoro con soluzioni che assomiglino ai modelli migliori, il tedesco e il danese". E a suo giudizio, "il messaggio al mondo sarebbe comunque positivo". In Europa, il paese in grado di investire il suo surplus nei nostri confini è la Germania. I tedeschi - è il ragionamento che si fa a Largo del Nazzareno - non potrebbero certo rifiutare il loro stesso metodo.

Anzi, l'argomento più usato da Berlino è un altro: "Ci chiedono semmai di distruggere lo scoglio della corruzione".

Per Bersani dunque, la traccia di un'intesa è disegnabile rapidamente. Un patto "spendibile" anche all'estero come ha fatto in questi giorni il presidente del consiglio in Corea, Giappone e Cina. "Perché non è nemmeno accettabile il discorso secondo cui se c'è conflitto e scioperi, allora la riforma va bene. Noi dobbiamo chiarire ai nostri interlocutori internazionali che stiamo cambiando davvero e che lo facciamo tutti insieme. Che questa è l'Italia che si rinnova". E se Palazzo Chigi si rifiutasse di modificare il testo in questa direzione? "È uno scenario che nemmeno considero".

A suo giudizio, invece, Monti dovrebbe subito immaginare un percorso che reintroduca in modo diretto o indiretto il reintegro in caso di licenziamento non giustificato dalle motivazioni economiche. "Diamo al giudice - spiega - la possibilità di scegliere soltanto per quei casi tra due opzioni: il reintegro o l'indennizzo. Se ci fosse solo il reintegro, capirei, ma io immagino altro". Alfano, però, le fa notare che con i magistrati italiani l'opzione sarebbe unica: il reintegro. "Ma non è vero, perché spesso è il lavoratore a non volere tornare. Basta guardare le statistiche. E comunque ho la sensazione che anche nel Pdl ci stanno riflettendo. Perché il problema esiste e non tocca solo le tute blu". Ad esempio, "si accorgono che la questione tocca anche il pubblico impiego". Non solo. Questa riforma rischia di creare uno "stato di ansia e di instabilità in tutti i cittadini. C'è qualcuno che può far finta di niente? Se una persona equilibrata e moderata come il presidente della Confagricoltura Mario Guidi ha detto sabato scorso che è doveroso tenere conto dell'ansia che c'è in giro, noi cosa facciamo? Ignoriamo?"

Certo, il testo del governo non è ancora pronto. Il premier intende trasmetterlo ai segretari della maggioranza nella giornata di domani. Solo da allora il confronto potrà essere più concreto. Bersani punta dunque ad un percorso velocizzato da qualche modifica: sull'articolo 18, ma anche sui cosiddetti "esodati". Un'intesa va trovata in Parlamento o il premier deve modificare prima il disegno di legge? "Una rapida ricognizione delle forze sociali, poi il governo e il Parlamento possono trovare la strada di un emendamento". Come è accaduto con tutti i decreti dell'esecutivo, anche i più urgenti come il Salva-Italia o le liberalizzazioni. Qualche correzione è intervenuta. "Se anche in questo caso si arriverà a qualcosa che assomiglia al modello tedesco, noi lo voteremo". E se ci fosse il niet della Cgil? "Noi abbiamo le nostre idee e non accetto da nessuno che si dica che siamo agli ordini del sindacato. Noi quel testo lo voteremo"

La stiscia rossa del 30 marzo 2012.

I contribuenti hanno già abbastanza difficoltà a pagare le bollette e fare il pieno di benzina per chiedere di pagare anche i sussidi alle compagnie petrolifere.

Barack Obama.

2.     Alfano: "Facciamo insieme la riforma ma la Cgil non può dettare agenda".

(La Repubblica.it 02 aprile 2012).

Il segretario del Pdl: "La nostra preoccupazione è che l'agenda alla fine la faccia il sindacato e non il governo. Se fosse così a noi non va bene". Casini: Su una cosa sono d'accordo con Bersani: quando dice votiamo prima di maggio. Sul reintegro decide invece il governo".

 ROMA - "Fare insieme la riforma del lavoro è meglio che farla separati. Il problema è cosa si fa se la Cgil dice no. La nostra preoccupazione è che l'agenda alla fine la faccia il sindacato e non il governo. Se fosse così a noi non va bene. Se il tentativo di qualcuno è non scontentare la Cgil il nostro obiettivo, ribadiamo, è non scontentare ciò che rappresenta il bene comune per gli italiani, anche in relazione alle richieste del mercato interno e internazionale". Il segretario del Pdl Angelino Alfano, risponde ai giornalisti sull'appello di Pier Luigi Bersani 1 a un accordo sulla riforma del lavoro. Tema che però Alfano accompagna con una serie di paletti su questioni altrettanti delicate. .

Corruzione. "La nostra proposta è chiara: siamo a favore di una legge contro la corruzione, che punisca severamente i corrotti e che sia efficace, siamo per fare una legge sulle intercettazioni che crei un punto di equilibrio tra la necessità delle indagini e la tutela della privacy e siamo per mantenere la responsabilità civile dei magistrati" sintetizza l'ex guardasigilli del governo Berlusconi.

Legge elettorale. La riforma della legge elettorale per il segretario del Pdl deve prevedere "due principi chiari: restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i parlamentari e conoscere in anticipo.

i candidati alla premiership. Questo accade ovunque nelle democrazie occidentali. Una volta definito il premier, all'interno del Parlamento si forma la maggioranza".

Il futuro del Pdl. "Abbiamo fatto una scelta di grande unita' per fare un grande partito. Sono contro ogni forma di spezzettamento e sono a favore di ogni idea di ingrandimento del progetto con un nuovo slancio per l'anno a venire, che sara' l'anno delle elezioni politiche". Alfano commenta così le polemiche di ieri tra l'ex ministro Giancarlo Galan e alcuni esponenti ex An del partito. Una tensione che nel Pdl è ormai venuta alla luce del sole.

Casini e l'articolo 18. "Su una cosa sono d'accordo con Bersani: quando dice votiamo prima di maggio. Sul reintegro decide invece il governo" dice il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini commentando le affermazioni del segretario del Pd che ha parlato di voto prima di maggio sulla riforma del lavoro e di reintegro secco in caso di licenziamento illegittimo

Confindustria. "Non ho mai licenziato nessuno, mai fatto un'ora di cassa integrazione, sono decisamente inesperto da questo punto di vista". Il presidente designato di Confindustria, Giorgio Squinzi, liquida così la questione se licenziare più facilmente possa consentire di assumere più facilmente. Squinzi ha però precisato che "nel momento in cui viene a mancare il rapporto di fiducia con un dipendente penso che ci debba essere una possibilità di arrivare ad un risoluzione del rapporto, questo sottinteso, avviene così in tutto il mondo"

04 aprile 2012  

Ci deve essere una ragione per cui all'articolo 18 s'aggrappa anche chi - precario, disoccupato - non ne usufruisce. Anche chi, col tristo nome di esodato, non ha più lavoro e non ancora pensione.

di BARBARA SPINELLI 04 aprile 2012

3.     La scacchiera di Adam Smith.

(di BARBARA SPINELLI 04 aprile 2012).

OLTRE un decennio è passato, e ancora in Italia si inveisce contro un articolo dello Statuto dei lavoratori che incendia gli animi come se possedesse vizi ferali, da cui deriverebbero tutti i mali.

Possibile che in piena recessione, con la disoccupazione giovanile salita al 32 per cento, l'infelicità e il malessere dipendano in modo così totale dalla tutela giuridica del lavoratore allontanato per falsi motivi economici, contemplata nell'articolo 18?.

Possibile che i pochi casi di reintegrazione dei licenziati (un migliaio in 10 anni) siano a tal punto distruttivi della ripresa, della stabilità economica, della reputazione esterna, dell'interesse di investitori stranieri? Neppure la Confindustria pare crederci, tanto che il nuovo presidente, Squinzi, considera la burocrazia ben più devastante dell'articolo 18 ("Non è l'articolo a fermare lo sviluppo")

 Né si può abusare dell'Europa: la lettera della Bce non parla nei dettagli dell'articolo, ma di una "revisione delle norme che regolano assunzione e licenziamento (...), stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro". Le autorità europee sono "indifferenti alle classi" (class-indifferent), ha detto un economista greco, Yanis Varoufakis: fissano obiettivi, non come raggiungerli

Se i detrattori dell'articolo 18 sono così rigidi vuol dire che dietro la loro battaglia c'è un'ideologia forte, restia alle confutazioni.

C'era in Berlusconi, ma c'è anche in quello che Ezio Mauro chiama "integralismo accademico". Una norma dello Statuto diventa sineddoche, cioè la parte che spiega il tutto: come quando si dice vela e s'intende nave. Si dice articolo 18 ma s'intende la filosofia, la genealogia, la storia dell'incandescente articolo. Con questa filosofia e questa storia si regolano i conti, e più precisamente con alcuni principi base della socialdemocrazia: lo Statuto dei lavoratori del '70, e la concertazione praticata nei primi '90 tra governi, imprenditori, sindacati.

Ambedue sono la riposta che la nostra classe dirigente seppe dare al ribellismo sociale, nonché al terrorismo. Ambedue generarono un Patto sociale permanente che in Italia era inconsueto, che consentì ai sindacati di preferire le riforme alla rivoluzione o ai particolarismi rivendicativi. Che li spinse a unirsi, a rendersi autonomi dai partiti. Che diede loro un'inedita padronanza di sé, del destino nazionale (Amartya Sen parla di empowerment, di potere su di sé dato agli emarginati, perché diventino cittadini responsabili).

Tutto questo è socialdemocrazia, non comunismo o consociativismo: anche se da noi il nome era altro. Chi se la prende con tale patrimonio trucca un po' le carte. La crisi del 2007-2008 non sembra passata da queste parti, intaccando vecchi dogmi e anatemi: per molti resta una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che prodigiosamente colpevolizza non i mercati poco imbrigliati, ma le riforme socialdemocratiche e la carta d'identità dell'Europa postbellica che è stata la creazione (non a caso concepita durante la guerra) del Welfare.

È così che alcune parole decadono, annerite: la concertazione, il consenso o dialogo sociale. Perfino dialettica è parola invisa a chi, certo d'avere scienza infusa, non vede che il conflitto di idee e progetti è sale della democrazia

Vale dunque la pena ripensare gli anni '70-'90, che produssero la variante socialdemocratica italiana che è il patto sociale permanente. Lo Statuto dei lavoratori, divenuto legge nel '70, viene approvato dal Senato il giorno dopo Piazza Fontana. La concertazione e la politica dei redditi furono perfezionate da Amato e Ciampi nel '92 e '93, quando un sistema politico infettato dalla corruzione e tanto più vulnerabile al terrorismo venne messo in riga da Mani Pulite.

Salvaguardare la coesione sociale d'un Paese così provato era prioritario, e per ottenerla fu inventata non una democrazia più autoritaria ma più plurale, che del conflitto sapesse far tesoro "coinvolgendo (sono parole di Gino Giugni, ministro del lavoro di Ciampi) una platea di soggetti assai più ampia di quella uscita dal voto"

Sin dal '94 Berlusconi mise in questione tale eredità. La concertazione divenne il nemico, come testimonia il Libro Bianco sul lavoro presentato nel 2001 dal ministro del Welfare Maroni: la codecisione doveva finire, soppiantata da mere consultazioni. Che il bersaglio non fosse il comunismo ma la socialdemocrazia è attestato dalla biografia di Giugni: è nel partito socialdemocratico di Saragat che il padre della concertazione si fece le ossa.

In un libro-intervista del 2003, Giugni disse che con lo Statuto dei lavoratori "la Costituzione entrò in fabbrica", e che la concertazione rese la democrazia più plurale, efficace: "Perché ci sia intesa bisogna partire dalla diversità", scrisse, aggiungendo che la critica della concertazione in nome delle prerogative sovrane del Parlamento era infondata, anche quando veniva da economisti illustri come Mario Monti (Giugni, La lunga marcia della concertazione, Mulino)

Gino Giugni fu gambizzato nell'83 dalle Br. Altri economisti a lui vicini, riformatori del diritto del lavoro, furono assassinati (Tarantelli, D'Antona, Biagi). Tutti erano fautori della concertazione. Ricordiamo quel che disse D'Antona, sull'articolo 18 e la reintegrazione dell'operaio licenziato per fittizi motivi economici: "Il superamento delle forme più rigide di garantismo può portare a rivedere in cosa consiste un licenziamento legittimo, ma non a sottoporre a revisione i rimedi che si offrono nei confronti dei licenziamenti non rispondenti a tale requisito". Il regolamento dei conti non è finito, con un'epoca che vide congiungersi concertazione, lotta alla corruzione, antimafia. Noi commemoriamo Falcone e Borsellino, e Tarantelli, D'Antona, Biagi. Ma volentieri ne dimentichiamo i metodi e le fedi.

Dicono che l'articolo 18 non ha da essere tabù, e certo i difetti non mancano: i processi sterminati sono fonte d'incertezza. Ma i tabù sono materia combustibile, non si spengono senza pericolo. Ci deve essere una ragione per cui all'articolo s'aggrappa anche chi - precario, disoccupato - non ne usufruisce. Anche chi, col tristo nome di esodato, non ha più lavoro e non ancora pensione. Esistono tabù civilizzatori, eretti contro future derive. I tabù non sono idoli, feticci. È colma di tabù, l'Europa uscita da guerre e dittature che fecero strame di antichi divieti (non ucciderai, non negherai giustizia alla vedova e all'orfano, ai deboli e diversi). Per Hitler era tabù intollerabile anche il Decalogo.

Gli economisti neo-liberali che denunciano mercati troppo regolati hanno forse in mente una società perfetta, che funziona senza lentezze né dubbi. Si dicono ispirati da Adam Smith. Ma Smith teorizzò la mano invisibile che in un libero mercato trasforma l'interesse egoista in pubblica virtù, restando il filosofo morale che era. In quanto tale se la prese con gli ideologi, chiamati "uomini animati da spirito di sistema".

L'uomo di sistema, scrive nella Teoria dei sentimenti morali, "tende a essere molto saggio nel suo giudizio e spesso è talmente innamorato della presunta bellezza del suo progetto ideale di governo, che non riesce a tollerare la minima deviazione da esso. Sembra ritenere di poter sistemare i membri di una grande società con la stessa facilità con cui sistema i pezzi su una scacchiera.(...) Nella grande scacchiera della società umana ogni singolo pezzo ha un principio di moto autonomo, del tutto diverso da quello che la legislazione può decidere di imporgli"

Forse vale la pena rileggere Smith il moralizzatore, oltre che l'economista: l'avversario di tutti coloro che "inebriati dalla bellezza immaginaria di sistemi ideali" si lasciano ingannare dai loro stessi sofismi, e alla società chiedono troppo, non ottenendo nulla.

4.     BOSSI GETTA LA SPUGNA: «MI DIMETTO PER BENE LEGA».

(l'Unità 05 aprile 2012).

Al suo posto sarà un triumvirato a guidare il partito: il coordinatore delle segreterie nazionali, Roberto Calderoli, l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e Manuela Dal Lago. A chi gli chiedeva quando sarà convocato il congresso della Lega Nord, Galli ha risposto: «decideremo nelle prossime settimane»

Dopo la diffusione della notizia dell'addio del Senatur, i militanti del Carroccio riuniti in via Bellerio a sostegno del leader sono entrati nella sede al grido di ' Bossi Bossi'

5.     STEFANI NUOVO TESORIERE.

(l'Unità 05 aprile 2012).

 Il consiglio federale della Lega ha nominato Stefano Stefani nuovo amministratore del partito. Lo ha annunciato l'europarlamentare Matteo Salvini che ha partecipato al consiglio federale della lega e che ha anche precisato che sarà indicata una società di certificazione del bilancio esterna.

Le dimissioni di Bossi arrivano dopo che dalle carte dell'inchiesta sul tesoriere della Lega Francesco Belsito, indagato per truffa, appropriazione indebita e riciclaggio, è emersa una cartella denominata 'Family'. E dalle intercettazioni al vaglio degli inquirenti emerge l'ipotesi che il Senatur abbia passato alle casse del partito denaro in nero: in una telefonata la dirigente amministrativa Nadia Dagrada e dice a Belsito: «Tu non puoi nascondere quelli che sono i costi della famiglia, cioè da qualche parte vengono fuori. Anche perchè o lui, (riferito a Bossi, ndr) ti passa come c'era una volta tutto in nero o altrimenti come c... fai tu».

Telefonata in cui, secondo gli investigatori, «si rileva che Nadia parla chiaramente del nero che Bossi dava, tempo fa, al partito». E ancora, gli investigatori ipotizzano che Renzo Bossi abbia «portato via» da via Bellerio i «faldoni» sui lavori di ristrutturazione della sua casa «per timore di controlli». Tra i destinatari dei fondi sottratti dalle casse della Lega e utilizzati per i bisogni della famiglia Bossi ci sarebbe anche l'ex ministro Roberto Calderoli. Gli inquirenti napoletani che questa mattina hanno esaminato il materiale sequestrato parlano di documentazione contabile che attesterebbe la distrazione di alcune somme destinate alle spese dei familiari di Bossi. A Milano nel frattempo è stato nuovamente interrogato Paolo Scala, consulente della Lega e anche lui indagato con l'accusa di appropriazione indebita.

 


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Il profeta delle illusioni
post pubblicato in diario, il 27 dicembre 2010


N° 47 - 26/12/2010

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE

19 dicembre 2010

Si imbocca una strada vicina a quella che ha portato alla crisi di molte democrazie nel secolo passato. Il populismo ci insidia tutti, sfrutta ogni debolezza della democrazia e dei suoi fedeli, ci consegna a logiche autoritarie.

Stefano Rodotà, 2008

Il profeta delle illusioni

C'E' CHI DIRA' che l'iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone. Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l'accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un'alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l'articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l'insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.

Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.

A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l'etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l'ha usato ricorrendo a compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l'hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.

Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell'opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s'insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c'è, dietro l'apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel '94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell'uso di gas nella guerra d'Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel '38.

Un'uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all'opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall'anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.

Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: "La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali".

Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.

È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l'Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l'ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l'interiorizzazione non c'è stata. Anche tra il '43 e il '44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel '46 all'elezione dell'assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.

Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d'altro genere - il rischio di uno Stato in bancarotta - e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L'impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d'insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano ("Il Quirinale vuole un governo solido") come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.

L'opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l'equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell'interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall'inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d'opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell'informazione, autonomia della magistratura, lotta all'evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d'interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt'altro che ridicolo o provinciale.

I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L'unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna "o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono". Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell'ozio: "Sono pronti a dire ai veggenti: 'Non abbiate visionì e ai profeti: 'Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni'".

Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo. (Barbara Spinelli La Repubblica.it 15 dicembre 2010)

21 dicembre 2010

Fame, odio e guerra per bande. Che ne è delle bandierine a stelle e strisce che dovevano accogliere l’armata di Bush da queste parti? Qui davvero non se ne vedono.

Toni Fontana, Bassora 25 marzo 2003

La preoccupazione di D’Alema

Sul fatto che adesso non si tratta di prospettare un’alleanza con Vendola e Di Pietro o con Fini e Casini insiste anche D’Alema parlando a “Che tempo che fa”: «A noi spetta presentare il progetto. Poi chi lo condivide lo sosterrà. Non siamo noi che dobbiamo guardare da una parte o dall’altra. È come in fisica, il corpo più consistente ha maggiore potere d’attrazione. Noi vogliamo fare un governo che affronti i problemi e dia speranze, un governo che per me può unireun arco ampio di forze, anche forze che sembravano lontane».

Per il presidente del Copasir quella attuale è una fase molto delicata, in cui «le elezioni restano probabili» e in cui non c’è solo la «politica dell’acquisizione a trattativa privata dei deputati » a rappresentare «un brutto passato del quale ci dobbiamo liberare ». Alla vigilia della discussione al Senato della riforma Gelmini, che dovrebbe essere approvata definitivamente mercoledì, Gasparri ha lanciato la proposta di procedere con degli arresti preventivi di studenti e manifestanti.

D’Alema si rifiuta di interrompere la sua tradizione di non commentare le parole del capogruppo del Pdl a Palazzo Madama,ma alla domanda se tema che succeda qualcosa di serio nelle prossime settimane, il presidente del Copasir risponde: «Bisogna stare molto attenti, perché l’interesse alla violenza è un interesse dei gruppi violenti, ma potrebbe diventare anche un modo di chi è al potere di rafforzare il proprio potere. È un gioco che abbiamo già visto anche nel passato». (l'Unità.it 20 dicembre 2010)

22 dicembre 2010

Chi vuol muovere il mondo prima muova se stesso.

Socrate

L'Anpi si schiera per un nuovo Cln "Le forze di opposizione si uniscano"

Lettera di fine d'anno del presidente dei partigiani, Raimondo Ricci. ROMA - Anche l'Anpi si schiera per un'alleanza di "tutte le forze d'opposizione", una sorta di Cln "capace di ricreare le condizioni fondamentali affinché la normale dialettica politica possa ricostituirsi su basi nuove nell'ambito delle forme e dei limiti della nostra Costituzione". E' il punto saliente del messaggio che il presidente dell'Associazione Partigiani, senatore Raimondo Ricci ha scritto agli oltre 150 mila iscritti (molti più giovani di quanti si possa pensare e addirittura in crescita numerica) e che si rivolge, però, all'intero mondo politico.

Il documento (circa tre cartelle) è leggibile da domani sul sito dell'Anpi 1 e tocca tutti i temi "caldi" della situazione politica, a partire dalla protesta studentesca, gli scontri dell'altra settimana e le proposte di arresti preventivi venute da Gasparri: "Le iniziative volte a rafforzare la repressione - scrive Ricci - dimostrano chiaramente l'intenzione dell'attuale governo di ridurre a questione di ordine pubblico il profondo anelito di giustizia e progresso che costituisce l'essenza delle proteste di studenti e precari. Per modificare le cose bisogna isolare le frange violente impegnare le migliori energie, a cominciare dalle nuove generazioni, nello sforzo comune per il cambiamento, forti del fatto che la coscienza del Paese è dalla parte delle legittime aspirazioni dei suoi giovani".

Fin dalle prime righe è chiara la preoccupazione dell'Anpi per il quadro politico, per i comportamenti del premier e per i suoi tentativi di "deviare da un trasparente rispetto dei principi e delle regole sanciti dalla nostra Costituzione, le sue arbitrarietà anche interpretative che si collocano del tutto al di fuori della nostra Carta fondamentale e le illusioni sull'oggettiva realtà dei problemi che travagliano il nostro paese". Segue l'elenco (dalle leggi ad personam agli attacchi al capo dello Stato e alla magistratura, alla scarsa considerazione dei pesi e contrappesi costituzionali) delle posizioni di Berlusconi che preoccupano Ricci e i partigiani. Di qui l'appello dell'Anpi che si rivolge chiaramente anche a Fini e all'Fli ricordando che la Costituzione "è un testo condiviso e approvato a larghissima maggioranza, fra tutte le forze politiche democratiche in campo, dai comunisti ai democristiani, agli azionisti ai liberali". Secondo Ricci, lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra chi vuole muoversi "nel solco della Costituzione" e chi "da essa vuole divorziare" per "conseguire un potere assoluto". Il vero obiettivo del berlusconismo, scrive Ricci, non sarà un regime fascista, ma di certo populista e tendente all'autoritarismo.

Di qui l'appello all'unità dell'opposizione e a un governo stile Cln. Ricci, da questo punto di vista, è del tutto esplicito nel lanciare la sua proposta e il suo appello. (20 dicembre 2010)

23 dicembre 2010

Io sono un esempio per tutti, per i giovani. Lavoro tanto, dormo quattro ore a notte e se una volta al mese metto insieme gli amici e c'è anche qualche bella ragazza, credo che faccia piacere a me e ai miei ospiti

Silvio Berlusconi, 23 dicembre

Il bamboccione al potere

Chiunque abbia cresciuto dei figli sa che c’è una età in cui la colpa è sempre di qualcun altro. Se si va male a scuola è perché il professore è stronzo, se si perde la partita è colpa dell’arbitro cornuto, se si va a sbattere col motorino è perché il comune non ripara le buche.

E’ una età particolare, che va assecondata con pazienza, e ai poveri genitori non resta che continuare a spiegare che la colpa, se le cose non vanno come dovrebbero, non è sempre degli altri.

Silvio Berlusconi sta appunto attraversando questa delicata fase del suo sviluppo.

Se nessuno apprezza il suo straordinario lavoro in Abruzzo perché c’è chi butta fango. Se a Napoli si farà Natale tra i rifiuti è perché c’è una manovra contro di lui. Se in pochi gli riconoscono il ruolo di grande capo della politica estera europea è perché la stampa internazionale si fa dettare i pezzi da Di Pietro. Se il debito pubblico sale ancora è perché qualcuno lo ha fatto salire prima di lui.

Quando l’adolescente si comporta così, i bravi genitori gli tolgono il motorino o lo spediscono a ripetizioni di greco e latino. Ma in Italia, si sa, i papà e le mamme sono molli come pasta di sale. E coccolano fieri il loro bamboccione, tutti contenti se il pargolo – piangendo e fottendo – finisce a Palazzo Chigi, e domani al Quirinale. (M. Bracconi La Repubblica 23 dic 2010)

20 dicembre 2010

Ormai solo Berlusconi non si accorge della sua involontaria comicità. Eppure sarebbe meglio uscire con gli applausi nelle orecchie, prima che le fortune politiche del Teatro Italia virino dalla commedia alla tragedia.

The Daily Telegraph

Donne sull'orlo di una crisi di nervi

Il caos delle Libertà sembra un film di Pedro Almodovar. Gli manca quel tocco leggero di "pietas" che il regista di Ciudad Real è riuscito a mettere nei suoi lavori più commoventi (da "Tutto su mia madre" a "Parla con lei"). Ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti.

Prima l'affondo di Veronica Lario in Berlusconi, sul "ciarpame politico" delle veline candidate alle elezioni del 2008, "offerte come vergini al drago": una deriva che costrinse la moglie del premier a chiedere il divorzio. Poi la stagione delle minorenni e delle escort, tra Noemi Letizia, Patrizia D'Addario e Ruby Rubacuori, che espose il premier ai velenosi report riservati dell'Ambasciata americana e pubblicizzati da WikiLeaks: un "uomo debole e stanco", troppo impegnato nei "festini privati" per occuparsi della cosa pubblica.

Poi lo strappo di Mara Carfagna (dimissionaria da tutti gli incarichi previa denuncia della metamorfosi del Pdl da partito del popolo a "comitato d'affari"), ricomposto a fatica dal Cavaliere in cambio di un po' più di agibilità politica nella Campania di Cosentino.

Poi la lite delle comari tra la stessa Carfagna (accusata di "flirtare" con il nemico futurista Italo Bocchino e immortalata con mms rubato a Montecitorio) e Alessandra Mussolini (debitamente ripagata con un sonoro "vajassa", l'epiteto più classico del basso partenopeo).

Poi, ancora l'accusa di Barbara Lario in Berlusconi alla stessa Carfagna, "l'ultima che si deve lamentare", essendo transitata senza colpo ferire "dai Telegatti a ministra",

Poi Rosy Mauro, che da vicepresidente del Senato incappa in un clamoroso "fallo di confusione", approvando di testa sua gli emendamenti al ddl Gelmini sull'Università senza farli votare da un emiciclo di Palazzo Madama, nel frattempo trasformato nel solito bivacco di manipoli.

Infine, l'ultima rottura: molla anche Stefania Prestigiacomo, ministra dell'Ambiente che dice (anche lei) di "non riconoscersi più nel Partito del popolo delle Libertà". E annuncia (anche lei) il trasloco nel Gruppo Misto, che di questo passo, tra transfughi dell'una e dell'altra parte, diventerà il primo partito del Parlamento italiano.

"Donne sull'orlo di una crisi di nervi". È il minimo che si possa dire, della nutrita e colorita "quota rosa" che anima la vita politica, notturna e diurna, di questo centrodestra. Ma sarebbe un gioco fin troppo facile limitare l'analisi al problema (pur drammaticamente e statisticamente rilevante) della convivenza della componente femminile in un partito machista e sessista come quello berlusconiano.

Qui c'è di più. La diaspora "di genere" che si è aperta dentro il Pdl è il sintomo più oggettivo e vistoso della dissoluzione finale di un ciclo politico. Le donne del Capo non obbediscono più, perché sentono che il Capo non comanda più. Il Cavaliere non è uscito da trionfatore, dall'ordalia parlamentare del 14 dicembre. È uscito da sopravvissuto. E non alla testa di un "governo di legislatura", ma alla coda di un "governo della non sfiducia". Un Andreotti qualsiasi, senza l'ambizione del disegno politico che, nel bene o nel male, resse per quasi un biennio quell'esperienza del 1976. Il "divorzio" della Prestigiacomo certifica questo decadimento progressivo, che ci accompagnerà almeno fino all'11 gennaio, quando cadrà l'unico appuntamento che sta davvero a cuore al presidente del Consiglio: la decisione della Consulta sul legittimo impedimento.

Fino ad allora, sarà "caos calmo", per usare un'altra metafora cinematografica. Poi, a seconda di quello che decideranno gli ermellini della Corte costituzionale, può succedere di tutto. Chi non ricorda il finale del "Caimano" di Nanni Moretti, se lo vada a riguardare. È ancora cinema. Ma non lo è forse anche quello che stiamo vedendo ogni giorno? (M.Giannini Repubblica.it 22 dicembre 2010)

 

 


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permalink | inviato da salernorosario il 27/12/2010 alle 7:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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