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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Monti: "Qualcosa mi dice di non candidarmi"
post pubblicato in diario, il 23 dicembre 2012


           

Anno 2012 N° 52 del 23-12-2012.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

1-23 dicembre 2012

Non credo di commettere un'indiscrezione se racconto i passi principali del nostro colloquio. Due amici si scambiano opinioni sulla situazione politica mentre una legislatura finisce e un governo nato per gestire l'emergenza economica rassegna le dimissioni

EUGENIO SCALFARI

1-Ecco il memorandum di Monti: "Qualcosa mi dice di non candidarmi"

(di EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it 23 dicembre 2012)

Il presidente del Consiglio alla vigilia della conferenza stampa di fine anno in cui proporrà la sua ricetta per il nuovo governo. "Centro e Pd dovranno allearsi dopo il voto. Mai con Berlusconi, dobbiamo fare muro e limitare il riafflusso della destra populista"

HO INCONTRATO Monti nel suo studio di Palazzo Chigi. Erano le nove e mezza del mattino e lui m'aveva invitato a prendere insieme un caffè. È stato un caffè molto lungo perché sono uscito alle dieci e tre quarti. In quest'anno del suo governo l'avevo incontrato una sola volta a Bologna dove con Ezio Mauro lo intervistammo nel teatro della città.

Eppure ci conosciamo da molto tempo: nel 1950 io dirigevo l'ufficio estero della Banca Nazionale del Lavoro nella filiale di Milano guidata da suo padre. Diventai amico del Monti senior che di tanto in tanto mi invitava a cena a casa sua insieme ad altri collaboratori del suo staff. Monti junior aveva più o meno dieci anni, io ne avevo ventisette. Ma molti anni dopo, quando lavorava alla Bocconi di cui poi fu rettore, diventammo amici, ci incontravamo e ci telefonavamo spesso e quando veniva a Roma spesso ci vedevamo a "Repubblica".

Racconto queste cose per meglio inquadrare il nostro colloquio. Mentre scrivo queste righe non sappiamo ancora, né voi né io, che cosa dirà stamattina nella conferenza stampa con la quale si conclude la sua azione di governo. Annuncerà qualche cosa, ma che cosa? Nel pomeriggio di venerdì è andato al Quirinale a dimettersi dopo un breve Consiglio dei ministri che ha formalizzato le dimissioni del governo. Nel frattempo Camera e Senato avevano approvato la legge di stabilità finanziaria.

Non credo di commettere un'indiscrezione se racconto i passi principali del nostro colloquio. Due amici si scambiano opinioni sulla situazione politica mentre una legislatura finisce e un governo nato per gestire l'emergenza economica rassegna le dimissioni (...)

Parliamo dei sondaggi, valgono quel che valgono. Se il centro facesse blocco con Berlusconi, arriverebbe almeno al 30 per cento se non di più.

"Sai bene che non lo farò mai" (...)

Torniamo alla conferenza stampa. Gli impegni che hai effettuato e quelli che dovranno essere realizzati. E poi?

Proporrò un programma che a mio avviso dovrebbe essere attuato fin dall'inizio, nei primi cento giorni del nuovo governo. Una legge aggiuntiva contro la corruzione; quella varata poche settimane fa è stata di fatto concordata con la cosiddetta 'strana maggioranza', ma è manchevole, consapevolmente manchevole di alcuni punti importanti. Bisogna completarla. Altrettanto bisogna fare con le liberalizzazioni. Bisogna rendere più penetrante l'azione antitrust in favore della libera concorrenza. Portare a termine l'impegno di abolizione delle Province. Cambiare la legge elettorale basandola sui collegi. Dimezzare il numero dei parlamentari. Portare avanti la riforma fiscale. Difendere fino in fondo la riforma delle pensioni. Cambiare il welfare e creare un sistema generale di ammortizzatori sociali. E soprattutto investire nelle scuole superiori, nell'università e nella ricerca".

Ci sono molti punti comuni con il Pd.

"Certo".

Tu pensi a un'alleanza post elettorale?

"La considero indispensabile. Dobbiamo ricostruire la pubblica amministrazione e costruire lo Stato dell'Europa federale. Ti sembrano compiti che possano essere portati avanti da un solo partito?"

Ma poi che altro dirai? Ti proponi come portabandiera e leader del Centro?

"Non lo so ancora. Ma dentro di me qualcosa mi dice di no. Chi si impegna nelle elezioni lo fa per vincere. Poi ci si può metter d'accordo ma alcune ferite possono essere inflitte da una parte e dall'altra. Io non voglio che questo accada tra due forze che poi dovranno necessariamente stare insieme".....(continua)

1-La striscia rossa del 16 dicembre 2012

Dante e Berlusconi un po' si somigliano: tutti e due ci hanno fatto vedere l'inferno. Però ancora Berlusconi no, pietà. Si è ripresentato e sembra uno di quei film horror, tipo lo «Squalo 6»

Roberto Benigni

1-Il sorpasso.

(Massimo Gramellini La Stampa 18 Dicembre 2012).

La lezione di educazione civica impartita in tv con la consueta leggerezza da Roberto Benigni ha emozionato e istruito un Paese di maleducati civici che confondono la politica con i maneggi dei politici e non hanno il senso dello Stato perché è lo Stato che fa loro senso. Invece le battute, attese e inevitabili, sul ritorno in campo di Berlusconi avevano un limite: facevano ridere meno di Berlusconi. Non che fossero brutte. Alcune erano davvero gustose: «Ha diviso l’Italia in due: metà contrari e metà disperati». Ma ormai nemmeno un premio Oscar può rivaleggiare con l’originale mentre, sprofondato nel salotto di una sua dépendance televisiva, giustifica le notti allegre di Arcore sciorinando una litania di disgrazie: mia mamma era morta, mia moglie mi aveva lasciato e io ero stanco, solo e abbandonato da tutti… Sembrava John Belushi in «Blues Brothers», quando per giustificarsi con la fidanzata mollata davanti all’altare tira in ballo qualsiasi cosa, persino l’invasione delle cavallette. 

Per la prima volta nella storia dai tempi di Nerone il politico ha sorpassato l’artista. Una parte di me, non ho ancora capito quale, prova una sorta di reverenza estatica nei confronti del talento impudente di quell’uomo. Ci prende in giro da vent’anni, però con un’inventiva e una compenetrazione nella parte che avevano soltanto le conferenze stampa giovanili di Maradona e i personaggi tragicomici di Vittorio Gassman. Solo che, a differenza degli attori, anche dei più grandi, Berlusconi non fa Berlusconi. Lo è. Peggio: crede fermamente di esserlo. .

19 Dicembre 2012

Le responsabilità milanesi non si limitano all'aver suscitato le "tre marce su Roma"  -  Mussolini, Craxi, Berlusconi  -  per "mettere un leader politico "decisionista" alla guida del Paese".

BARBARA SPINELLI 19 Dicembre 2012

2-Quando la società è orfana dello Stato.

(di BARBARA SPINELLI La Repubblica.it 19 Dicembre 2012).

Mario Monti contro Silvio Berlusconi? Ancora una volta, quel che accade in Italia si decide a Milano: nelle sue istituzioni politiche, nelle sue università, nelle sue aziende, nelle personalità che di qui partono, a intervalli regolari, per conquistare Roma. "Milano è la chiave d'Italia", la clef d'Italie, diceva Margherita d'Austria, zia di Carlo V, quando la caduta del Ducato di Milano mise fine alle libertà dell'Italia nel Cinquecento

Fu chiave e resta tale non tanto per la geografia, quanto per le virtù e i vizi che la città ha mostrato di possedere, prima dell'Unità e fino ai giorni nostri: virtù d'impegno civile, vizi di estraneità allo Stato. Sia Berlusconi che Monti di questa città sono figli, di qui son salpati per Roma: il primo poggiando sulle sue aziende e su Milano 2, il secondo sul vivaio di economisti della Bocconi. Monti si ritiene alternativo all'inventore di Forza Italia, e certo non ha ingombranti interessi privati da anteporre a quelli pubblici. Ha una levatura e un respiro europeo del tutto assenti nel Cavaliere. Ma è alternativo per davvero, ne ha la volontà, oppure è l'altra faccia d'una medaglia che non muta?.

Per rispondere a questi interrogativi, e tentare un distinguo fra le due figure milanesi oggi dominanti l'Italia, è assai utile leggere il libro-pamphlet appena pubblicato da Franco Continolo, che per anni ha operato nel mercato finanziario e che la città la vede da vicino se non da dentro, come il dottor Tulp.

nella Lezione di anatomia di Rembrandt. Il titolo (Milano "clef d'Italie", edito da Lampi di Stampa) rimanda subito all'essenza: cioè al rapporto della città con lo Stato, la politica, l'Italia. Ed è un libro doppiamente prezioso, perché i punti di vista dell'autore s'intrecciano a quelli di storici e scrittori che lungo i secoli hanno analizzato proprio questo rapporto, e che meticolosamente vengono trascritti e inanellati come in una collana: da Pietro Verri a Manzoni, Croce, Chabod; da Rosario Romeo a Giorgio Rumi.

La tesi del libro è avvincente: pur nell'alternarsi di fasi di rinascita a più lunghe fasi di decadenza, "Milano bifronte" appare incapace di diventare pòlis, città-stato, formatrice di classe dirigente. Nell'800, dopo un periodo che Continolo chiama dell'incivilimento, la città, con l'insurrezione antiaustriaca delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848) diventa chiave del Risorgimento, e nei decenni successivi all'Unità può fregiarsi del titolo di capitale morale. La laicità dello Stato è centrale per gli innovatori ("Val più il dubbio d'un filosofo  -  così Cattaneo  -  che tutta la morta dottrina d'un mandarino e d'un frate"). Notiamo tuttavia che l'incivilimento, rappresentato da illuministi come Pietro Verri, Cesare Beccaria, Giandomenico Romagnosi, Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo, era stato avviato proprio dalla potenza occupante, l'Austria di Carlo VI, Maria Teresa, Giuseppe II. Fondamentale, per le implicazioni politiche e civili oltre che economiche, fu la riforma del catasto

Con Bava Beccaris, il generale che guida la repressione violenta, sproporzionata, della sommossa del 6-9 maggio 1898, il fuoco dell'incivilimento risorgimentale si spegne, e la città cessa di essere capitale morale per ridivenire capitale della restaurazione e, non di rado, dell'eversione. Il suo essere capitale morale durò poco: fu un'eccezione alla regola. La sua storia è fatta essenzialmente di quest'eccezione. Dall'incivilimento si passa dunque all'imbarbarimento, al prevalere dell'interesse privato sul pubblico (è il modello ricchezza privata-miseria pubblica), al venir meno della passione che aveva animato la scelta cavouriana e unitaria del vecchio ceto patrizio, al riproporsi dell'alleanza fra potere politico e gerarchie ecclesiastiche.

Su questa fase di decadenza, durata per gran parte del '900, si sofferma Tommaso Padoa-Schioppa in una lettera del settembre 2009, pubblicata in apertura del libro, quasi un'epigrafe. Scrive Padoa-Schioppa: "Non è un'esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861, forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti". Le responsabilità milanesi non si limitano all'aver suscitato le "tre marce su Roma"  -  Mussolini, Craxi, Berlusconi  -  per "mettere un leader politico "decisionista" alla guida del Paese".

Un'intera classe imprenditoriale "ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all'impresa e portati fuori dall'Italia, dell'evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell'informazione economica".

L'imbarbarimento, Continolo lo riassume nel concetto, caro allo storico Rumi, di società senza Stato. Lo Stato è vissuto come nemico invadente, estraneo ai pragmatici bisogni della borghesia imprenditoriale milanese. E di conseguenza sono nemici la politica, l'impegno civile, il Meridione.

Le pagine più terribili del libro evocano l'ostilità dei socialisti di Turati e dei repubblicani milanesi alle celebrazioni del XX Settembre. Basti citare un articolo de La Critica sociale, diretto da Turati, nel 25° anniversario della breccia di Porta Pia: "Il 20 settembre, simbolo del compimento dell'unità che ci ha disuniti, che ha sovrapposto un minuscolo sciame d'arpie all'immenso popolo degli squallidi lavoratori italiani, non può essere per questi che giorno di raccoglimento e di protesta". Lo sciame d'arpie impersonava il Sud. Lo spirito antimeridionale delle sinistre milanesi fu feroce, e favorì la connivenza con il conservatorismo cattolico

Così veniamo all'oggi: alla quarta apparizione, nell'orizzonte della politica nazionale e romana, di un milanese di primo rango. Monti non viene da un'impresa come Berlusconi, ma da un'università, la Bocconi, che non è mai riuscita veramente a selezionare classe dirigente. È giunta l'ora in cui l'Ateneo si riscatta, in cui rivive la tradizione dell'incivilimento? È fondata, la fede di Umberto Ambrosoli nel senso di responsabilità rinato in Lombardia? In apparenza sì, ma molti dubbi restano da chiarire. La continuazione del governo Monti è reclamata a viva voce dai vertici ecclesiastici (Bagnasco, Ruini).

Riceve il sostegno di Comunione e Liberazione, che furbamente s'è congedata da Berlusconi. È difficile che con lui tali vertici siano disturbati da leggi sulle questioni dette etiche, cruciali per l'incivilimento e la laicità dell'Italia: nuove regole sul fine vita, rispetto della legge sull'aborto, unione matrimoniale o semi-matrimoniale fra omosessuali. È difficile che Monti difenda la neutralità laica dello Stato, attaccata aspramente dall'arcivescovo di Milano Angelo Scola il 6 dicembre a Sant'Ambrogio. Tanto decisivo è l'imprimatur del Vaticano, e della Dc europea: un imprimatur ingombrante, troppo, ma di buon grado accolto dal Premier

La laicità è forse la prova nodale per Monti, in un paese dove la Chiesa s'intromette nella politica pesantemente. Dove l'egemonia ecclesiastica non è esercitata dagli eredi del Concilio ma  -  lo spiega il teologo Massimo Faggioli commentando l'omelia di Scola  -  dai creazionisti anti-Obama del cattolicesimo americano (Huffington Post, 7 dicembre). Sembra enorme, il divario fra Berlusconi e Monti. Ma ancora non sappiamo bene la visione che Monti ha del mondo: se auspichi la riscoperta del senso dello Stato, o se sia un fautore della società senza Stato, senza politica, senza contrapposizione fra partiti. Di una società che tramite i suoi manager, o banchieri, o economisti, "educhi il Parlamento" e la politica, e li sorpassi, come lui stesso ha auspicato il 5 agosto nell'intervista a Spiegel, infastidito dalle tante, lente procedure della democrazia

3- La striscia rossa del 22 dicembre 2012

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando. Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno.

L'anno che verrà di Lucio Dalla

3- -Spegnete la televisione Sugli schermi è tornato Berlusconi.

(Maria Novella Oppo l'Unità.it  20 dicembre 2012).

Dopo l’oratoria civile di Benigni, è ancora più difficile sopportare Berlusconi in tv. E, francamente, per chi scrive, quasi impossibile. Perciò, siamo tra i tanti che l’altra sera non abbiamo voluto e potuto assistere a Porta a porta, ben sapendo che ne avremmo comunque subìto gli effetti in tutti i tg precedenti e successivi

E infatti ci è toccato vedere e rivedere all’infinito la faccia rifatta e sentire la voce soddisfatta di lui che diceva di esserci indispensabile e dunque di essersi deciso, sia chiaro, solo per questo, a tornare in campo

E non è affatto vero che, come ha scritto Vittorio Feltri ieri, chi non vuole vedere Berlusconi in tv, basta che cambi canale. È come dire al derubato: quando senti che il ladro ti mette le mani in tasca, tu guarda da un’altra parte. Tanto più che non c’è canale che ci salvi dalla grottesca prosopopea e dal cinico abuso della verità che contraddistinguono da sempre i monologhi di Berlusconi. Il quale, prima ha anticipato, per i propri interessi, la fine del governo Monti e ora pretende di dilatarne la vita postuma a misura di quegli stessi interessi

Spostando più in là le scadenze nazionali per potersi intrufolare in casa nostra ancora più a lungo di quanto gli consenta una normale campagna elettorale. Ma, se anche riuscissimo a sopportare Berlusconi, ci sono tutti i berluscloni, ormai sguinzagliati in altre pseudo formazioni per occupare più spazio del nostro tempo, più pori della nostra pelle, più aria dei nostri polmoni. Perché gli uomini (e le donne!) del boss sono ancora peggio di lui, spinti dalla necessità di sopravvivergli ai toni più striduli, adepti della dottrina della incontinenza verbale, pronti a sostenere ogni indecenza pur di farsi notare. Ma speriamo che Mario Monti sia vendicativo almeno quanto Berlusconi è comunicativo

4- La striscia rossa del 20 dicembre 2012

Berlusconi è il contrario della stabilità e il suo ritorno può essere una minaccia per l’Italia e per l'Europa che proprio di stabilità hanno bisogno

Martin Schulz, presidente Parlamento Europeo

4-Canale Silvio.

(di Marco Bracconi Repubblica.it 16 Dicembre 2012).

Se vinco io, non ci sarà alcuna imposta sulla casa. Mai più. Lo promette Berlusconi, rispolverando lo slogan kantiano-pop del dovere assoluto

Che la ridiscesa in campo di Silvio sarebbe stato un lungo deja vu si sapeva. Meno tasse per tutti, i giudici comunisti, la Corte Costituzionale comunista, il Quirinale pure un po’ comunista. E poi Erasmo da Rotterdam, e i successi con le costruzioni e le televisioni, e il Milan, e mamma Rosa…

Così nel noiosissimo monologo la cosa più notevole (oltre al patetico annuncio di fidanzamento con la Pascale) diventa  il grottesco servilismo di una Barbara D’Urso che, tra una lode a l’altra al presidente e ai suoi familiari, si autoproclama portavoce della gente comune

Una persona con la schiena tanto dritta da interrompere il futuro presidente del Consiglio con la sublime frase: io lavoro in una tv commerciale, e sono orgogliosa di lavorarci, tanto orgogliosa, e in questa tv commerciale abbiamo tanta pubblicità, quindi ora la fermo perché devo mandarla in onda.

E poi uno dice che Silvio non è unico. Trovatene in giro un altro che quando lo intervisti (si fa per dire) gli fai propaganda, e quando lo interrompi gli fai entrare in cassa qualche centinaia di migliaia di euro

 

EUROPA-ITALIA-MONTI-Berlusconi e il debito pubblico
post pubblicato in diario, il 19 dicembre 2011


           

Anno 2011 N° 51 del 18-12-2011.

IL MEGAFONO.

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE.

Gli interventi in Parlamento e il commento di Massimo Giannini

Berlusconi e il debito pubblico : Oscar Giannino ricostruisce - numeri alla mano - l'escalation del debito sovrano italiano, che ha fatto precipitare il nostro Paese nella crisi

 

La striscia rossa del 16 dicembre 2011

Vi è un’Italia della produzione, del rischio, dell’eccellenza che non si rassegna. Se questo Paese non prende il sopravvento l’Italia diventa povera.

Tommaso Padoa Schioppa

1.     Napolitano, "Con Monti Italia in Europa siamo chiamati a scelte coraggiose".

(La Repubblica.it 16 dicembre 2011).

Il presidente della Repubblica agli ambasciatori: "Sacrifici necessari". "Il nostro debito pubblico è un elemento di fragilità tale da esporci al rischio di un drammatico disastro finanziario". "Inevitabile spersonalizzazione rapporto con Russia".

 ROMA - "L'Italia è chiamata a sacrifici necessari". Giorgio Napolitano, mentre il Parlamento vota la dura manovra economica varata dal governo, torna a chiedere "scelte severe e coraggiose". Sia "a casa nostra" sia in Europa. Ma al tempo stesso sottolinea "l'autorevole ritorno dell'Italia al tavolo delle istituzioni europee".

"Servono soluzioni organiche di consolidamento della moneta unica, di rafforzamento della governance economica e del potenziale di crescita dell'Unione", dice il capo dello Stato. Che, però, si mostra ottimista:  "C'è fiducia, fondata su forti ragioni nella nostra capacità di superare le sfide come altre non meno ardue ne abbiamo superato nel lungo e accidentato percorso dei 150 anni". [...].

La striscia rossa del 8 dicembre 2011

L’Italia sta facendo la sua parte e i leader europei, a lungo critici, dovrebbero prendere nota. Ma l’austerity in sé è insufficiente: la vera sfida è rilanciare la crescita

Financial Times

2.     Frequenze tv, sì del Governo agli odg di Pd, Idv e Lega.

(l'Unità 16 dicembre 2011).

 Il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, prendendo la parola nell'Aula della Camera, ha dato parere favorevole agli ordini del giorno alla manovra presentati dalla Lega e dall'Idv dove si chiede di annullare il beauty contest e di procedere all'asta delle frequenze Tv. Parere positivo anche ad un altro odg più leggero, depositato dal Pd, dove si limita a chiedere invece al governo di «verificare gli effetti giuridici ed economici dell'adozione di un diverso processo di assegnazione delle frequenze televisive».

È un «fatto positivo» che il Governo abbia accettato l'ordine del giorno del Pd sulle frequenze tv, ha scritto Walter Veltroni su twitter: «Il Governo ha accettato gli ordini del giorno per rivedere la gara sulle frequenze tv. Lo avevamo chiesto, è successo. Un fatto positivo, molto».

«Il governo ha accolto gli ordini del giorno presentati da Pd, Idv, Lega e che chiedevano di annullare l'assegnazione gratuita delle frequenze in tv e di modificare le decisioni che erano state assunte dal precedente governo. Non si tratta ovviamente di una norma vincolante, ma la solennità del voto e l'ampiezza della maggioranza, inedita e trasversale, impegnano il governo alla immediata esecuzione di una tale decisione». Lo dice Beppe Giulietti, portavoce articolo 21, che aggiunge: «Ci auguriamo che il ministro Passera voglia recepire la volontà del Parlamento e indicare quanto prima i nuovi criteri».

La striscia rossa del 7 dicembre 2011

I leader europei sanno che la crescita è indispensabile ma preferiscono fare prediche che non servono a risolvere i problemi dell’Europa e a salvare l’euro.

Joseph Stiglitz

3.     Se l'Europa si scopre mortale.

(di BARBARA SPINELLI La Repubblica.it 14 dicembre 2011).

SONO due anni che gli Stati europei vivono una crisi che somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa e quel che imparammo nel '45, oggi l'apprendiamo con terribile lentezza. Allora tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l'inerzia o perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell'ottimismo: avevamo l'Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro, ritenuto impossibile, non era calcolato

Invece il disastro era non solo possibile ma dietro l'angolo, e per questo urge un risveglio analogo a quello postbellico degli europei e dei loro leader (Monnet, Adenauer, De Gasperi). Alcuni, come Paul Valéry, si svegliarono già prima, dopo il '14-'18: "Noialtri, civilizzazioni, sappiamo ora che siamo mortali. Il tempo del mondo finito comincia". Non dimentichiamo mai che da tale presa di coscienza nacquero due cose, non una: l'Europa, e il Welfare. La prima era un no ai nazionalismi, la seconda alle recessioni punitive che scaraventavano genti disperate nelle dittature. Oggi siamo a un bivio simile, e un primo parziale risveglio è iniziato al vertice dell'8-9 dicembre a Bruxelles

Il tempo del mondo finito comincia con la consapevolezza che la moneta è davvero in pericolo, se non s'accompagna a un'unione economica-politica che leghi più strettamente i paesi dell'Euro. Se i governi non osano, finalmente, dire la verità ai confusi, spaventati cittadini: le nostre sovranità nazionali sono troppo fatiscenti, per fronteggiare una mutazione mondiale che si manifesta con il caos dei mercati. Non possiamo più permetterci finti sovrani. Neanche possiamo permetterci di dire, come tanti cittadini mossi da giusta rabbia verso i sacrifici richiesti, che la colpa dei debiti eccessivi è imputabile all'1 per cento dei popoli. Da trent'anni l'elettore ha legittimato, votandoli, governi sperperatori, custodi di caste privilegiate.

Anche i politici tedeschi hanno mentito ai cittadini: un atavico impasto di ordine e paura ha abituato all'autodisciplina la nazione, ma anch'essa ha creduto nell'Euro inattaccabile. La Sueddeutsche Zeitung è severa con le sue élite: "Non si può salvare l'Euro tedesco, dando all'Euro europeo solo garanzie limitate". La cultura della stabilità è un bene (tutt'altro che imperiale) che Berlino ha disseminato in Europa; ma è mancata la coscienza che anche il suo piccolo mondo finiva, se cadeva l'Unione. Che anche la solidarietà sociale è un bene pubblico europeo, come la stabilità. Non si può fare l'Euro senza unione economico-politica, dicevano gli scettici tedeschi. Ora che l'unione si può fare s'imbronciano, e fanno come se l'Euro fosse un punto d'arrivo, non di partenza

Il vertice di Bruxelles è stato giudicato negativamente da molti europeisti, ma potrebbe essere un ricominciamento. Non per la prima volta, i governi più consapevoli hanno deciso di isolare Londra, di tentare un'unione fiscale più compatta partendo da un gruppo ristretto di paesi: quelli dell'Euro, cui s'aggiungerà chi vorrà. La loro sovranità diminuisce, visto che compiti cruciali, di controllo preventivo e sanzione, sono delegati a organi sovranazionali come la Commissione, la Corte di giustizia, la Banca centrale che agirà come agente del Fondo salva-stati operativo nel luglio 2012, prima del previsto. Alcuni denunciano l'accordo intergovernativo: l'Europa comunitaria dei 27 sarebbe scavalcata, i conflitti col Trattato di Lisbona sicuri. Ma anche questo dobbiamo ricordare: l'Europa si è sempre perfezionata a scaglioni (Schengen, moneta unica). I cavilli giuridici si superano, se si vuole

Un altro progresso è l'abbandono, sia pur stentato, del voto all'unanimità (il liberum veto che già una volta, nella Polonia del '700, fece morire una nazione). Il Fondo salva-Stati abbandonerà, in emergenza, il diritto di veto. E certo ci sono parole aspre, come l'automatismo delle sanzioni. Ma l'automatismo è benefico, non fosse altro perché mette fine a quella che Monti chiamò, tempo fa, "l'eccessiva deferenza fra stati dell'Unione". In un regime di deferenza i controllori giudicano i controllati, omertosamente si proteggono l'un l'altro. Nel trattato dell'eurozona, solo una maggioranza qualificata di stati potrà opporsi a sanzioni automatiche.

Un'ondata di sdegno si è levata ultimamente contro Berlino: per l'arroganza di certe condotte (Volker Kauder, deputato democristiano e uomo di fiducia della Merkel, ha detto: "L'Europa ora parla tedesco!"). Lo sdegno è stato utile, e soprattutto è servita l'insurrezione socialdemocratica. L'europeismo sta rimettendo radici nella sinistra tedesca, e il Pd farà bene a sostenerla in ogni modo. Il risultato è stato che la Merkel ha dovuto scuotersi dal sonno dogmatico che prescriveva di metter prima "la casa in ordine" e poi fare l'Europa: nei giorni precedenti il summit, sembra aver capito che nessuno stato da solo può salvare l'Europa. Che dare autorità alla Commissione, alla Corte di giustizia, alla Bce è infinitamente più efficace del grido accentratore di un solo Stato. Non a caso la Bce ha annunciato, forte dell'unione fiscale voluta dall'eurozona, che da ora in poi sosterrà le banche per periodi prolungati (tre anni), accettando come garanzie i titoli di Stato di scarsa qualità. Di fatto la Bce già è prestatore di ultima istanza, senza dirlo, assicurando liquidità alle banche, e quindi respiro a Stati e cittadini

Nel suo discorso al congresso socialdemocratico, il 4 dicembre, Helmut Schmidt ha puntato il dito su contraddizioni europee non più sopportabili: non solo fra sovranità statali e moneta unica, ma anche fra regole del Trattato. Quest'ultimo vieta, ad esempio, il salvataggio europeo degli Stati. Ma è in conflitto con il principio di sussidiarietà che Schmidt riassume così: "Quando uno Stato da solo non riesce a regolare i propri problemi, l'Unione deve farsene carico". La stessa costituzione tedesca è tra le più ardite su questo punto: nell'Articolo Europeo aggiunto dopo la moneta unica (nr 23), è scritto che la Germania, "per realizzare l'Europa unita, può delegarle sovranità".

Val dunque la pena essere prudenti, quando si accusa la Germania. Chi si è opposto alla diminuzione del diritto di veto e difende prerogative degli Stati non è Berlino, ma Parigi. È a Parigi che occorre una rivoluzione europea, più che in Germania. Molte rigidità tedesche sono state inasprite, lungo un ventennio, dall'Eliseo. E i socialisti non sono meglio di Sarkozy. Hollande, candidato all'Eliseo, fonda la propria campagna sul diniego d'ogni ingerenza europea. Quanto all'attuale Presidente, l'intervista che pubblichiamo su Repubblica è pura ipocrisia: l'unione fiscale va bene perché il potere "torna ormai agli Stati (...) non s'organizza più attorno alla Bce e alla Commissione". Bugie siffatte confondono i cittadini, e pure i mercati

Il nuovo ordine europeo è duro per i popoli. Il mondo cambia; ricchezze e speranze traslocano da Ovest a Est. Di fronte non abbiamo 1-2 anni, ma molti anni di bassa crescita. Tanto più duro è l'ordine se non si salva l'idea del Welfare, oltre che l'Euro. Se i mali scatenatori della crisi (diseguaglianze, privilegi, corruzione, agenzie di rating asservite alle lobby) ci vengono ripresentati addirittura come farmaci. Se l'Europa non comincia a pensare una nuova crescita, ecologica, e a darsi i mezzi (non l'odierno avaro bilancio) per scommettere tutti insieme sullo sviluppo oltre che sulla stabilità. Lo chiedeva il socialista Papandreou: mai fu ascoltato

Le elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, saranno una prova decisiva. Se la Commissione avrà più peso, è essenziale che il suo Presidente sia eletto dai popoli. È indispensabile che anche i deputati dell'Unione si sveglino: reclamando tasse sulle transazioni finanziarie, e una severa sorveglianza di banche, borse. Martin Schulz, futuro Presidente, è stato chiamato da Schmidt a una "rivolta del Parlamento europeo". È essenziale che nasca una vera agorà europea, che vinca l'ignoranza dei più e le ipocrisie dei pochi.

La striscia rossa del 9 dicembre 2011

Nella storia nessuna società ha mai trasferito oneri enormi sulle generazioni future come abbiamo fatto noi.

David Brooks

4.     Comincia dopodomani la manovra del dragone.

(di EUGENIO SCALFARI  18 dicembre 2011). SIAMO in recessione, lo dicono tutti, le proiezioni dei centri-studi, le  Autorità economiche internazionali, i governi, i mercati. Lo dice l'esperienza  quotidiana di ciascuno di noi, ricchi e poveri, occupati e disoccupati.

Il reddito in Europa non cresce, le esportazioni languono e languono  investimenti, consumi, ricostituzione delle scorte. Il rigore è necessario ma  altrettanto lo è la crescita.

Il governo promette che entro gennaio varerà provvedimenti importanti di  crescita, affidati soprattutto alle liberalizzazioni; in parte sono già stati  varati nel decreto approvato dalla Camera l'altro ieri; quelli sulle farmacie,  sulle aste delle frequenze televisive, sugli ordini professionali, lo saranno  entro un mese. Così si è impegnato a fare l'ex commissario europeo alla  concorrenza Mario Monti, che merita d'esser creduto e merita un appoggio senza  riserve dai partiti che lo sostengono; ma i risultati d'una più attiva  concorrenza cominceranno a manifestarsi non prima d'un anno e saranno a regime  tra due o tre.

Che cosa accadrà nel frattempo? Lasceremo che la recessione si trasformi in  depressione? "Ah, padron, siam tutti morti" canta Leporello quando appare il  Commendatore a fare le sue vendette su Don Giovanni. E questo ha detto Monti  alla Camera mentre infuriavano i lazzi della Lega e le scriteriate rampogne di  Di Pietro: senza il rigore saremmo già saltati in aria, ma senza un rilancio  della crescita con effetti rapidi saremo morti egualmente tra poche settimane. comincia dopodomani la manovra del dragone. .

Questo è il punto sul quale occorre ora concentrarsi. Scrissi la settimana  scorsa che ero ottimista e tuttora lo sono. A patto che l'eterogenea maggioranza  parlamentare faccia fino in fondo il suo dovere e sostenga il governo  collaborando ad affinare i suoi interventi e non invocando elezioni anticipate.  Berlusconi prevede elezioni generali a maggio e Bossi borbotta lo stesso  vaticinio. Significa che staccheranno la spina a marzo? Nel pieno della stagione  di scadenza d'una mole enorme di titoli pubblici e di obbligazioni bancarie in  Italia e in tutta Europa? Una strategia di questo genere porterebbe dritti  all'uscita dell'Italia dall'euro e c'è perfino qualcuno che pensa d'un ritorno  alla lira come ad una panacea perché "la lira si può svalutare". Ma sono matti?. […]

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[…] Lo sblocco del credito e l'eventuale discesa degli "spread" e dei tassi di  rendimento costituiscono obiettivi necessari anche se non sufficienti al  rilancio della domanda di consumi e di investimenti. Per rendere positivamente  influente questo risultato preliminare occorre utilizzare le diseguaglianze come  da tempo suggerisce Stiglitz ed altri autorevoli economisti. Utilizzare le  disuguaglianze, che sono estremamente aumentate negli ultimi dieci anni in  Italia ma anche in Europa e in America, significa tentare di farle diminuire tra  ricchi e poveri, tra Nord e Sud ma anche all'interno delle regioni ricche, non  meno diseguali di quelle povere.

Il ministro dello Sviluppo e quello della Coesione territoriale, Passera e  Barca, sono gli attori principali di questa strategia che dev'essere messa in  campo mobilitando in parte risorse esistenti (lo hanno già fatto sbloccando tre  miliardi e mezzo già accantonati ma non utilizzati dal precedente governo e  destinati a finanziare infrastrutture in ferrovie, porti, scuole, carceri), ma  in gran parte cercandone di nuove. Non si rilancia la crescita a costo zero,  salvo le liberalizzazioni che operano a tempo medio-lungo.

Il governo ha avviato la mappatura della "spending review", cioè dei tagli di  spesa mirati nei settori dei trasferimenti. Una parte di questi tagli è già  contenuta nel decreto e riguarda la sanità. Un'altra fonte, verrà (a tempo  medio-lungo) dalla riforma della giurisdizione civile e dall'accorpamento delle  strutture giudiziarie inutilmente disseminate sul territorio. Un altro analogo  accorpamento riguarda i piccoli Comuni. Ma il grosso concerne l'acquisto di beni  e servizi della pubblica amministrazione e la selva dei trasferimenti a sostegno  di categorie di imprese, privi di utilità, veri e propri sprechi e regalie  elettoralistiche.

Ci sono varie stime su questi possibili tagli di spesa, la più prudente delle  quali fissa intorno ai 10-15 miliardi l'ammontare di questi risparmi. In attesa  d'una mappatura più attenta e più estesa - che va avviata subito - un taglio  limitato agli sprechi più evidenti che frutti nel 2012 la cifra di 10 miliardi  sarebbe un passo avanti notevole. Senza dubbio un'altra fonte dovrebbe venire  dalla lotta all'evasione che però non si può limitare al tetto del contante  spendibile fissato a mille euro. Vincenzo Visco prese provvedimenti molto  efficaci a questo proposito e sarebbe oltremodo opportuno che Monti e il suo  viceministro del Tesoro, Grilli, lo consultassero e lo imitassero. L'evasione e  i tagli alle spese di spreco potrebbero fornire le risorse necessarie a  finanziare due obiettivi: il rilancio della domanda e i provvedimenti per  rinnovare il welfare con l'occhio ai giovani e ai precari. I partiti collaborino e sostengano senza se e senza ma perché questo governo non  ha alternative.

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Non ha alternative per questa legislatura ma, in quanto governo istituzionale,  non ha a mio avviso neppure alternative per il futuro nel senso che, al di là  dell'emergenza che lo ha reso necessario, la sua nascita corrisponde ai principi  e alla normativa prescritta dalla Costituzione, soverchiata per mezzo secolo  dalla partitocrazia.

Questo avevo scritto in precedenti articoli e questo mi è stato rimproverato,  con molto garbo, in un articolo di fondo sul Corriere della Sera, di domenica  scorsa da Galli della Loggia che vede un errore grave in ciò che avevo scritto  sulla natura istituzionale dei governi e sui poteri del Capo dello Stato a  questo riguardo.

Della Loggia si è rammaricato che i costituzionalisti non siano finora  intervenuti in proposito lasciando il dibattito nelle mani dei giornalisti. Ma  ora molti costituzionalisti di notevole prestigio hanno detto la loro: Gustavo  Zagrebelsky su questo giornale il giorno stesso in cui della Loggia scriveva la  rampogna a me diretta e quindi senza ancora averlo letto; più tardi Capotosti,  Onida, De Siervo.

Tutti senza eccezione hanno ritenuto infondati i rilievi mossi  dall'editorialista del Corriere nei confronti di Napolitano (e diretti a me che  ne sostenevo l'assoluta correttezza costituzionale).

Alcuni di loro tuttavia (e De Siervo in particolare) hanno criticato anche me;  la titolarità esclusiva del presidente della Repubblica nella nomina del  presidente del Consiglio ignorando i partiti, sarebbe giustificata  dall'emergenza ma non lo sarebbe quando si tornasse alla normalità.

Che senso ha questo distinguo? Con tutto il rispetto: nessun senso. Se la  procedura di Napolitano è riconosciuta corretta è perché conforme alla  Costituzione laddove attribuisce in via esclusiva al capo dello Stato la "nomina  del presidente del Consiglio e su sua proposta dei ministri".

I partiti, secondo l'articolo 49, "concorrono con metodo democratico a  determinare la politica nazionale". Cioè - come spiegano i lavori della  Costituente - raccolgono il consenso popolare e determinano l'indirizzo politico  attraverso i membri del Parlamento che aderiscono a quei partiti. Il governo  deve avere la fiducia del Parlamento per nascere e sussistere; il Capo dello  Stato, quando nomina il presidente del Consiglio, dovrà dunque preventivamente  esser consapevole che la sua scelta dev'essere soddisfacente per la maggioranza  parlamentare e quindi interpellerà i gruppi parlamentari per conoscere quale sia  il loro "indirizzo politico" il loro programma di legislatura, ricavandone  l'identikit del nuovo "premier".

Lo sceglierà lui e il prescelto gli farà le sue proposte in un rapporto  fiduciario che passa tra capo dello Stato  -  presidente del Consiglio-ministri.

Questo percorso esclude le famigerate "delegazioni" dei partiti all'interno del  governo e impedisce che la partitocrazia deformi gli stessi partiti e la  democrazia parlamentare.

Queste sono le procedure corrette, non lo dico io ma lo dice la Costituzione. Si  può obiettare che i partiti di maggioranza definiranno "governo amico" e non  "loro governo" quello così formato. E' probabile, ma questo sarebbe un ottimo  risultato. I governi hanno una maggioranza di riferimento ma sono indipendenti  in quanto istituzione così come la maggioranza parlamentare è autonoma nelle sue  determinazioni se non altro perché ha il compito di legiferare ma anche di  controllare, insieme all'opposizione, il governo e la pubblica amministrazione. Governo amico: va benissimo così.

 

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