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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Piero Calamandrei - "Lo avrai, Camerata Kesserling..."
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2010


N° 12 - 25/04/2010   

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE

 

La striscia rossa del 25 aprile 2010

Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella.

Giordano Cavestro (Mirko) 1925-1944

 

Piero Calamandrei - "Lo avrai, Camerata Kesserling..."

(Testo introduttivo a cura dell'ANPI)

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento.

A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

La striscia rossa del 24 Aprile 2010

 "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione." –

 Piero Calamandrei

 L'unità del Paese è soltanto un ricordo

di EUGENIO SCALFARI

NELL'ARTICOLO di domenica scorsa intitolato "Che cosa farà Fini quando sarà  grande" avevo cercato di capire quale sarebbe stato lo sbocco politico dello  scontro tra Berlusconi e Fini partendo da un presupposto: il presidente del  Consiglio non ha alcun interesse alle future sorti del partito da lui fondato,  non è su di esso che si basa la sua fortuna politica e il suo potere.

I fatti avvenuti subito dopo, la drammatica e pubblica rottura con il  cofondatore, le reazioni della Lega, hanno clamorosamente confermato quel  presupposto. Lo stesso Berlusconi ne ha fornito la prova più evidente quando ha  ricordato che il Pdl non si chiama "partito della libertà" ma "popolo della  libertà". Il rapporto dunque non è tra lui e un partito ma tra lui e il popolo,  un rapporto diretto, senza mediazioni, carismatico e populista.

Quale sia quel popolo è tutto da vedere, ma le sue dimensioni quantitative  debbono esser ben presenti: rappresenta (comprendendovi anche le liste collegate  nelle ultime elezioni regionali) il 37 per cento dei votanti i quali, a loro  volta, sono stati il 65 per cento del totale del corpo elettorale. Compresi in  quel 37 per cento anche gli elettori che simpatizzarono per Fini. Difficile  valutarne il numero ma il netto dei berlusconiani doc è comunque al di sotto di  un terzo di quelli che hanno messo le schede nell'urna.

Molti osservatori sostengono che la stragrande maggioranza degli italiani non è  interessata a questi temi che sanno di muffa e di politichese.

Concordo, ma resta il fatto che il governo è comunque la sede dove vengono  decise le questioni che toccano da vicino gli interessi di tutta la nazione, dei  ceti sociali che la compongono e dei singoli individui.

Un po’ di storia

Per tutto l'Ottocento il corpo elettorale delle nazioni europee non superava  mediamente il 15 per cento della popolazione attiva. In Italia era nettamente al  di sotto di quella media: l'elettorato era soltanto maschile, c'era un limite di  censo al di sotto del quale si era esclusi dal voto, gli elettori erano per  conseguenza nettamente al di sotto del 10 per cento. Un'oligarchia di  proprietari fondiari con una spolverata di professionisti e di dirigenti  aziendali, che si allargò lentamente fino a comprendere una parte degli  impiegati pubblici e di piccoli imprenditori e un primo nucleo di operai  specializzati.

Non toglie che quei governi, sorretti da un consenso così ristretto, decidessero  della felicità o dell'infelicità dei governati, in gran parte contadini,  braccianti, manovalanza generica.

Oggi

Bisogna dunque stare attenti quando si batte il tasto di interesse o non  interesse degli italiani. Il concreto individuale fa inevitabilmente parte del  concreto collettivo; la politica del governo, sostenuto da una maggioranza  parlamentare che vota a comando, incide su quel concreto, lo manipola lo  indirizza, ne tiene conto o lo trascura, distribuisce felicità e sacrifici. Se  tutto questo non interessa - e spesso accade - si tratta di incultura o di  stato di ipnosi. Non è bene.

* * *

Il fatto più evidente dell'attuale situazione consiste nel disfacimento,  diventato sempre più rapido in questi ultimi mesi, del sentimento di unità  nazionale. Mentre si celebra proprio oggi la ricorrenza del 25 aprile 1945, cioè  la liberazione dal nazifascismo e l'inizio della democrazia e della storia  repubblicana (giugno 1946) e mentre si celebrerà il 5 maggio l'impresa  garibaldina, l'imbarco dei Mille a Quarto, il loro sbarco a Calatafimi e poi, in  pochi mesi, la battaglia del Volturno, l'incontro di Teano tra Garibaldi e  Vittorio Emanuele e infine la nascita di lì a poco dello Stato italiano; mentre  queste ricorrenze incalzano, quello Stato che ha 150 anni di vita, si sta  disfacendo sotto i nostri occhi.

Quelle ricorrenze

hanno perso ogni significato epico, non suscitano entusiasmi e  neppure tenerezza, neppure orgogliosa memoria, neppure condivisione di valori.  "Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor" cantava il  Manzoni. Ma dove mai? Siamo mille miglia lontani da quell'unità auspicata dai  nostri grandi, mai realizzata nel profondo se non nel fango delle trincee, nei  sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado tutto, hanno  costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno tentato di  estirpare i vizi e seminare le virtù civiche.

Appetiti e cupidigia

Magro è stato il raccolto ma tuttavia sufficiente per continuare a sperare e ad  avanzare verso il futuro. Ma ora tutto sembra dissolto. Lo Stato si disfa sotto  gli appetiti e la cupidigia; la nazione sta cessando di esistere  nell'indifferenza sempre più diffusa. Non c'è un soprassalto collettivo contro  ciò che avviene sotto i nostri occhi. L'indignazione è diventata quasi una  professione di pochi.

Regionalismo deleterio

Quando questo avviene, quando l'indignazione resta in appalto a poche voci, il  segnale è quello d'una campana a morto mentre ci vorrebbe il suono di campane a  martello che battessero da tutti i campanili. Quando il regionalismo arriva al  limite di imporre nelle scuole maestri e docenti nati sul territorio e capaci di  insegnare il dialetto locale come presupposto alla capacità di insegnare  cultura, vuol dire che è in atto la scissione non più silenziosa ma dichiarata  orgogliosamente dalla nazione e dallo Stato che la rappresenta.

Carlo Azeglio Ciampi

si è dimesso per ragioni d'età dalla presidenza del  comitato per le celebrazioni dell'Unità d'Italia. Conoscendolo io credo alla sua  motivazione, ma proprio perché lo conosco da quarant'anni posso testimoniare  della sua amarezza per il disfacimento morale e politico che è sotto gli occhi  di tutti. Dell'unità nazionale e costituzionale Ciampi è stato uno dei più  validi assertori. Possiamo ben comprendere la sua tristezza e l'amarezza che la  pervade.

* * *

L’albero e la foresta

C'è chi guarda soltanto all'albero e chi è responsabile della foresta. È normale  che un individuo e una famiglia guardino all'albero della propria felicità ed è  normale che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell'intera foresta,  la faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare  nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi anch'essa  soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto in malora.

La Chiesa cristiana

Ciò che non è  normale è quando il senso civico si trasforma in puro egoismo e localismo e i  paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla  contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana dovrebbe denunciare chi compie  questa strage dell'impegno civico. La coscienza nazionale dovrebbe denunciarla.

La Lega di Bossi,

dopo la vittoria che gli ha consegnato il comando delle  Regioni del Nord, sta seguendo questa strada: torri e mura merlate si  moltiplicano nei Comuni e nelle Province leghiste; le Regioni incoraggiano e  danno senso politico a questo scempio. Da Palazzo Grazioli Berlusconi acconsente  e chiede contropartite. Alla Lega ha concesso il Piemonte ed il Veneto, i suoi  ministri, la Gelmini in testa, forniscono i necessari supporti legislativi; il  federalismo fiscale, per ora rimasto scatola vuota, dovrà essere una priorità  nelle prossime settimane. In cambio Berlusconi chiede analoga priorità per la  legge sulle intercettazioni, per il lodo Alfano, per il processo breve se la  Corte costituzionale boccerà la legge sul legittimo impedimento, e sulla riforma  della Giustizia così come l'ha pensata e redatta il suo avvocato Ghedini.

Questo è lo scambio.

Dopo la rottura con Fini, che proprio su questi punti ha  attaccato la politica del governo, Bossi ha minacciato le elezioni anticipate,  poi ha tirato indietro la mano se i decreti attuativi del federalismo saranno  approvati con precedenza assoluta. Il monito ha Fini come destinatario: attento,  se vorrai metterci del tuo nei decreti sul federalismo, se incepperai il  meccanismo da noi pensato e voluto, andremo alle elezioni e addio Fini e  finiani.

La diarchia Bossi-Berlusconi

Così funziona la diarchia tra Bossi e Berlusconi. L'albero cui guardano è il  medesimo: il loro potere e l'incrocio degli interessi, io guardo le spalle a te  e tu le guardi a me. Fini deve essere distrutto, la sinistra è irrilevante,  Napolitano dovrà rassegnarsi e avrà il nostro rispetto e perfino le nostri lodi  fino a quando sgombrerà il Quirinale.

* * *

Può funzionare questo sistema?

 Esso si basa sull'irrilevanza del centrosinistra,  sulla rassegnazione del Presidente della Repubblica e sull'indifferenza passiva  dell'opinione pubblica democratica.

Ebbene, pur con tutto il pessimismo che mi rattrista io non credo che questi tre  presupposti ipotizzati dal tandem Berlusconi-Bossi corrispondano alla realtà.

 Bersani

proprio ieri ha lanciato un appello a tutte le forze d'opposizione  includendovi anche Fini, affinché stringano tra loro un patto in difesa della  Costituzione repubblicana di fronte alla deriva che si sta verificando. È un  passo avanti nella giusta direzione, ma contemporaneamente il segretario del Pd  dovrebbe indicare alcuni punti concreti che possano costituire il nerbo di un  nuovo futuro governo. L'alternativa non è soltanto un problema di schieramento  ma è soprattutto un problema di contenuti. In questo caso i contenuti riguardano  soprattutto i temi dell'occupazione, della crescita, del fisco.

Carlo De Benedetti

Ho letto con molto interesse la proposta di Carlo De Benedetti (sul "Foglio" di  giovedì scorso) sulla riduzione delle imposte sul reddito dei lavoratori, sul  cuneo fiscale e sulla tassazione "delle cose" (immobili, cespiti patrimoniali),  il fatto che sia l'editore di questo giornale non mi impedisce di dire che mi  sembrano proposte valide che un governo di centrosinistra dovrebbe far proprie.

Napolitano

Quanto al presidente Napolitano, puntare sulla sua "amichevole neutralità" come  fanno Berlusconi e Bossi sarà una delusione per loro. Napolitano farà ciò che  gli compete senza guardare a chi giovi o chi danneggi. Lo abbiamo sentito ieri  alla Scala e lo sentiremo il 5 maggio dallo scoglio di Quarto. Nel discorso alla  Scala ha incoraggiato le riforme e in particolare il federalismo, purché  condivise e nel quadro dell'unità nazionale.

Calderoli  e Berlusconi applaudono

Ha avuto gli applausi di Calderoli  e Berlusconi. Buon segno ma di scarso significato poiché le riforme, a  cominciare dal federalismo, sono finora scatole vuote e la condivisione dovrà  misurarsi con i contenuti di merito.

Ma Napolitano non farà sconti

Napolitano dal canto suo firmerà le leggi  se può firmarle. Le respingerà se non saranno conformi secondo quanto gli  compete di accertare. Non farà sconti. E se Bossi e Berlusconi pensano che sia  facile ottenere dal Capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere,  stiano certi che il percorso non sarà affatto facile e se ci sarà una  maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo, Napolitano adempirà  rigorosamente al dovere di accertarne e convalidarne l'esistenza.

Quanto all'indifferenza della pubblica opinione democratica, quest'ipotesi  riguarda direttamente noi e quanti come noi e ciascuno con le sue modalità  considerano con preoccupazione il disfacimento del paese e la deriva che ne  risulta.

Si tratta di un'ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci  confortano a proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che  abbiamo sempre fatto e sempre faremo

 (La Repubblica.it  25/04/10)

 

Quanto all'indifferenza della pubblica opinione democratica, si tratta di un'ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci  confortano a proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che  abbiamo sempre fatto e sempre faremo.

( EUGENIO SCALFARI La Repubblica.it  25/04/10)

 

 

 

La Resistenza e il 25 Aprle
post pubblicato in diario, il 23 aprile 2009


 di Rosario Salerno

In quei giorni terribili di guerra, di morte e di odio chi ha lottato contro la dittatura fascista, per la Liberazione del Paese dall’occupazione nazista, per la Libertà e la Democrazia si è sacrificato per regalare quei valori a tutti.

Noi, Italiani di oggi,.che ci sentiamo vicini a quei valorosi combattenti, non facciamo fatica ad ammettere la buona fede di alcuni, che in quel tempo erano dalla parte opposta attratti da sentimenti, alti in sé, come Patria, Famiglia, Onore ma che, in quel contesto storico, servivano per nascondere il tradimento a favore di chi, poi, si è rivelato crudele nemico.

Sia chiaro però che la nostra disponibilità al perdono può esistere solo dopo l’ammissione che inconsapevolmente hanno sprecato la propria Vita lottando al fianco dell’invasore nazista.

Una Nazione non è se tutti i Cittadini non si riconoscono in valori e principi comuni. L’Italia questi principi e questi valori li ha conquistati con le armi sui monti, nei paesi e nelle città con atti eroici, azioni valorose e il sacrificio di interi paesi distrutti dalle rappresaglie disumane della belva nazista.

Purtroppo qualcuno oggi insinua ancora che alcune forze politiche che parteciparono alla Resistenza non possono essere celebrati come portatori di libertà.

A chi afferma ciò è facille rispondere che le stesse forze che cacciarono dall’Italia lo straniero nazi-fascista si sono riuniti, subito dopo, nell’Assemblea Costituente per tracciare il percorso e le regole atte a fare dell’Italia, rinata dalle macerie del fascismo, una nazione democratica degna di cittadini finalmente liberi.

Ne è nata la nostra attuale Costituzione che è apprezzata anche dai democratici di tutto il Mondo perchè faro e garanzia di Democrazia e Libertà.

Acireale, 23 Aprile 2009


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La Resistenza non ha colore
post pubblicato in diario, il 23 aprile 2009


 di GIORGIO BOCCA
 
SILVIO Berlusconi, accogliendo l'invito del segretario pd
Franceschini, parteciperà per la prima volta al 25 aprile. È una decisione che
va giudicata positivamente perché in essa oltre che a un diritto si riconosce il
dovere del presidente del Consiglio di celebrare assieme a tutti gli italiani la
festa della Liberazione e i valori della Resistenza, dell'antifascismo e della
Costituzione. Ma quando aggiunge che lo farà perché di questa festa non se ne
appropri soltanto la sinistra il premier rivela di essere ancora lontano da una
autentica maturità democratica e storica. Più fallace di lui si dimostra il
ministro della Difesa Ignazio La Russa.

La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che "i
partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come
portatori di libertà", cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È
difficile capire su cosa si basi l'affermazione di La Russa dato che il Partito
comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come
garibaldini, fece parte e parte decisiva dell'Assemblea costituente da cui è
nata la Repubblica democratica.

Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura
potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai
rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe
preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani
vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la
responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale
comunista di cui l'italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma
l'accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di
influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna,
riconfermato nell'incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania
nazista e rispettato anche dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria.

Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di
convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna
durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe
entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie
regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti
civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola
proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto
delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna
nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti
dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta
vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il
loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura
sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro
quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall'occupazione
della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l'attentato a
Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del
partito.

Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull'inaffidabilità democratica
dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla
Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla
Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono
schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c'è un'altra ragione,
anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella
di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt'uno con il
partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura
stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare
la storia e anche la politica.

Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà
estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta
politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni
non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che
si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per
raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino
piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della
scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato,
perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con
Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista.

Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai
sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista,
ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro.
Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e
del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di
amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per
uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per
venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà. (22 aprile 2009)


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