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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
Due caimani e due bande di camerieri
post pubblicato in diario, il 29 settembre 2013


           

Anno VI N° 39 del 29-09-2013

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE   

La ballata di Benigni sul Caimano:

"Io compro tutto dall'A alla Zeta

quanto costa questo c... di pianeta.

Lo compro io.

Lo voglio adesso.

Poi compro Dio,

sarebbe a dir compro me stesso".

Roberto Benigni

1 - Due caimani e due bande di camerieri  

(di Eugenio Scalfari Repubblica.it 29 settembre 2013)

Il Caimano. Debbo dire che Moretti aveva capito prima e meglio di tutti chi fosse il personaggio Silvio Berlusconi. E lo capì altrettanto bene Roberto Benigni scrivendo su di lui una ballata citata ieri sul nostro giornale da Gianluigi Pellegrino: "Io compro tutto dall'A alla Z / ma quanto costa questo c... di pianeta. / Lo compro io. Lo voglio adesso. / Poi compro Dio, sarebbe a dir compro me stesso".

Quanto a me, poiché siamo in tema di ricordi, in un articolo del 1992 scrissi e titolai: "Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa". E poi D'Avanzo e la "dismisura" del Capo e proprietario di Forza Italia denunciata da Ezio Mauro come una sorta di lebbra che infetta e uccide la nostra democrazia.  

Per dire chi è il Caimano la vena satirica e il giornalismo vedono talvolta più lontano della politica. La magistratura che ha il potere di controllo sulla legalità, è più lenta ma poi, quando arriva all'accertamento della verità, le sue sentenze definitive non consentono salvacondotti di sorta, il Caimano e il Mackie Messer di turno finiscono, come è giusto, in galera. Salvo difendersi con l'eversione.

Le dimissioni di tutti i deputati e i senatori del Pdl, chieste ed anzi imposte da Berlusconi e raccolte dai capigruppo Brunetta e Schifani, sono eversione vera e propria e così l'ha definita il presidente della Repubblica.

Non sono in nessun caso paragonabili all'Aventino messo in atto novant'anni fa dai deputati antifascisti. Loro avevano quella sola risposta possibile contro il regime dittatoriale che aveva calpestato e distrutto la democrazia; questi di oggi hanno la democrazia nel mirino e sperano che con questa trovata possano travolgere lo Stato di diritto che è la base sulla quale la democrazia si fonda.

Questo è l'obiettivo principale che il Caimano e i suoi sudditi ci propongono. Un obiettivo però difficilmente raggiungibile per due ragioni. La prima è procedurale: le assemblee parlamentari non possono funzionare se per qualche ragione viene a mancare non occasionalmente ma in permanenza il numero legale. Ma le dimissioni dei parlamentari del Pdl non incidono sul numero legale. Alla Camera il Pd da solo ha la maggioranza assoluta; in Senato la maggioranza è di 161 membri mentre i senatori del Pdl, della Lega e degli altri loro alleati raggiungono i 117. Quindi il Parlamento può continuare a funzionare.

Ma c'è un secondo elemento non procedurale ma politico: una parte dei sudditi forse non è più disposta a sopportare la sudditanza quando essa sconfina nell'eversione. Qualche segnale in questo senso c'è. Forse si aprirà qualche faglia nel Pdl che potrebbe innescare una vera e propria implosione. Si tratta di problemi di coscienza e di coraggio. Non ci metterei la mano sul fuoco per affermare che avverranno ma certo il tempo per verificarlo è molto breve.

L'altro bersaglio del Caimano è quello di abbattere il governo Letta o - peggio - di lasciarlo in vita paralizzato e logoro ogni giorno di più come già è stato tentato con qualche successo nei mesi scorsi e come si è platealmente verificato nella seduta del Consiglio dei ministri di venerdì, portando Letta alla conclusione di spezzare questo circuito nefasto e presentarsi alle Camere chiedendo la fiducia su un programma concreto e vincolante per tutti i parlamentari di buona volontà, quale che ne sia il colore e la provenienza.  

Il Capo dello Stato è d'accordo su questo percorso, ricordando che i primi adempimenti con tempistica obbligatoria debbono essere la riforma elettorale che modifichi il "porcellum" in modo adeguato abolendo i suoi aspetti chiaramente anticostituzionali e l'approvazione della legge finanziaria senza di che il primo gennaio andrebbe in vigore l'esercizio provvisorio con la conseguenza di portare al fallimento la nostra finanza pubblica e al suo commissariamento da parte dell'Unione europea, della Banca centrale e del Fondo monetario internazionale.

A questa catastrofe che peserebbe sulle spalle di tutti gli italiani il Caimano e quelli che gli danno man forte ci possono arrivare e vogliono arrivarci. Il paese e gli elettori dovrebbero risvegliarsi e farsi sentire. Capiranno? Lo faranno? O una parte rilevante di loro mangerà ancora una volta la minestra avvelenata della demagogia? Sarebbe la sesta volta in diciannove anni di berlusconismo. Il pericolo è questo.

* * *

Enrico Letta si presenterà alle Camere domani e dopo domani (meglio prima che dopo) con un programma concreto delle cose da fare.

Le prime due (riforma elettorale e approvazione delle legge finanziaria) le abbiamo già dette. Ma il contenuto di quest'ultima sarà aggiornato e integrato da decreti che tengano conto degli impegni già indicati cinque mesi fa, sui quali allora il governo ottenne l'ampia fiducia del Parlamento. Fermi restano quelli presi con l'Europa di mantenere il deficit sotto la soglia del 3 per cento per evitare la ripresa della procedura di infrazione da parte dell'Ue, tutti gli altri sono dedicati alla crescita, agli sgravi delle imposte che pesano sui lavoratori e sulle imprese e sulle relative coperture finanziarie, credibili e non inventate.

La cifra totale delle risorse che è necessario reperire oscilla tra i 5,5 e i 7 miliardi, necessari soprattutto per evitare l'aumento dell'Iva, incentivare l'industria e i lavoratori e aumentare entro quest'anno il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione creando in tal modo una liquidità preziosa per le imprese e per le banche.

Un programma al quale hanno lavorato nelle scorse settimane lo stesso Letta e Saccomanni. Ma il Caimano ha fiutato il pericolo ed ha emesso ieri pomeriggio un ultimatum rivolto questa volta ai suoi ministri: debbono dimettersi immediatamente perché l'aumento dell'Iva ci sarà. Doveva essere impedito dal Consiglio dei ministri di ieri, ma sono proprio i suoi ministri ad aver congelato quel Consiglio impedendo che prendesse qualunque deliberazione. Adesso il Caimano, sfoderando l'ennesima bugia, rovescia le responsabilità per mandare all'aria il governo prima ancora che si presenti alle Camere.

Resta ora da vedere se i suoi ministri si piegheranno all'ultimo ordine del boss. Tutti o solo alcuni? Tutti, capitanati da Alfano. Non ministri, ma camerieri che antepongono gli ordini del padrone agli interessi del paese.

Così l'Iva aumenta, la seconda rata dell'Imu dovrà esser pagata, le erogazioni destinate a pagare i debiti dell'amministrazione saranno bloccate e lo "spread" tornerà irrimediabilmente a salire. Il tutto senza curarsi dello sfascio del paese pur d'allontanare l'applicazione d'una sentenza che punisce un congenito evasore fiscale e creatore di fondi neri destinati alla corruzione.

Ci auguriamo che Letta vada fino in fondo e attendiamo anche di vedere come si comporteranno in questo caso Vendola e la sinistra che guarda le stelle (cinque che siano) e metta invece finalmente i piedi per terra.

Quanto a Grillo sappiamo che cosa vuole perché lo dichiara un giorno sì e l'altro pure. Può sembrare strano, ma vuole le stesse cose di Berlusconi: la caduta del governo, le elezioni anticipate col "porcellum", le dimissioni di Napolitano e un governo di grillini e di chi la pensa come loro (Berlusconi?) per una politica che si disimpegni dall'Europa e dall'euro e spenda e spanda per far contenti gli italiani.

Ma in che modo li farà contenti? Il risultato sarà lo sfascio totale, peggio della Grecia che comunque dall'Europa e dall'euro non è uscita e non vuole uscire.

La Grecia è irrilevante per l'equilibrio europeo; l'Italia no. Il fallimento dello Stato italiano, una democrazia etero-diretta da due caimani, una spesa pubblica alle stelle (molto più di cinque) e i mercati all'assalto del nostro debito, del tasso di interesse e di quello dell'inflazione, sarebbe più d'una catastrofe. Finiremmo come il Mali o il Kazakistan o la Somalia, nelle mani di due bande dominate da due irresponsabili.

Questa è la posta in gioco e ormai è questione di giorni.  

La striscia rossa 28 settembre 2013

Demagogia in senso deteriore vuol dire servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni.

Antonio Gramsci

 

2 - L'eversione bianca  

(di Ezio Mauro Repubblica.it 27 settembre 2013)   

Adesso Silvio Berlusconi è solo davanti alla crisi di sistema che sta provocando. Anche se ha costretto i suoi parlamentari a firmare dimissioni in bianco per tentare un ultimo atto di forza che è in realtà una dichiarazione estrema di debolezza e di paura, è istituzionalmente solo.

La minaccia di un Aventino di destra ha infatti costretto il Capo dello Stato a denunciare "l'inquietante" strategia della destra, l'"inquietante" tentativo di forzare il Quirinale a sciogliere le Camere, la "gravità e l'assurdità" di evocare colpi di Stato e operazioni eversive contro Berlusconi, ricordando infine che le sentenze di condanna definitive si applicano ovunque negli Stati di diritto europei, così come Premier e Presidente della Repubblica non possono interferire con le decisioni di una magistratura indipendente, nel mondo in cui viviamo.

La gravità di questo richiamo, su elementari principi di democrazia, segnala l'emergenza istituzionale in cui siamo precipitati. Bisognava fermare per tempo - istituzioni, opposizioni, intellettuali, giornali, un establishment degno di questo nome - la progressione di un'avventura politica che costruiva se stessa come sciolta dalle leggi, dai controlli, dalle norme stesse della Costituzione: disuguale nella pratica abusiva, nel potere illegittimo e nella norma deformata secondo il bisogno. Ora si vedono i guasti, con la disperata pretesa di unire in un unico fascio tragico i destini di un uomo, del governo, del parlamento e del Paese, nell'impossibile richiesta di salvare dallalegge un pregiudicato per crimini comuni

Bisogna fermarlo, subito. Tutte le forze che si riconoscono nella Costituzione devono dire basta, difendere i fondamentali della Repubblica, respingere l'estorsione politica, sconfiggere questa anomalia nel parlamento, nella pubblica opinione, nel voto. In Occidente non c'è spazio per questo sovvertimento istituzionale, per questa eversione bianca strisciante e ora firmata e conclamata. Chi non la combatte è complice.   

La striscia rossa del 28 settembre 2013

Lo scontro in atto non è tra il Pdl e il Pd. È tra il Pdl e l'Italia, le sue leggi, il suo diritto di non vivere più sotto ricatto. Il resto sono chiacchiere, sofismi, fumo negli occhi

Michele Serra 

3 - La vecchia favola "terzista"

(di Michele Serra  Repubblica.it 28 settembre 2013)

Incredibile ma vero, sono ancora parecchie le voci (politiche e giornalistiche) che cercano di raccontare quanto sta accadendo come "una lite tra Pd e Pdl" (buon ultimo, ieri mattina a Radiouno, il ministro della Difesa Mario Mauro, di Scelta Civica).

È la vecchia favola "terzista", secondo la quale due fazioni irriducibili usano l'Italia come un campo di battaglia, con uguale demerito e uguale irresponsabilità. Una tesi che, per reggere, deve, nell'ordine:

1 - fare finta che il quadro politico sia ancora quello vecchio e bipolare, e in specie che non esista il Movimento 5 Stelle, che di Berlusconi farebbe volentieri polpette, e ha tanti voti quanti il Pd e molti voti in più del Pdl;

2 - fare finta che non esista una condanna definitiva per Berlusconi;

3 - fare finta che non esista una legge che prevede la decadenza da parlamentare per chi ha avuto condanne definitive;

4 - fare finta che chiedere il rispetto della legge e chiedere, all'opposto, che si faccia un'eccezione per Berlusconi, siano due maniere diverse di interpretare la legalità, e non, come è nei fatti, una posizione legalitaria che si oppone a una posizione antilegalitaria.

Lo scontro in atto non è tra il Pdl e il Pd. È tra il Pdl e l'Italia, le sue leggi, il suo diritto di non vivere più sotto ricatto. Il resto sono chiacchiere, sofismi, fumo negli occhi.

 

Napolitano, Letta, Draghi: lo scudo Italia-Europa
post pubblicato in diario, il 22 settembre 2013


           

Anno VI N° 38 del 22/09/2013   

IL MEGAFONO   

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE   

La striscia rossa del 21 settembre 2013

Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo. Questa è la decisione. La domanda più urgente è: «Che cosa fate voi per gli altri?»

Martin Luther King

1 - Napolitano, Letta, Draghi: lo scudo Italia-Europa  

(di Eugenio Scalfari  Repubblica.it 22 settembre 2013)

PER cominciare prendo le mosse da due citazioni tratte dal “Diario” di Friedrich Hebbel: «La caparbietà è il più economico surrogato del carattere » e «la massa non fa progressi ».

Una gran parte dell’odierna situazione italiana è racchiusa in questi aforismi. La caparbietà di Berlusconi nel privilegiare se stesso, i propri interessi e la loro prevalenza rispetto ad ogni altro obiettivo fa premio su ogni altro aspetto del suo carattere, anzi è il suo carattere.

Quanto alle masse, esse mantengono la loro natura attraverso lo scorrere del tempo; nel caso specifico continuano ad essere affascinate e sedotte dalla demagogia, dalle promesse sempre riaffermate e mai mantenute, delle quali è intessuta la storia d’Italia nei decenni e addirittura nei secoli che stanno alle nostre spalle. Gli individui possono cambiare ed evolvere, le masse no; i loro comportamenti sono ripetitivi e i voti incassati dal Pdl e da Grillo ne sono la prova. Ancora una volta la demagogia seduce identificando in un singolo uomo la sorte di un intero Paese, mentre lo spirito critico che dovrebbe essere il lievito della democrazia si rintana nell’indifferenza e nel prevalere degli interessi particolari su quello generale.

Questi malanni non sono un’affezione soltanto italiana, se ne trovano tracce nel mondo intero, ma qui da noi hanno un’intensità e un’ampiezza molto più marcata che altrove, definiscono il carattere di un popolo e la fragilità delle sue istituzioni.

Queste comunque, per fragili e deformate che siano, sono i mattoni dei quali il cantiere Italia dispone. Chiunque voglia cimentarsi a costruire soluzioni appropriate alle difficoltà dei tempi che stiamo attraversando deve possedere la capacità di padroneggiare quel tipo di materiale di cui il cantiere dispone.

Il governo Letta, come il governo Monti, non sono stati una scelta ma il prodotto necessario d’una situazione priva di alternative. Adesso ancora una volta siamo di fronte ad una crisi che rimette in discussione e nega l’esistenza di quello stato di necessità; una crisi tutta nostra, innestata su una crisi più generale che sconvolge da sette anni l’Occidente del mondo. Riusciranno i nostri eroi? con quel che segue.

***

Il pregiudicato Silvio Berlusconi non si acconcia alla condanna che lo ha colpito e alle altre che si profilano all’orizzonte. Risponde attaccando e lo fa con la sua consueta abilità. Si presenta ancora una volta come il perseguitato, l’agnello sacrificale contro il quale si accaniscono le forze del male; promette benessere e libertà con gli stessi contenuti che da vent’anni ripete: meno tasse, più investimenti, più consumi, più lavoro, più mercato e meno Stato. Ha sempre perseguito questi obiettivi ma le forze del male gli hanno sempre impedito di realizzarli.

Le forze del male hanno nomi ben precisi: magistrati e comunisti. Sempre loro, da vent’anni.

Il governo Letta è diventato la proiezione politica di quelle forze. Lui e il partito di cui è il proprietario l’accettarono anzi lo vollero perché ne riconoscevano la necessità e soprattutto lo concepivano come un elemento di pacificazione a loro favore. Ma ora è emerso, con la condanna a lui inflitta dalla magistratura sua nemica, che quel governo necessario è diventato impossibile. A meno che non faccia atto di sottomissione ai suoi voleri, collabori alla sua difesa e al suo riscatto e soprattutto capovolga la sua politica e adotti quella da lui perseguita.  

Quella politica ci porterebbe fuori dall’euro? Pazienza. Fuori dall’Europa? Ancora pazienza. Forse sarebbe addirittura un vantaggio, potremmo tornare padroni della nostra moneta, padroni di stamparla, di svalutarne il cambio per incentivare le esportazioni, riguadagnando così una maggiore competitività. E dopo tre o quattro anni di questa cura, rientrare in Europa e nella moneta europea a bandiere spiegate.

Questo è l’obiettivo di fondo, ma non è detto che non si possa realizzare “senza spargimento di sangue”. Perciò, per ora, il governo Letta resti pure in vita ma ad una condizione: adotti quella politica. I cinque ministri del Pdl restino pure ai loro posti ma impongano al riluttante presidente del Consiglio il programma prescritto dal loro padrone. Se non lo faranno saranno sconfessati come traditori; se tenteranno di fare quanto possono ma senza risultati, allora il governo cadrà e si andrà a votare.

E se, per impedire ancora una volta un programma così popolare, le famose forze del male passeranno al contrattacco, il popolo si risvegli e si sollevi. Un titolo sul Foglio di ieri indica con obiettiva chiarezza questa situazione: “Come far convivere un Cav. condannato e un premier spendaccione”. Questo è l’evidente e l’esplicito programma di Forza Italia nelle prossime settimane. Il periodo di prova durerà al massimo fino a dicembre, poi la guerra esploderà nella sua imponenza.

***

Il Pd è sempre più alle prese con i suoi problemi interni: l’assemblea che doveva deliberare alcune modifiche di statuto e mettere il timbro sull’accordo tra le varie correnti già raggiunto, è saltata perché all’ultimo momento è mancato il numero legale. Ne è nata una “cagnara” poco decorosa che Epifani ha tentato di superare ma con scarsi risultati. Queste continue schermaglie tolgono a quel partito la possibilità di risollevarsi e ristrutturarsi. Da elettore democratico Renzi non mi sembra molto adatto alla carica di segretario, ma se questa è l’opinione della maggioranza mi pare più che giusto che essa abbia modo di manifestarsi.

A parte queste osservazioni il Pd per quanto riguarda lo scenario nazionale, reagisce nel solo modo possibile: denuncia la manovra berlusconiana e il pericolo che essa rappresenta per il Paese ma, dal canto suo, si preoccupa anch’esso di tracciare un programma gradito agli elettori se e quando si dovesse andare al voto: non meno tasse ma distribuite in modo diverso, più progressivo sui redditi e sui patrimoni più alti, una redistribuzione del reddito che faccia diminuire le diseguaglianze e rilanci lavoro e produttività.

Questo è anche il programma di Letta ma la differenza è nei tempi di realizzazione. Letta procede con lentezza secondo il Pd. Deve accelerare il passo, rispettare gli impegni europei ma passare al trotto se non al galoppo, e se il Pdl lo impedisse, allora meglio andare alle urne.

La maggioranza dei simpatizzanti Pd è su queste posizioni e Renzi le cavalca con abilità. Vuole vincere il Congresso per attuarle e riesce ad avere l’appoggio non soltanto della parte più moderata del suo partito, ma anche di quella riformista e perfino della sinistra. È di questi giorni l’appoggio del sindaco di Milano, Pisapia, che fu candidato di Vendola.

Renzi è un torrente in piena. Ciriaco De Mita in una recente intervista al Corriere della Sera ha dato di Renzi una perfetta definizione: i torrenti nel nostro Paese hanno una forza che tutto travolge nelle stagioni in cui sono in piena; poi, quando arriva l’estate, vanno in secca. Renzi è in piena se si voterà nei prossimi mesi, ma se dovesse aspettare un paio di anni andrà in secca e la sua forza sarà molto diminuita. Diverso – ha detto De Mita – è l’andamento dei fiumi: procedono più lentamente con una velocità più o meno costante ma ampliando il loro letto sempre di più fino a quando sboccano al mare.

Fin qui De Mita. Ritengo molto appropriata la sua immagine, dove Renzi è il torrente e Letta il fiume. Capisco chi oggi sostiene il primo, purché non impedisca a Letta di fare il suo percorso nell’interesse del Paese. Ove questo accadesse lo fermino o saranno corresponsabili delle conseguenze.

***

Oggi si vota in Germania e Bernardo Valli da Berlino ci ragguaglia su queste pagine delle previsioni e poi dei risultati di quelle elezioni. Appare fin d’ora chiaro che la Merkel vincerà ma che i suoi alleati liberali non entreranno in Parlamento, sicché sembra inevitabile una coalizione con i socialdemocratici e i Verdi. Ma è probabile anche che entrino nel Bundestag l’Adf il partito anti-europeo.

Ne deriveranno conseguenze preoccupanti perché esso farà di tutto per ottenere dalla Corte costituzionale tedesca sentenze che impongano al governo la revisione dei trattati che vincolano la Germania all’Europa. Non credo che la Merkel ceda a quella pressione, ma questo è comunque un fatto di capitale importanza per l’evoluzione dell’Europa verso uno Stato federale senza il quale sarà difficile una politica di crescita economica e di solidarietà sociale nel Continente.

Perciò le elezioni di oggi sono estremamente rilevanti anche per noi. Letta lo sa bene e lo sa altrettanto bene Napolitano e anche Mario Draghi, presidente della Bce. Sono i nostri tre punti di forza, che hanno l’Europa come obiettivo preminente per l’avvenire di tutti.

Se questa realtà è chiara, occorre operare, ciascuno nell’ambito delle sue competenze, affinché si realizzi.

La striscia rossa 19 settembre 2013

Non amo la retorica ma entrare in Senato mi ha commosso. È incredibile che chi ha la fortuna di lavorarvi non pensi ogni giorno all’enorme privilegio di poter contribuire al bene del Paese

Renzo Piano

2 - Linguaggio da Taverna: Beppe Grillo ha sempre ragione

(di Maria Novella Oppo l'Unità.it 21 settembre 2013 )

Francamente incomprensibili le ultime scelte editoriali de La7, che si andava caratterizzando come rete di informazione, con qualche concessione alla fiction, alla satira e all’arte culinaria, mentre invece in questa stagione sta collezionando reduci da Rai e Mediaset il cui discutibile appeal deve ancora dimostrarsi in sintonia col resto della programmazione e con il pubblico.

Il nuovo editore Urbano Cairo si dice che sia amico di Berlusconi, nel qual caso, necessariamente non sarebbe amico della sua stessa tv. A meno che non volesse fare gioco di squadra con colui che, oltre ad avere frodato il fisco, ha anche sempre strangolato ogni possibile concorrenza. A cominciare da quella della Mondadori, che poi si è intascato col metodo che sappiamo.  

Comunque, tornando a La7, continuiamo ad apprezzare il contributo di Lilli Gruber, che fa parte della vecchia gestione, a una informazione elegante, stringata e capace di fornirci qualche conoscenza in più, anche con il contributo decisivo di Paolo Pagliaro.  

L‘altra sera era ospite di Otto e mezzo la senatrice grillina Paola Taverna e l’occasione sembrava buona per capire come sono fatti questi nuovi «eletti», finalmente liberati dal veto di apparire. Ma, dopo aver ascoltato la senatrice Taverna, ci siamo fatti l’idea che avesse ragione Grillo a pensare che ai suoi ragazzi giovi l’assenza. La Taverna ha dimostrato infatti di non sapere ancora quale sia il suo compito, soprattutto in vista di una possibile elezione a capogruppo e, in più, di non conoscere la Costituzione.

A domanda non rispondeva, ma tergiversava, tranne quando si trattava di dare ragione a Grillo anche nelle sue peggiori sortite. Come la scelta di mantenere l’orrendo porcellum, continuando ad accusare gli altri di non volerlo cambiare. Ma, come dicono i suoi seguaci, Grillo ha il suo linguaggio…che Toro Seduto chiamerebbe biforcuto.

La striscia rossa del 17 settembre 2013

Ascolti: adesso lei sale sulla nave e mi dice quante persone e cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose. È chiaro? Vada a bordo, cazzo!

Telefonata tra il comandante De Falco e il comandante della Concordia Schettino 13 gennaio 2012

3 - Renzi Blair contro Gary Cuperlo

(di Dino Manetta @Unità 22 settembre 2013)  

Renzi non mi convince, la parlata toscana ostentata (contro la quale non ho nulla ma mi risulta simpatica solo in Benigni, mi spiace) non credo gli giovi e quell’aria furbetta mi induce ad una istintiva diffidenza. Da un politico mi aspetto una qualche autorevolezza (già ma dov’è, in giro?) e non mi fa impazzire la sua continua ricerca di battute e slogan, di solito roba orecchiata e carpita al volo, come fanno i cabarettisti, niente di realmente suo che ti faccia pensare “Toh, questa è nuova e pure bella”.  

Adesso è passato dall’infelice ‘rottamazione’, che gli ha di colpo alienato le simpatie della base del Partito al quale dice di appartenere e del quale vorrebbe fare il Segretario, e fruttato invece l’applauso dell’elettorato teoricamente avversario (ma allora perchè non se ne va dall’altra parte?) all’asfaltatura’, termine direttamente preso dal Processo di Biscardi.  

Boh, sarebbe lui il nuovo che avanza? Ho l’impressione che  il Tony Blair de noantri, se gli va bene farà lo stesso, insignificante (se non per le sue tasche) percorso, se gli va male neanche quello. Comunque fossi in lui lascerei perdere lo scontro per la Segreteria, rischia una seconda musata, che a questo punto potrebbe essere fatale.  

Restasse a fare il Sindaco e quello che si allena per la Presidenza del Consiglio, Gary Cuperlo è sicuramente più giusto per fare il Segretario del PD. Anche perchè non è pensabile dare tutto agli ex Boy Scout, dovrebbero capirlo da soli, altrimenti PD alla fine starebbe per Partito Democristiano.

La striscia rossa del 15 settembre 1993

L’Italia ha riguadagnato fiducia in Europa e potrebbe finalmente uscire dalla crisi economica. Ricadere nell’instabilità politica è esattamente il contrario di quello di cui cè bisogno.

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo

4 - La gabbia dell’articolo tre dello statuto Pd

(di Michele Prospero @Unità 22 settembre 2013)

L’articolo tre dello Statuto o il caos. I toni del confronto nel Pd si sono accesi d’un colpo proprio in onore del sacro testo che una minoranza combattiva ritiene non negoziabile. In difesa ideologica della norma, che sancisce la coincidenza tra la carica di segretario e la figura del candidato premier, gli animi si sono eccitati sino all’inverosimile stallo dell’assemblea.

Ieri è risuonata persino la minaccia di ricorrere ai tribunali per resistere alla turpe offesa di vedere un segretario unto dallo speciale popolo delle primarie vagare senza l’agognato scettro promesso dal codicillo. Nello Statuto, che per il leader selezionato dai riti delle primarie prenota le chiavi di Palazzo Chigi, una minoranza scorge la veritas  del partito, il suo fondamento ultimo.

E guai all’incredulo delegato che avanza dubbi devianti sulla opportunità di una troppo ambiziosa previsione statutaria che pretende (naturalmente senza riuscirvi) di ingessare il processo tortuoso della storia. Eppure lo scorso anno, nessuno dei teologi dello Statuto interpretato come il libro degli immutabili principi, adì le vie giudiziarie per scongiurare la deroga rispetto ai poteri che spettavano di diritto al segretario (e che invece se li giocò in una competizione con più candidati anch’essi appartenenti al Pd).

I custodi metafisici dell’articolo 3 dello Statuto non si accorgono di vagare, con i dispositivi statutari difficili da implementare, in un universo di spettri in cui le vuote finzioni prevalgono sulle controverse cose che intanto accadono nella politica. Il mondo di carta è maneggiato con sconfinato amore per placare le incognite del difficile mondo reale. La norma dello Statuto, che viene riverita in forme quasi idolatriche, non ha impedito in passato che il segretario mettesse in gioco lo scettro, o che, in seguito al negativo responso delle urne, rinunciasse a guidare il governo di larghe intese.

Fuori dalle belle carte, che ordinano solennemente (ma solo in astratto) come deve essere distribuita la mappa dei poteri pubblici, la vita mondana va avanti, con le sue dure necessità. E alle falle dello Statuto, di sicuro irrazionale allorché intende prefigurare gli imprevedibili rapporti di forza reali, trova qualche rimedio con toppe, con adattamenti o con inevitabili momenti di discontinuità. È la politica bellezza. Che reclama i suoi diritti, rivendica la sua forza incontenibile e strapazza i desideri dei costruttori di regni incantati.

In un sistema politico ormai tripolare, e che a meno di imponderabili cataclismi resterà tale ancora per un certo lasso di tempo, stabilire per statuto che il segretario soltanto potrà occupare per diritto la poltrona di Palazzo Chigi è una ingenua e però costosa pretesa. È una di quelle fiacche prescrizioni scritte sulla carta e destinate ad essere tradite alla prima occasione. Una norma che va di sicuro incontro a deroghe, che si presta cioè a contrattazioni e a scambi, che dà l’occasione per inscenare scontri infiniti dettati dalle evoluzioni non preventivabili del quadro politico, è un demoniaco segno di un manuale della decostruzione organizzativa.

La storia empirica non si lascia catturare agevolmente dagli schemi formalistici. Se un partito occupa già Palazzo Chigi, con un suo dirigente di peso, è evidente che l’obbligo statutario, che gli impedisce di correre per ottenere la conferma, gli taglia le ali per il futuro e lo depotenzia nella sua guida attuale dell’esecutivo. Con la clausola statutaria di consegnare alla prima occasione il potere di governo al segretario battezzato dai gazebo, si evoca un urto, che potrebbe risultare distruttivo, tra i due presidenti in pectore.

L’assurda norma statutaria, anche in un futuribile bipartitismo perfetto, è propedeutica alla dissoluzione di un organismo di partito. Se infatti il segretario designato assapora il gusto della vittoria, e si insedia al governo, abbandona il partito al proprio destino. Ma anche se perde alle urne, e beve il calice amaro della sconfitta, la sua sorte è segnata: deve presto traslocare dal Nazzareno. Un lugubre manuale per il suicidio (poco) assistito di un partito: questo si rivela insomma l’articolo tre dello Statuto. La ragione politica sembrava poter schivare, con ampie convergenze tra le diverse componenti del Pd (la scelta del segretario come premier è un atto politico, non statutario), la follia che affida ad obblighi scritti sulla carta lo scioglimento dei dilemmi della politica.

La verità, vi prego, sui confini dell'amore
post pubblicato in diario, il 15 settembre 2013


Anno VI N° 37 del 15/09/2013

IL MEGAFONO

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE

La striscia rossa del 9 settembre 2013  

Comune alla democrazia, all’oligarchia, (alla monarchia) e ad ogni costituzione è la necessità di badare a che nessuno si innalzi in potenza tanto da superare la giusta misura.

Aristotele

1 - La verità, vi prego, sui confini dell'amore  

(di Eugenio Scalfari  Repubblica.it 15 settembre 2013)  

TRA i tanti articoli che sono stati scritti sulla lettera a me diretta da papa Francesco ce n'è uno di Vito Mancuso pubblicato venerdì scorso sul nostro giornale ("Il Papa, i non credenti e la risposta di Agostino"). Lo cito perché pone un problema che merita d'esser approfondito: chi sono i non credenti, quelli che nel linguaggio corrente sono definiti atei?  

Mancuso non è un ateo, anzi è un fine teologo credente, ma la sua è una fede molto particolare e la descrive così:  

"Credo alla luce che è in me laddove splende nella mia anima ciò che non è costretto dallo spazio e risuona ciò che non è incalzato dal tempo. Quella luce ci permette di superare noi stessi e liberarci dall'oscurità dell'ego, da quella bestia che certamente fa parte della condizione umana ma non è né l'origine da cui veniamo né il fine verso cui andremo. La fede in Dio lega l'origine dell'uomo alla luce del Bene orientando l'uomo verso la solidarietà e la giustizia".

Insomma Mancuso crede nel Pensiero che porta verso il Bene. Quel Pensiero è Dio e ci ispira solidarietà e giustizia.

Trovo suggestivo questo suo modo di pensare e di sentire. La fede infatti è un sentimento che proviene dall'interno dell'uomo, dal suo "sé" ed erompe verso la mente dove hanno sede il pensiero e la ragione. Sono molte le persone che, rifiutando le Sacre Scritture, la dottrina della Chiesa e la sua liturgia, credono "in qualche cosa" che in parte sta dentro di noi e in parte ne sta fuori. Per metà sono credenti, per un'altra metà non lo sono.  

La secolarizzazione della società moderna viaggia in gran parte su questa lunghezza d’onda. A me è capitato più volte di domandare ad amici ai quali mi legano simpatia, frequentazione, comunità di progetti e di lavoro: tu credi? Molto spesso la risposta è affermativa, ma se ancora domando: in che cosa? La risposta è appunto “in qualche cosa”. È un’ipotesi consolatoria, un aldilà incognito che comunque promette un proseguimento della vita “fuori dallo spazio e dal tempo” come scrive Mancuso, oppure è un abbozzo di pensiero che non viene approfondito perché i bisogni e gli interessi quotidiani, la concretezza dei fatti e degli incontri, incalzano e ingabbiano dentro lo spazio-tempo che non può essere facilmente accantonato?  

La bestia pensante è esattamente questo: istinti animali che la mente riflessiva fa lievitare. L’essere sta, diceva Parmenide; l’essere diviene diceva Eraclito; l’essere è formato dagli elementi della natura, diceva Empedocle. Qualche tempo dopo arrivò Platone e la sua pianura della verità, i suoi archetipi, modelli trascendenti, punti di riferimento della bestia pensante.  

Se bestia pensante non piace possiamo nobilitarla chiamandola “homo sapiens”, oppure darle un nome mitologico che la nobiliti ancora di più. Io lo chiamo Eros, non il paggetto alato che accompagna Venere-Afrodite e lancia le frecce per infiammare i cuori, ma una forza originaria del cosmo, signore di tutte le brame e di tutti i desideri. La nostra, prima ancora di essere una specie pensante, è una specie desiderante. Si obietterà che tutte le specie viventi desiderano ed è vero, ma i desideri dell’animale sono coatti e ripetitivi, quelli della nostra specie sono invece evolutivi e da un desiderio appagato ne nasce immediatamente un altro. Perciò noi siamo una specie desiderante perché desideriamo desiderare ed Eros è la forza della vita e ne misura l’intensità.  

***  

C’è una poesia di Auden che ad un certo punto invoca: «La verità, vi prego, sull’amore»; ma delle varie specie d’amore parlano anche, e molto, La Rochefoucauld, Pascal, Leopardi, Baudelaire, ciascuno a suo modo.

C’è primo tra i primi, l’amore per se stesso; La Rochefoucauld lo chiamò amor proprio, la mitologia lo chiamò Narciso, il giovane che rimirandosi nelle acque d’un lago si innamorò di se stesso. L’amore per se stesso è il fondamento della nostra vita perché noi viviamo con noi stessi 24 ore su 24. Se ci odiassimo saremmo vittime di un disturbo mentale che potrebbe arrivare al “tedium vitae” e persino al suicidio. Ma se il narcisismo oltrepassa la soglia fisiologica al punto di escludere ogni altra specie d’amore, allora diventa egolatria, auto-idolatria. È una patologia alquanto diffusa e molto pericolosa per la società.  

Poi c’è l’amore per l’altro, la coppia di innamorati, anche questo con molte sottospecie, il rispecchiamento reciproco, l’attrazione sessuale per l’altro sesso oppure per lo stesso, l’amore platonico, l’amicizia amorosa, l’affinità elettiva.  

Infine l’altra e grandiosa forma d’amore, quella per gli altri, visti come “prossimo”, cioè l’amore per la specie, la fratellanza dei sentimenti, la famiglia. Ricordate il detto evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso”?  

Dunque Gesù non escludeva l’amore per sé, e come avrebbe potuto escluderlo visto che era un uomo, fosse o non fosse il figlio di Dio? Il miracolo che si proponeva di compiere era di parificare l’amore per il prossimo a quello verso se stesso, ma poi, quando pensò (o rivelò) d’essere figlio di Dio, allora l’asticella del miracolo diventò molto più alta: non voleva soltanto elevare l’amore verso di sé e quello per il prossimo allo stesso livello di intensità, ma pensò che dovesse abolire interamente l’amore proprio e concentrare sul prossimo tutto il sentimento amoroso di cui ciascuno dispone.  

Gli è riuscito questo miracolo? Direi di no, anzi dopo due millenni dalla sua venuta l’amor proprio è diventato più intenso e quello verso gli altri è fortemente diminuito.  

Se il mio dialogo con papa Francesco continuerà, come spero ardentemente che avvenga, questo credo che potrebbe essere il tema: far crescere l’amore per gli altri almeno allo stesso livello dell’amor proprio. Gesù di Nazareth fu martirizzato e crocifisso per aver voluto testimoniare la scomparsa dell’amore verso di sé. Volle cioè andare oltre la natura della bestia pensante che il Creatore aveva creato.  

Il miracolo fallì, ma l’incitamento rimase e fu raccolto dai suoi discepoli, dai suoi apostoli, dai suoi fedeli ed anche dagli uomini di buona volontà. Siano essi credenti nell’Abba, nel Dio mosaico, in Allah, o in “qualcosa” o atei ma consapevoli.  

Per questo continuo a pensare che il vero culmine del Cristianesimo non sia la resurrezione di Cristo, ma la crocifissione di Gesù, non la conferma dell’esistenza d’un aldilà ma l’esempio e l’incitamento all’amore del prossimo, alla giustizia e alla libertà responsabile nell’aldiquà.  

***

Questo che segue è un post scriptum sulla politica, anche se aumenta la mia personale noia per la sua attuale ripetitività. Perciò sarò molto breve.  

Berlusconi sembra aver perso — come si dice — la trebisonda; eppure il percorso che ha davanti a sé è molto chiaro: dovrebbe dimettersi da senatore e, se desidera ottenere provvedimenti di clemenza dal Capo dello Stato, li chieda nelle forme previste dalla legge. A quel punto Napolitano valuterà e deciderà come ritiene più opportuno. Non esistono altre vie e salvacondotti perché nella nostra Costituzione non esiste il “motu proprio” e nessuno può inventarselo.  

La legge Severino la si può valutare come si vuole, ma la sua applicazione dipende dal confronto delle diverse opinioni. I senatori del Pdl voteranno compatti per il ricorso alla Consulta, il Pd e quelli che la pensano allo stesso suo modo voteranno contro. Poi si andrà in aula e il voto sarà ripetuto, segreto o pubblico, si vedrà. Tutto questo è normale e proceduralmente corretto ma quale che sia il risultato arriverà circa negli stessi giorni il pronunciamento della Corte d’Appello di Milano sulla durata della pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici che completa la sentenza definitiva della Cassazione. Quindi Berlusconi sarà comunque interdetto e i provvedimenti di pena accessoria non rientrano nell’eventuale atto di clemenza che gli venisse concesso.  

Parliamo ora del governo Letta. I ministri, a qualunque partito appartengano, quando sono nominati dal Capo dello Stato acquistano una figura diversa da quella di uomini di partito poiché le istituzioni sono titolari dell’interesse generale mentre i partiti hanno ciascuno una propria visione del bene comune.  

Infine l’economia. Il timore d’una caduta del governo ha già fortemente danneggiato il nostro Paese. Il valore dei titoli del debito pubblico è diminuito scendendo al di sotto di quello spagnolo. La recessione continua mentre il resto d’Europa sembra uscirne sia pure lentamente. Un provvedimento importante sarebbe l’abbattimento del cuneo fiscale. Penso che Letta dovrebbe deciderlo subito. Non ha risorse sufficienti? Emetta titoli pubblici e ne destini il ricavato a questo obiettivo. Sappiamo che il ministro Saccomanni sta studiando questo problema ed esaminando tutte le possibili alternative, ma non c’è più tempo da perdere e la stessa Bce ci chiede di non guardare troppo meticolosamente il fabbisogno se lo si destina alla crescita reale.  

Così pure bisogna muoversi sulla riforma della legge elettorale e per l’abolizione del finanziamento dei partiti già prevista nel disegno di legge all’esame del Parlamento. Se il Parlamento indugia ancora il governo ponga un limite di tempo ed emetta decreti sui quali porre la fiducia.  

Questi sono i miei pensieri insieme a quello che ripeto ancora una volta: auspico per il bene del  Paese e dell’Europa che Letta continui a presiedere il governo fino al compimento del semestre europeo con presidenza italiana, cioè fino all’inizio del 2015. Se questo avverrà con il dinamismo necessario, saremo anche noi fuori dal tunnel.  

Quanto al Pd, sia compatto su questo obiettivo e nel frattempo ricostruisca la sua ammaccata identità di partito riformista della sinistra democratica italiana ed europea.  

Buona sera e buona fortuna.  

La striscia rossa del 9 settembre 2013  

Il vero oggetto dell' amore per Dio è "la luce dell' uomo interiore che è in me, là dove splende alla mia anima ciò che non è costretto dallo spazio, e risuona ciò che non è incalzato dal tempo".

Pensiero di Sant’Agostino

2 - Il Papa, i non credenti e la risposta di Agostino  

(Vito Mancuso Repubblica.it 13 settembre 2013 )

QUAL è la differenza essenziale tra credenti e non-credenti? Il cardinal Martini, ricordato da Cacciari quale precorritore dello stile dialogico espresso dalla straordinaria lettera di Papa Francesco a Scalfari, amava ripetere la frase di Bobbio: "La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa". Il che significa che ciò che più unisce gli esseri umani è il metodo, la modalità di disporsi di fronte alla vita e alle sue manifestazioni.  

Tale modalità può avvenire o con una certezza che sa a priori tutto e quindi non ha bisogno di pensare (è il dogmatismo, che si ritrova sia trai credenti sia tra gli atei), oppure con un' apertura della mente e del cuore che vuole sempre custodire la peculiarità della situazione e quindi ha bisogno di pensare (è la laicità, che si ritrova sia tra gli atei sia tra i credenti).  

Gli articoli di Scalfari e soprattutto la risposta di papa Francesco esemplare per apertura, coraggio e profondità, sono stati una lezione di laicità, una specie di "discorso sul metodo" su come incamminarsi veramente senza riserve mentali lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comunee della verità sempre più grande, cosa di cui l' Italia, e in particolare la Chiesa italiana hanno un enorme bisogno. Rimane però che, per quanto si possa essere accomunati dalla volontà di dialogo e dallo stile rispettoso nel praticarlo, la differenza tra credenti e non-credenti non viene per questo cancellata, né deve esserlo.  

Un piatto irenismo conduce solo alla celebre "notte in cui tutte le vacche sono nere", per citare l' espressione di Hegel che gli costò l' amicizia di Schelling, conduce cioè all' estinzione del pensiero, il quale per vivere ha bisogno delle differenze, delle distinzioni, talora anche dei contrasti. È quindi particolarmente importante rispondere alla domanda sulla vera differenza tra credenti e non credenti, capire cioè quale sia la posta in gioco nella distinzione tra fede e ateismo.  

Pur consapevole che sono molti e diversi i modi di viverli, penso tuttavia che la loro differenza essenziale emerga dalle battute conclusive della replica di Scalfari al Papa: "Quelle che chiamiamo tenebre sono soltanto l' origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi siamo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista". "Scimmia pensante... bestia da cui proveniamo": queste espressioni segnalano a mio avviso in modo chiaro la differenza decisiva tra fede e non-fede.  

Per Scalfari noi proveniamo da una "bestia" e quindi siamo sostanzialmente natura animale, per quanto dotata di pensiero; per i credenti, anche per quelli che come me accettano serenamente il dato scientifico dell' evoluzione, la nostra origine passa sì attraverso l' evolversi delle specie animali ma proviene da un Pensiero, e va verso un Pensiero, che è Bene, Armonia, Amore. La differenza peculiare quindi non è tanto l' accettare o meno la divinità di Gesù, quanto piuttosto, più in profondità, la potenzialità divina dell' uomo.  

La confessione della divinità di Gesù è certo importante, ma non è la questione decisiva, prova ne sia che nei primi tempi del cristianesimo vi furono cristiani che guardavano a Gesù come a un semplice uomo in seguito "adottato" da Dio per la sua particolare santità, una prospettiva giudaico-cristiana che sempre ha percorso il cristianesimo e che anche ai nostri giorni è rappresentata tra biblisti, teologi e semplici fedeli, e di cui è possibile rintracciare qualche esempio persino nel Nuovo Testamento (si veda Romani 1,4).  

Peraltro il dialogo con l' ebraismo, così elogiato da papa Francesco, passa proprio da questo nodo, dalla possibilità cioè di pensare l' umanità di Gesù quale luogo della rivelazione divina senza ledere con ciò l' unicità e la trascendenza di Dio. Naturalmente tanto meno la differenza essenziale tra credenti e non-credenti passa dall' accettare la Chiesa, efficacemente descritta dal Papa come "comunità di fede": nessun dubbio che la Chiesa sia importante, ma quanti uomini di Chiesa del passato e del presente si potrebbero elencare che non hanno molto a che fare con la fede in Dio, e quanti uomini estranei alla Chiesa che invece hanno molto a che fare con Dio.  

Il punto decisivo quindi non sono né Cristo né la Chiesa, ma è la natura dell' uomo: se orientata ontologicamente al bene oppure no, se creata a immagine del Sommo Bene oppure no, se proveniente dalla luce oppure no, ma solo dal fondo oscuro di una natura informe e ambigua, chiamata da Scalfari "bestia".  

Un passo di sant' Agostino aiuta bene a comprendere la posta in gioco nella fede in Dio. Dopo aver dichiarato di amare Dio, egli si chiede: " Quid autem amo, cum te amo ?", "Ma che cosa amo quando amo te?" (Confessioni X,6,8). Si tratta di una domanda quanto mai necessaria, perché Dio nessuno lo ha mai visto e quindi nessuno può amarlo del consueto amore umano che, come tutto ciò che è umano, procede dall' esperienza dei sensi.  Nel rispondere Agostino pone dapprima una serie di negazioni per evitare ogni identificazione dell' amore per Dio con una realtà sensibile, e tra esse neppure nomina la Chiesa e la Bibbia, che appaiono così avere il loro giusto senso solo se prima si sa che cosa si ama quando si ama Dio, mentre in caso contrario diventano idolatria, idolatria della lettera (la Bibbia) o idolatria del sociale (la Chiesa), il pericolo protestante e il pericolo cattolico.  

Poi Agostino espone il suo pensiero dicendo che il vero oggetto dell' amore per Dio è "la luce dell' uomo interiore che è in me, là dove splende alla mia anima ciò che non è costretto dallo spazio, e risuona ciò che non è incalzato dal tempo". Dicendo di amare Dio, si ama la luce dell' uomo interiore che è in noi, quella dimensione che ci pone al di là dello spazio e del tempo, e che così ci permette di compiere e insieme di superare noi stessi, perché ci assegna un punto di prospettiva da cui ci possiamo vedere come dall' alto, e così distaccarci e liberarci dalle oscurità dell' ego, da quella bestia di cui parla Scalfari che certamente fa parte della condizione umana ma che, nella prospettiva di fede, non è né l' origine da cui veniamo né il fine verso cui andiamo.  

Occorrerebbe chiedersi in conclusione quale pensiero sull' uomo sia più necessario al nostro tempo alle prese come mai prima d'ora con la questione antropologica. Ovviamente da credente io ritengo che la posizione della fede in Dio, che lega l' origine dell' uomo alla luce del Bene, sia complessivamente più capace di orientare la coscienza verso la giustizia e la solidarietà fattiva. Se infatti, come scrive papa Francesco, la qualità morale di un essere umano "sta nell' obbedire alla propria coscienza", un conto sarà ritenere che tale coscienza è orientata da sempre al bene perché da esso proviene, un altro conto sarà rintracciare nella coscienza una diversa origine da cui scaturiscono diversi orientamenti.  

Se non veniamo da un' origine che in sé è bene e giustizia, se il bene e la giustizia cioè non sono da sempre la nostra più vera dimora, perché mai il bene e la giustizia dovrebbero costituire per la nostra condotta morale un imperativo categorico? In ogni caso sarà nell' assumere tale questione con spirito laico, ascoltando le ragioni altrui e argomentando le proprie, che può prendere corpo quell' invito a "fare un tratto di strada insieme" rivolto a Scalfari da papa Francesco nello spirito del più autentico umanesimo cristiano, e accolto con favore da Scalfari nello spirito del più autentico umanesimo laico.  

 

Il legno storto che vorremmo raddrizzare
post pubblicato in diario, il 8 settembre 2013


Anno VI N° 36 del 08/09/2013   

IL MEGAFONO   

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE   

La striscia rossa del 7 settembre 2013  

L’uso della forza e degli strumenti militari sta prevalendo sull’iniziativa negoziale in una spirale di sospetti e sfiducia. Per noi la pace mondiale è un bene supremo e una necessità.

Enrico Berlinguer  

1 - Il legno storto che vorremmo raddrizzare  

(di Eugenio Scalfari  Repubblica.it 08 settembre 2013)

IL LEGNO con il quale siamo costruiti è storto, lo disse Kant e lo riprese Isaiah Berlin titolandoci un suo libro. Il legno è storto ma guai a tentare di raddrizzarlo perché è impossibile, bisognerebbe cambiare la natura stessa della nostra specie che sta a metà strada tra l'animale che vive di soli istinti e l'uomo animato da istinti ma anche da pensieri.

Di qui, da questa duplice natura di scimmia pensante nascono le nostre contraddizioni, le storture del nostro legno, ineliminabili perché connaturate, nostra disperazione e insieme nostra ricchezza. Le storture connaturate sono ineliminabili, ma spesso impongono una scelta e quindi una sfida perché ogni scelta comporta una sfida e noi, cittadini di questo mondo gremito di contraddizioni, viviamo a tal punto incalzati dalla necessità di scegliere che sempre più spesso precipitiamo nell'indifferenza, vedendo soltanto il nostro interesse immediato e particolare. Farò qui l'elenco di alcune di queste contraddizioni che ci riguardano da lontano, da vicino e da vicinissimo. Julia Kristeva, intervistata ieri da Franco Marcoaldi, ha ricordato che la radice dalla quale sono germinate negli ultimi due secoli sta nell'Illuminismo e nel suo confronto con la cultura dell'assoluto, il potere assoluto, la verità assoluta, cui l'Illuminismo oppone il soggetto individuale, la verità soggettiva e quindi relativa.

Di qui nascono le contraddizioni moderne, la prima delle quali, che ha dominato l'attualità dei giorni scorsi e di quelli che verranno, sta nel dramma siriano e nei due contrastanti modi di risolverlo. Ovvero la punizione di Assad per le stragi delle quali è imputato e il pacifismo invocato e promosso da papa Francesco che ha toccato il culmine con la giornata di preghiera e digiuno in cui il capo della cristianità cattolica ha coinvolto le religioni di tutto il mondo e i laici non credenti che non condividono "la guerra che chiama la guerra".

Papa Francesco non ignora ed anzi censura con la massima severità le stragi di civili e di bambini innocenti, attribuite al regime siriano, addirittura con bombe al gas nervino vietato da convenzioni internazionali, ma esclude, il Papa, che la forza delle armi sia lo strumento idoneo; spera che la pressione del pacifismo da lui promosso induca le parti a cercare un compromesso e che il regime siriano dal canto suo cessi ogni repressione e convochi le parti in contrasto a discutere e a provare il passaggio dalla dittatura tribale ad un regime di libertà e di pacifica convivenza controllato da osservatori internazionali.

Se questa iniziativa avesse successo, le sue ripercussioni potrebbero servire di esempio per altri Paesi del Medio Oriente a cominciare dall'Iran, dall'Egitto, dall'ormai secolare conflitto tra Israele e Palestina, dal Kurdistan, dal Libano. La visione del Papa è altissima e non utopica, potrebbe funzionare qui e ora, ma deve misurarsi con interessi di potere difficilmente permeabili. Obama, che sogna anche lui la pacificazione del Medio Oriente e la convivenza pacifica dell'Occidente con l'Islam, ritiene però che per demolire le posizioni di potere tribale e fondamentalistico in Siria sia necessaria una prova di forza. La visione pacifista non è utopica ma è o può essere velleitaria. Perché il pacifismo abbia successo ci vorrebbe una mobilitazione tenace e duratura di tutte le piazze siriane, un rifiuto delle truppe di Assad a sparare sui cittadini dissidenti, un disarmo controllato bilaterale e totale, che lascerebbe però campo libero ai terroristi di Al Qaeda.

Insomma l'iniziativa "francescana" non basta, può contribuire ma va rafforzata da una punizione esemplare. Quanto all'Onu, essa non autorizza l'operazione di forza perché il veto russo e cinese blocca il Consiglio di sicurezza. Questa è un'altra intollerabile stortura: i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza non rappresentano più il mondo di oggi e si sono collocati al di sopra di ogni principio democratico. In un organo mondiale dove l'Europa, l'India, il Brasile, l'Africa non sono rappresentati e il diritto di veto supera ogni maggioranza alternativa, la stortura è evidente.

Come si vede, queste diverse posizioni sono molto difficilmente conciliabili. "Tra un giorno, una settimana, un mese" vedremo col fiato in gola che cosa accadrà. Se debbo esprimere un'opinione personale dico: non sono affatto indifferente, mi sento coinvolto nel dilemma, temo una guerra che chiama la guerra, ma credo anche che l'incolumità e i diritti dei cittadini siriani vadano difesi. Conclusione: non so scegliere tra Francesco e Obama.

***  

Il tema siriano è al tempo stesso lontano e vicino, ma ce n'è un altro che è vicinissimo, è in casa nostra anche se le sue ripercussioni possono estendersi a tutta l'Europa. Si chiama Berlusconi, la sua condanna, il suo partito, il governo Letta, il Partito democratico, il Movimento 5Stelle, la magistratura, il capo dello Stato. Insomma l'Italia e le sorti della democrazia italiana la cui fragilità sta attraversando una delle fasi più inquietanti della sua tormentata storia. Se Berlusconi seguisse il consiglio che alcuni dei suoi collaboratori e familiari gli hanno dato e gli danno, dovrebbe dimettersi da senatore. Guadagnerebbe un merito, agirebbe per il bene di un Paese che lui ha amato soltanto perché un vasto settore di opinione pubblica lo ha appoggiato e ancora l'appoggia da quasi vent'anni.

Le dimissioni da senatore e l'accettazione della condanna, l'abbandono della vita politica sarebbero il primo e solo merito, tutti gli altri vantati da lui e dai suoi fedeli sono assolute bugie. Questo però sarebbe un merito notevole e denso di conseguenze positive: renderebbe necessaria la costruzione di una destra moderata e liberale rafforzando la democrazia; assicurerebbe il percorso del governo per il tempo necessario per l'adempimento del compito ricevuto a suo tempo dal capo dello Stato che l'ha nominato e dal Parlamento che l'ha fiduciato. Penso, ma ovviamente esprimo anche in questo caso un'opinione personale, che se a quel punto e nelle forme dovute chiedesse un provvedimento di clemenza, forse l'otterrebbe. Temo però che le cose non andranno in questo modo. Temo che i suoi legulei tentino di sollevare un processo di revisione della sentenza della Cassazione interpellando la Corte d'appello di Brescia. Per guadagnare tempo, giorni o settimane o mesi qualora il ricorso fosse accettato.  

C'è poi la tentazione della sinistra movimentista e para-grillina di buttar giù il governo e andare alle elezioni. Perfino, come vorrebbe Grillo, col "Porcellum". Tentazione molto pericolosa, che troverebbe però, come da lui più volte dichiarato, l'opposizione di Napolitano che non scioglierà mai le Camere se il "Porcellum" non sarà abolito e non prima comunque che sia approvata la legge finanziaria. Cioè non prima del febbraio-marzo 2014. Se questo fosse l'esito, la "tentazione movimentista" avrebbe come risultato quello di riprecipitare l'Italia nel girone dei dannati, dei sorvegliati speciali, dei peccatori congeniti. Ho apprezzato i nobili intenti espressi dall'amico Vittorio Sermonti nella lettera aperta dai noi pubblicata, ma vedo anche lì una mancanza di realismo estremamente pericolosa. Se Berlusconi riuscisse a non andare in galera, dobbiamo rispondere nei prossimi giorni buttando giù il governo Letta. Questa è la tesi di Sermonti, che mi consentirà però di ricordare le vicende di Abelardo ed Eloisa che immagino lui conosca benissimo.

Questo discorso, inutile dirlo, vale anche per il Partito democratico nelle sue varie componenti, correnti, fazioni. Il Congresso va certamente fatto, ma la questione preliminare è se l'appoggio al governo Letta si limiti a "qualche cosuccia" cui deve provvedere nel giro di pochi mesi, oppure alla durata almeno fino al semestre europeo con presidenza italiana, cioè il tempo minimo per la realizzazione degli obiettivi che gli sono stati affidati.  

Se il Congresso non risolverà preliminarmente questo problema, sarà certo importante per ricostruire l'identità d'un partito ancora molto ammaccato e scegliere un leader che la impersoni nel quadro d'una nuova ed efficiente struttura organizzativa, ma affiderà al prescelto una cambiale in bianco su un tema che condiziona la posizione internazionale, sociale ed economica del Paese. Non mi sembra il momento delle cambiali in bianco quando si percorre un sentiero accidentato che attraversa precipizi nei quali si può cadere. Ci pensino bene le componenti, le correnti, le fazioni del Pd e chi le rappresenta. La scelta che sono chiamati a fare li rende corresponsabili di cambiali in bianco rilasciate senza aver chiarito la questione preliminare ed essenziale.

***  

C'è un'ultima contraddizione, attuale ma storica perché vecchia di secoli: come mai gran parte degli italiani è politicamente indifferente e perché un quarto almeno dei non indifferenti vota da vent'anni per Berlusconi? La risposta l'abbiamo data già molte volte ma è bene ripeterla in un Paese di corta memoria: indifferenti o berlusconiani o grillini, odiano lo Stato, le istituzioni, la politica. Per secoli hanno visto la loro terra governata da Stati stranieri e tirannici, Signorie, altrettanto tiranniche, una borghesia inesistente, una cultura ristretta a ceti privilegiati, un'economia di rapina.  

Di qui il ritrarsi nel proprio interesse particolare, il disprezzo dell'interesse pubblico, la fragilità d'ogni tentativo di modernizzazione affidato ad élite presto trasformatisi in caste. Questa è stata la storia del Paese e di questa paghiamo il prezzo, sperando in una svolta che ci consenta di uscirne. Talvolta queste svolte ci sono state, ma sono durate poco e il vecchio andazzo è ricominciato. Speriamo che il buon momento stia arrivando anche se i presagi sono ancora tempesta.  

La striscia rossa 5 settembre 2013  

Qui serve un segno di rispetto per la gente, in questa bassa marea Serve un lampo nell’aria che si accenda oppure un’idea, C’est la décadence. C’est la décadence

Ivano Fossati  

2 - Il nuovo dizionario della destra  

(di Francesco Merlo La Repubblica.it 22 agosto 2013)

L' USO astuto e disonesto della lingua è il primo atto di ogni guerra. Dunque Berlusconi, che ha commesso il delitto, chiama «pacificazione» l' abolizione del castigo che è la guerra del delitto al diritto, l' esatto contrario della pace. E il voto del Parlamento, che è la massima espressione civile della democrazia, per Cicchitto è un «tribunale speciale» che, secondo Quagliarello, si trasforma esso stesso in «plotone di esecuzione».  

Attenzione, però, questa non è una guerra di parole ma sono parole di guerra. NON è la dialettica dei retori, non è l' eloquenza della difesa di Coppi contro i rigori dell' accusa del sostituto procuratore generale Antonio Mura, non sono le parole di Ghedini contro le parole della Boccassini, non è nemmeno la sapienza linguistica degli esperti in cavilli e in sfumature, ma è un' apertura di ostilità che fa saltare l' intero codice, è quell' offesa allo Stato che, lanciata da un ex premier, in altri tempi si sarebbe chiamata alto tradimento.  

E lo si capisce benissimo ricordando che «la soluzione politica» proprio ieri richiesta da Angelino Alfano a Enrico Letta, è la stessa pretesa dei terroristi condannati, da Senzani a Cesare Battisti, a tutti i brigatisti antistato che appunto non riconoscevano né il parlamento né i tribunali, e neppure il singolo carabiniere. Quelli raccontavano come epica guerra civile la loro macelleria e i loro agguati e Berlusconi mistifica la sentenza che lo inchioda alla frode fiscale come se fosse la nobile sconfitta di mezza Italia.  

«La pacificazione» per lui è trascinare nel suo singolare, individuale destino di frodatore quella parte d' Italia che, per legittimi motivi, non è di centrosinistra: tutti dentro il suo carniere di bracconiere. «Siamo tutti colpevoli, siamo tutti evasori» ha sostenuto infatti la Santanché con un altra raffica di senso comune capovolto.  

La formula della Santanché parodizza la solidarietà, rovescia quella locuzione retorica che tutti usiamo quando vogliamo identificarci con le vittime della barbarie e delle violenze, anche naturali: «Siamo tutti americani» dopo l' 11settembre, «siamo tutti berlinesi» davanti al muro del comunismo, «siamo tutti aquilani» dopo il terremoto, «siamo tutti clandestini» davanti alla legge razzista che ci fa vergognare di essere italiani.  

Ebbene, ora l' imbonitore si è appropriato dello strumento toccante della fratellanza ed ecco che «siamo tutti ladri», «siamo tutti Berlusconi». E il meccanismo è così ramificato ed efficace che i quotidiani della casa sempre più spesso pubblicano sfoghi di lettori che raccontano di essere stati aggrediti e insultati come «ladri» perché leggono appunto Libero e il Giornale. Trionfa così l' impostura. È la prova che la menzogna sta prendendo piede, e non solo provoca ma confonde e disinforma.  

Il ladro è Berlusconi e non chi lo ha votato. È stato condannato lui e non gli elettori di centrodestra. L' imbonitore lavora per trasformare in delinquenti anche i suoi sostenitori, è come lo spacciatore che vuole la solidarietà delle sue vittime, come il bracconiere che si appella alla complicità della selvaggina che impallina, come il mafioso che dice di essere Enzo Tortora. Quella di Berlusconi è la sindrome di Sansone: muore sì, ma con tutti gli italiani.  

Attenti dunque alle nuove parole dell' eversione che una volta era verbosa, fatta di fumosissimi comunicati illeggibili e di risoluzioni declamatorie. Oggi l' eversione è l' evasione fiscalee l' inversione dei significati più semplici. E nel gergo del truffatore pop il massimo della complessità consentita è «il problema di sistema» di Quagliariello oppure la «la questione di democrazia» di Brunetta.  

Non trucchi linguistici ma slogan di quella «guerra civile» annunziata da Bondi. «L' agibilità», «le più mature determinazioni», «l' omicidio politico», il dramma della democrazia», «l' atteggiamento pregiudiziale»: sono tutti allarmi, avvisi, dettati, ricatti all' Italia che deve piegarsi alla «anomalia Berlusconi» (scrive il Foglio) che una volta era la vittoria dell' outsider e ora è l' impunità del reo.  

Non parole, ma parole d' ordine dunque, truffe di significato come l' appello della Gelmini per «un approfondimento della legge Severino» che in questo neoitaliano eversivo è l' appello a disattendere una legge, l' appello a mettersi fuori legge. Certo, si può anche ridere della frode linguistica e dell' abuso di analogie storiche. Al profondo Capezzone si potrebbe dire per esempio che se davvero volesse andare sino in fondo nel (bislacco) richiamo all' amnistia che fu accordata ai fascisti dovrebbe ricordare che il fascismo fu messo fuori legge e che Mussolini fu giustiziato.  

Il più imbarazzante è stato Luigi Amicone che ieri sera durante la trasmissione di Luca Telese su La7 ha paragonato Berlusconi a Che Guevara, e la magistratura e il governo Letta al governo militare boliviano che lo volle morto. Se continua così tra poco diranno che, durante il processo, a Berlusconi hanno rubato il portafoglio che è, per volontà popolare, il portafoglio d' Italia. E che sono stati i giudici, ladri ovviamente di democrazia.

La striscia rossa del 29 agosto 2013  

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli.  

Martin Luther King  

4 - La pitonessa in guerra nella fattoria di Arcore  

(di Francesco Merlo  Repubblica.it 26 agosto 2013)

L' ANIMALE dispettoso, quello che per natura tira calci è la signora Santanchè, ma nella vecchia fattoria ia ia o conta solo zio Tobia. Non bisogna insomma credere che sia vera politica quel che sta accadendo nel Pdl dopo l' intervista monella di Daniela Santanchè a Repubblica, con tutti quei pestoni a Cicchitto, a Quagliarello, a Lupi, ad Alfano.  

LE BESTIE della fattoria hanno preso calcioni di mulo ma le metafore della finta politica evocano adesso l' aggressività dei «falchi guerrieri» (Verdini) contro la strategia pacifista delle «colombe» (Alfano). E c' è pure la ferocia dei «lupi» (Capezzone) contro l' astuzia delle «volpi» (Schifani). Via via animalizzando, senza alcun rispetto per le fiabe, si arriva a «io sono la pitonessa», «Schifani si crede volpacchiotta ma è volpino», per non parlare dei «corvi che svolazzano» (Cicchitto)...  

Anche se, ovviamente, in questa saga della zoologia politica c' è solo la bestialità e non c' è la politica. C' è magari in questo schiamazzo la vecchia simpatia della canzone e ciascuno, ricordando le famose filastrocche, può far da sé il gioco «a quale animale somiglia» «Sempre sporco a più non posso C' è il maiale-iale-ia-ia-iale C' è un bel gattoga-ga-gatto L' asinel-nel-nel-nel C' è la capra-capra-ca-ca-capra...». Ma sicuramente in questo strepito non c' è la dialettica di partito volgarizzata con l' aiuto del vecchio Esopo.  

Gli animali della fattoria del Pdl infatti possono concedersi sfoghi, pause di strepito, momenti di libertà e forse anche di divertimento, ma solo perché Berlusconi non ha ancora deciso cosa farà e soprattutto non sa cosa otterrà. Quando deciderà tutti diventeranno uguali e sarà gara a chi si farà più uguale degli uguali, come nell' altra fattoria degli animali, quella di Orwell. E però Berlusconi sa che nei tempi morti della sua sovranità la Santanché si è presa il ruolo del mulo che tiene tutti svegli e sottomessi.  

E la signora non si deve offendere perché è vero che non c' è meglio della favole animalesche per dire la verità e, per esempio, nella favola del lupo e dell' agnello, chi non la sa, ci stiamo dentro tutti. Perciò la favola di Berlusconi e il mulo va presa come quella della formica e della cicala o quella del corvo e del fico. Certo, c' è del disprezzo nel permettere al mulo di eccitare i cari animali della sua fattoria mentre lui decide con Confalonieri e con Marina la quale è «la delfina» (appunto), che ovviamente la Santanché onora come «cavallo di razza» ma in privato definisce, con un tocco di iena aggraziata, «un Berlusconi senza sorriso».  

Perché bisogna dire che la signora è davvero voluttuosa nello scalciare, ed è tutta umori e testa dura, e infatti il gallo Alfano è la sua gioia, lo blandisce superba e poi dice «quel furbo si è subito adeguato», e i pestoni che molla al «colombaccio» Cicchitto la fanno godere, i calci che rifila al «pollastro» Quagliarello la fanno divertire,e va giù duro sul muso del volpino Schifani anche se il suo sogno è mordere il doppio sedere dei Letta, quello di Enrico perché, ça va sans dire, è il governo italiano e quello di Gianni perché lì dentro ha il ruolo, riconosciuto e invidiatissimo, del «ragno», l' unico animale al quale è concesso di restare sempre attaccato al filo della sua idea.  

«E però le ragnatele - ha detto la Santanché - conservano la muffa». E la Sanantché fa paura forse perché sanno che ha la licenza di scalciare, possiede una specie di lettera di «corsa» per muli firmata da Berlusconi in persona. E sanno pure che è la sola che non sta a libro paga del padrone, forse perché ha sempre fatto fuori tutti gli animali che le hanno messo accanto.  

Del primo marito ha fatto un marchio, in imprenditoria ha battuto l' ex socio Briatore che adesso è ridotto a recitare il ruolo del manager nell' intrattenimento e nei reality tv. E poi via via ha digerito Storace, La Russa, Bisignani, Gianfranco Fini... forse perché nelle favole di Esopo, che più o meno consapevolmente la signora evoca, l' unico espediente per digerire un uomo è quello di mangiarlo.  

Di sicuro la signora fa cosi tanta paura che le tantissime, ovvie reazioni ai suoi calcioni non sono altri calcioni o morsi o pugni ma sono, se ci state un po' attenti, più di spavento che di rabbia, sono tocchi, annusamenti, timidi graffietti, roba tenera da animali erbivori e da gallinacci, di quelli che temono di finire in pentola nel Santo Natale. E infatti per Cicchitto, che fu un famoso polemista, l' intervista «è singolare». Per Schifani, che bacchetta tutti, si tratta di «affermazioni inopportune». Gasparri, di solito furioso come un Orlando, dice «che è buona regola non farsi usare dai nemici». Per Matteoli è «disdicevole». Sacconi la invita a non fare «la cattiva consigliera»...  

Ecco, potrebbe essere uno spasso se se non ci fosse di mezzo l' Italia. Infatti è vero che il mulo piace di più persino a noi, perché non ha la stupida nobiltà del cavallo e l' ineluttabile somaraggine dell' asino, non è fedele per necessità di sopravvivenza, ma è sempre forte e disobbediente. In questo senso la Santanché sarebbe un capolavoro di mulo se desse il suo bel calcione anche a Berlusconi. Non si era mai visto infatti - parola di merlo! - un mulo governato come un asino.

 

Un nuovo partito per la destra italiana
post pubblicato in diario, il 1 settembre 2013


Anno VI N° 35 del 01/09/2013 

IL MEGAFONO 

PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE 

La striscia rossa del 31 agosto 2013

La guerra ha riconquistato cittadinanza tra i popoli. E noi ancora non ci ribelliamo. Se in qualche parte del globo arde l’incendio, affare loro. Al mattino ci ritroviamo nella nostra cuccia: poi si vedrà.

Pietro Ingrao

1-Un nuovo partito per la destra italiana

(di Eugenio Scalfari La Repubblica.it  01 settembre 2013)

Due notizie meritano una breve anteprima. La prima è la volatilità di Berlusconi che l'altro ieri ha dato per certa la caduta del governo Letta se gli sarà tolto lo scranno di senatore, ma ieri ha detto esattamente il contrario affermando l'incrollabile fiducia nel suddetto governo indipendentemente dalle sue vicende giudiziarie. La seconda notizia è la nomina di quattro senatori a vita da parte di Napolitano alle persone di Abbado, Piano, Rubbia ed Elena Cattaneo.

La volatilità mentale è a volte un dono di natura, altre volte è una sciagura. Quando può influire sui destini di un Paese può arrecare gravi danni e questo è il caso. Resta da capire se nel caso specifico si tratti d'un elemento caratteriale o d'un sopravvenuto disturbo mentale. L'unico rimedio è di non dargli alcuna importanza.

La scelta dei quattro senatori è in perfetta linea con i requisiti previsti dalla Costituzione. Le reazioni del centrodestra, dei giornali berlusconiani e della Lega sono state di motivare quella scelta con ragioni politiche volte a rafforzare al Senato il centrosinistra. La stessa reazione ha manifestato Travaglio. La comunanza non è casuale: si tratta di fango che imbratta le mani di chi lo maneggia.

Fine dell'anteprima.

In un mondo sempre più interdipendente gli elementi negativi e quelli positivi si intrecciano senza posa e il termometro che ne misura l'andamento ne registra ogni giorno l'intensità e le aspettative che ne derivano.

Nella settimana appena trascorsa l'alternarsi degli eventi e gli effetti che hanno prodotto hanno toccato il culmine della confusione tra timori e speranze, ottimismo e pessimismo. Pensate all'Egitto, ai venti di guerra in Siria che potrebbero incendiare tutto il Medio Oriente, ai sintomi di crisi nell'economia dei Paesi emergenti, ma anche alle buone notizie sulla ripresa dell'economia americana e ai segnali  -  timidi ma visibili  -  d'un miglioramento dell'economia europea.

I mercati, sempre molto sensibili a queste diverse sollecitazioni, hanno registrato fedelmente quanto accadeva. Alla fine il bilancio della settimana è moderatamente positivo anche se il circuito mediatico tende a mettere in evidenza le cattive notizie che producono più sensazione delle buone.

Per quanto riguarda l'Italia i temi che hanno tenuto banco sono stati: la sorte politica e giudiziaria di Berlusconi, le conseguenze sul suo partito e sul governo, la questione dell'Imu, dell'Iva, dei rapporti con l'Europa, le attese prevalenti dell'opinione pubblica. Senza dimenticare l'imminenza delle elezioni politiche tedesche che avranno influenza su tutto il continente e anche fuori di esso.

Dalla settimana che ora comincia le agenzie di sondaggio riprenderanno il loro lavoro ma fin d'ora sappiamo che l'opinione più diffusa, al di là delle diverse posizioni politiche, è in favore della stabilità. L'ipotesi di imminenti elezioni politiche o di crisi di governo prive di alternative credibili, creano timore e rifiuto. Questo sentimento è comune al 70-80 per cento dei cittadini e rappresenta quindi una condizione che determina l'intera nostra situazione politica ed economica.

La cosiddetta abolizione dell'Imu è un effetto di quella condizione determinante. La stabilità ne è uscita rafforzata ed è destinata a reggere nonostante le bizze, le rivalità e la faziosità del piccolo mondo politico che stenta a recuperare consapevolezza e dignità di comportamenti.

* * *

Berlusconi si sente perso e fa di tutto per non abbandonare il proscenio dove da vent'anni e più recita la parte del protagonista. Voleva e vuole dominare il governo, logorarlo, ricattandolo e ingraziandosi il favore del pubblico con proposte che possono riscuotere favore popolare. L'abolizione dell'Imu era una di queste. In realtà a lui e ai suoi fedeli importa assai poco dell'Imu. Del resto fu lui a introdurre l'Ici, poi ad abolirla, poi a ripresentarla sotto altra forma. Ma oggi lo slogan di abolirla definitivamente gli avrebbe fatto gioco, era il modo per puntellare la sua presenza sul proscenio nonostante la sentenza di condanna definitiva. "Se io resto l'Imu sarà cancellata": questo è stato lo spot dell'ultimo mese. Adesso questo spot è caduto e resta in piedi la sola questione che veramente interessa il protagonista: non uscire di scena.

Si direbbe che, risolta la questione Imu, il re è nudo. Inutile dire che quel nudo offende al tempo stesso la morale e l'estetica, non dei moralisti e giustizialisti ma dei milioni di persone perbene che hanno assistito con indignazione e disgusto alla corruzione dilagante, al prevalere degli interessi privati, al degrado della società e della dignità del Paese. Il re è nudo e un regime è finito. Questo tema diventerà in un prossimo futuro dominante per tutti i moderati italiani che dovranno trovare nuove forme di rappresentanza, lontane dal populismo e dall'uomo della Provvidenza. È un tema che non interessa soltanto i moderati ma anche la sinistra democratica e riformatrice. Va dunque discusso con consapevole responsabilità.

Il tema dell'Imu merita tuttavia ancora qualche parola per chiarirne la portata che a mio avviso non è stata spiegata secondo realtà. Nel suo discorso di investitura di qualche mese fa in Parlamento Enrico Letta aveva detto che l'Imu sarebbe stata "rimodulata". In che modo? Sostituendola con un'altra imposta comunale sugli immobili, come esiste in tutti i Paesi europei.

Ci volevano alcuni mesi di tempo per effettuare questa rimodulazione; nel frattempo il pagamento delle rate dell'Imu sarebbe stato sospeso. Così è ora avvenuto. L'Imu 2012 (già pagata) non è stata rimborsata come aveva promesso Berlusconi, ma la prima rata 2013 è stata cancellata con decreto e una copertura certa e approvata dalla Ragioneria dello Stato. L'abolizione del saldo è un impegno politico che prenderà forma di decreto a metà ottobre insieme alla legge finanziaria e al disegno della nuova "service tax" che sostituirà l'Imu rimodulandola.

Questo è avvenuto e avverrà e non si vede in che cosa tradisca gli impegni presi da Letta quando ottenne la fiducia. Le poche risorse disponibili potevano essere utilizzate per altri e più importanti scopi sociali? Credo di sì, ma il governo sarebbe stato battuto con lo spot sull'Imu e il re non sarebbe stato denudato di fronte alle sue private responsabilità. Senza governo è evidente che nessun'altra decisione poteva esser presa. Si sarebbe aperta quella crisi politica che il grosso dei cittadini non gradisce ed anzi rifiuta.

Infine: per quanto riguarda il saldo dell'Imu, la copertura nelle sue grandi linee c'è già, ma il decreto non c'è ancora ed è una delle necessarie astuzie della politica. Soltanto a metà ottobre Berlusconi sarà definitivamente decaduto dagli incarichi pubblici; se il suo partito e lui stesso perdessero la testa e i ministri si dimettessero dal governo, la rata dell'Imu dovrebbe essere pagata dai contribuenti, la rimodulazione non avverrebbe e l'intera responsabilità cadrebbe sulle spalle del Pdl.

Questa è la realtà di quanto è avvenuto. Restano ovviamente aperte le questioni delle risorse, dell'Iva, della crescita e dell'occupazione; questioni in parte di pertinenza europea ed in parte italiana. Le possibilità non mancano. Saranno indicate a fine ottobre con la legge finanziaria. Complessivamente occorrono circa 15 miliardi, fermo restando l'impegno a contenere il deficit entro il 3 per cento. Abbiamo più volte affrontato questa risolvibile questione. Tra due mesi dagli annunci si passerà ai fatti. Se così non fosse, allora sì, il governo verrebbe meno ai suoi scopi e non meriterebbe più la fiducia.

* * *

Nel frattempo  -  lo ripeto  -  i moderati debbono costruire una forma di rappresentanza politica che abbandoni totalmente il populismo e si configuri come una destra democratica ed europea rendendo possibile l'alternanza con una sinistra democratica e riformista. È interesse di tutti che questa trasformazione avvenga e non mancano nel Pdl persone che stanno già lavorando a quel progetto: Quagliariello, Lupi, Cicchitto e molti altri. Vanno incoraggiati, ma il loro compito è molto difficile; la sua riuscita presuppone infatti che in Italia esista una borghesia moderata che dia lo sfondo sociale ad una simile operazione.

Purtroppo in Italia una borghesia moderata non c'è, anzi  -  per essere ancora più chiari  -  in Italia non esiste una borghesia se con questa parola s'intende una classe generale che abbia al tempo stesso un ruolo economico, sociale, politico. E purtroppo non esiste più una classe operaia che sia anch'essa una classe generale con ruoli economici, sociali e politici.

Classe generale significa un ceto sociale che coltivi al tempo stesso i suoi propri interessi nel quadro dell'interesse di tutti. I partiti rappresentano (dovrebbero rappresentare) l'articolazione politica di queste classi che si contrappongono e si alternano nel governo del Paese, divise nelle rispettive visioni del bene comune ma accomunate dal rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dello spirito liberale che tutto consente a tutti nel rispetto dell'eguaglianza di fronte alle legge, delle pari opportunità e del principio di difendere la libertà altrui come la propria.

Sono principi elementari, affermati da molti a parole ma praticati da pochissimi nei fatti e questo è il vero male italiano. Ne ho molte volte esposto le cause originarie e non starò qui a ripetermi. Ma un fatto è certo: l'ultimo in ordine di tempo (con

 molti predecessori) a danneggiare gravemente questi principi e questi valori è stato Silvio Berlusconi. Il compito dei suoi successori è arduo ma necessario e se anche il risultato fosse parziale sarebbe pur sempre un avvio. Il tempo è venuto, hanno pochi mesi a disposizione. Perciò si muovano subito altrimenti si troveranno di fronte soltanto alle rovine prodotte dall'implosione del regime che hanno consentito a Berlusconi di costruire con la loro complicità. 

La striscia rossa del 29 agosto 2013

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli.

Martin Luther King

2-La bella Italia che vorremmo

(di Michele Serra Repubblica.it 31 agosto 2013)

Una ricercatrice, un Nobel per la fisica, un direttore d'orchestra, un architetto. Tutti e quattro di fama mondiale. Per dare lustro alle istituzioni il presidente della Repubblica non ha scelto neppure un politico. Come se il solo possibile antidoto all'idea depressa che l'Italia ha di se stessa fosse cambiare radicalmente prospettiva.

Volgere le spalle ai palazzi del potere e cercare il valore nelle avventure individuali di italiani operosi ed eccellenti. Artisti e scienziati spesso capiti e apprezzati prima all'estero che in patria.

Al di là dei nomi dei quattro senatori a vita (il cui calibro è comunque cento volte maggiore di molti degli esponenti politici che ne commentano la nomina), nella scelta di Napolitano ciò che colpisce è questo compatto rivolgersi "altrove", a un'Italia cosmopolita e dunque sprovincializzata, che ha vissuto, lavorato, avuto fama e successo a distanza siderale dalle beghe miserabili che paralizzano la vita nazionale, e che cento metri oltre i nostri confini paiono insignificanti, penosi dettagli rispetto al battito del mondo. Che magari sa cosa accade a Parigi o a Londra o a Tokyo, meno che cosa succede a Roma, specie quando ciò che succede a Roma è così poco intellegibile. La sproporzione tra la fama e il peso culturale dei nuovi senatori e la media della rappresentanza parlamentare (anch'essa "nominata", grazie al Porcellum: ma con quanto merito in meno!) assume, indirettamente, quasi il significato di una denuncia. La denuncia della crisi paurosa della politica, dell'incepparsi patologico dei meccanismi di selezione della classe dirigente attraverso la via più diretta, che è o meglio sarebbe quella elettorale.

Molti dei commenti politici di ieri rimandano, purtroppo, a questa mediocrità. Quasi incredibili, nella loro pochezza da ragionierino astioso, le parole del senatore delle Cinquestelle Alberto Airola, molto seccato perché i quattro neo-nominati "saranno stipendiati a vita senza essere stati eletti da nessuno e saranno i lacché delle larghe intese". Come se Piano e Abbado avessero bisogno, per vivere, di uno stipendio pubblico; e come se il tragitto che ha condotto all'elezione la quasi totalità dei grillini, spesso poche decine di voti cliccati su un sito web ben controllato e filtrato, avesse un qualunque, percepibile significato di democrazia diretta. Chissà se chiederanno gli scontrini del cappuccino, i cinquestellati, anche a Renzo Piano, per altro buon amico di Beppe Grillo.

Stendiamo un velo pietoso sulla dichiarazione della signora Santanché ("il solo che doveva essere nominato senatore a vita è Berlusconi": poco più, anzi poco meno di una battuta di spirito). Ma è impossibile tacere della ciancia meschina, da angiporto della politica, capace di leggere in quelle quattro nomine (e in quei quattro profili italiani) il tentativo di offrire una stampella alle larghe intese. Bisognerebbe spiegare ai tanti parlamentari abituati al piccolo cabotaggio tattico, e qualcuno purtroppo anche alla messa all'asta del proprio voto, che esiste anche un mondo normale. Dove i loro discorsi, i loro sospetti, i loro calcoli paiono trascurabile fanghiglia, e contano zero. Immaginare un Rubbia o una Cattaneo che tramano pro o contro il governo Letta (o pro o contro chicchessia) equivale ad avere perduto il vaglio delle cose, la misura della realtà.

Certo, come accaduto anche in passato, è rintracciabile, nei profili dei nuovi senatori a vita, specie Abbado e Piano, "qualcosa di sinistra". Ma questo rimanda a una annosa, penosissima questione, che è la gran fatica con la quale "la destra", genericamente intesa, produce i suoi intellettuali, i suoi artisti, i suoi personaggi illustri. In attesa di udire la solita solfa contro "i comunisti" Abbado e Piano, o le velenose insolenze che colpirono un gigante come la Montalcini, è più serio e più proficuo registrare l'enorme

 difficoltà che qualunque presidente italiano avrebbe nello scovare e nominare senatori a vita francamente di destra. Non è questo lo spirito con il quale si procede a quelle nomine; ma si può capire che un poco di par condicio in più aiuterebbe a rendere ancora più limpida, ancora più condivisa l'investitura dei senatori a vita. La battuta della signora Santanché ci fa capire quanto manchi, al nostro Paese, una destra di alto profilo. 

La striscia rossa del 28 agosto 2013

La fiducia nei miei confronti è gravemente compromessa, per questo ho deciso di dimettermi per risolvere quanto prima la situazione.

Christian Wulff, presidente della Germania accusato di aver ricevuto soldi da un imprenditore

3-LE FUNZIONI DELLA GIUNTA

(Lettera di PIERO ALBERTO CAPOTOSTI a Repubblica 27 agosto 2013)

Caro Direttore, stupisce che un maestro del giornalismo come Eugenio Scalfari abbia frainteso, sulla Repubblica del 25 u. s., il senso di quello che avevo scritto su Il Messaggero del 23, in cui affermavo che la Giunta per le elezioni e l' Aula del Senato, in sede di verifica dei poteri, quale è quella dell' art. 66 Cost., sono organi che svolgono "occasionalmente" funzioni giurisdizionali, ed in tale veste, sono "giudici" e quindi «abilitati a sollevare questioni di legittimità costituzionale alla Corte, che deciderà sugli aspetti procedurali e sostanziali della vicenda». Non c'entra nulla il discorso sulla terzietà del giudice, poiché giudice unico resta sempre la Corte costituzionale, mentre agli organi del Senato, che si occupano di problemi di ineleggibilità, è riconosciuta solo la facoltà di proporre eccezioni di costituzionalità alla Corte stessa.

E ci sono altri casi, secondo una corposa giurisprudenza della Corte costituzionale (cfr. tra le altre le sentenze n. 52 del 1962 e 374 del 2001) di organi che svolgono "occasionalmente" funzioni giurisdizionali - per esempio i Consigli comunali e i collegi arbitrali - e possono pertanto presentare questioni di costituzionalità alla Corte, pur non appartenendo istituzionalmente al Potere giudiziario. Spiace che Eugenio Scalfari esprima i suoi giudizi, evidentemente ignorando questa costante giurisprudenza, ma non dirò mai, per il mio stile, che egli stia commettendo «errori così marchiani».

Presidente emerito della Corte Costituzionale PIERO ALBERTO CAPOTOSTI

La striscia rossa del 23 agosto 2013

Se si vuole cambiare la Costituzione non si possono accettare argomenti che rivelano una concezione delle istituzioni tese a favorire un leader di partito invece che le

Nadia Urbinati dopo le dimissioni dalla Commissione per le Riforme istituizionali.

4-MA IL PARLAMENTO NON È TERZO

(Eugenio Scalfari Repubblica.it 27 agosto 2013)

Stupisce anche me che un maestro del diritto come Piero Alberto Capotosti abbia frainteso le poche righe che gli ho dedicato nel mio articolo su "la Repubblica" di domenica scorsa. Io non metto in discussione il fatto che la Giunta per le elezioni e l' Aula del Senato possano svolgere occasionalmente funzioni giurisdizionali e siano quindi abilitati a sollevare questioni di legittimità costituzionale alla Consulta. Il problema è la sede nella quale queste funzioni giurisdizionali si svolgono. Se lo svolgimento avviene nel corso del dibattimento in Giunta e/o in Aula non vi ha dubbio che questi organismi parlamentari siano abilitati a sollevare questioni di legittimità costituzionale alla Corte.

Il problema cambia radicalmente aspetto se le opinioni "maggioritarie" della Giunta e dell' Aula si verificano prima e fuori dalla sede istituzionale, come è appunto il caso specifico del quale ci occupiamo.I membri della Giunta subiscono pressioni chiaramente ricattatorie connesse al modo di comportarsi nel voto sulla questione specifica. Il vicepresidente del Consiglio e segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha emesso un comunicato pubblico nel quale chiede ai partiti della maggioranza di appoggiare la tesi del ricorso alla Consulta. Lo chiede in particolare al presidente del Consiglio e ne informa il presidente della Repubblica affinché a loro volta premano sui membri della Giunta e dell' Aula che fanno parte del Pd e di Scelta Civica affinché votino la suddetta tesi del ricorso alla Corte minacciando, qualora ciò non avvenga, la caduta del governo stesso.

Siamo dunque in presenza di un vero e proprio ricatto politico che viene esercitato da un' autorità politica prima e fuori dalle sedi istituzionali. Ciò rende impossibile che gli organi politicamente ricattati possano assumere "occasionalmente" funzioni giurisdizionali. Se - a titolo di esempio- il Pm Boccassini dicesse in un pubblico luogo, intervista, comizio, quali sono le tesi che si appresta ad esporre nell' aula del Tribunale, sarebbe immediatamente sottoposta a procedura di inchiesta da parte del Csm, come molto spesso è avvenuto per casi analoghi.

Ho fatto l' esempio della Boccassini ma potrei parlare anche della Procuratrice del Tribunale dei minori nella vicenda del Rubygate, la quale ha subito censura dal Csm per avere esposto in televisione il contenuto della sua testimonianza di fronte ai magistrati della Procura di Milano. Analogo trattamento è stato riservato dal suddetto Csm nei confronti del magistrato Ingroia. Non sfuggirà spero a Capotosti che si tratta di interventi del supremo organo di autogoverno della Magistratura i quali sospendono o censurano un'attività giurisdizionale non perché o non soltanto perché è stato violato un segreto d' ufficio, ma perché ciò è avvenuto in sedi improprie e squalificanti della funzione giurisdizionale.

Mi domando - e lo domando a Capotosti - se c' è una sede più impropria di quella di un segretario di partito il quale coinvolge le massime autorità politiche del Paese affinché impongano, o comunque orientino i membri di organismi parlamentari e se questo non impedisca che quegli organismi - così ricattati o orientati - perdano e non possano acquisire quella funzione occasionalmente giurisdizionale che viceversa avrebbero qualora il loro parere si formasse nelle discussioni all' interno delle rispettive sedi istituzionali. Ognuno ovviamente ha il suo stile di scrittura ed il mio mi induce a dire che il Presidente Emerito Capotosti, non rilevando il ricatto politico in corso, abbia compiuto un errore marchiano.

 

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