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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
§1 - Essere uomini o robot nella stagione dell’indifferenza (di Eugenio Scalfari)
post pubblicato in diario, il 28 gennaio 2018


Anno XI N° 05 del 28 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 28 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ «…L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare così che — lo notiamo purtroppo spesso — quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore…» ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari cita Papa Francesco ________________________________________________________________________________________ §1 - Essere uomini o robot nella stagione dell’indifferenza ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 28 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ Il problema della tecnologia c’è sempre stato da che mondo è mondo e fin dall’inizio ha riguardato le armi, cioè la difesa di se stessi non solo con i propri muscoli contro quelli del nemico che insidiava il territorio ma anche contro gli animali carnivori che facevano dell’uomo una loro preda. Ma poi si formarono delle comunità e la loro difesa si trasformò in guerra di bande, armate di bastoni puntuti, di lance, di pugnali, di frecce. Col passare del tempo ci fu chi costruiva gli archi e le frecce, gli elmi per riparare la testa e le corazze per il corpo. Non si trattava più d’un lavoro individuale ma d’uno sviluppo tecnologico affidato ad appositi artigiani che conoscevano la tecnica per trasformare il ferro in acciaio e altre diavolerie analoghe. ________________________________________________________________________________________ Passarono secoli e le tecnologie aumentarono la loro complessità e la loro diffusione a tutto campo: i colori per dipingere quadri su tela e affreschi sui muri, case e chiese da costruire, strumenti musicali a fiato o con le corde, barche e navi per solcare il mare e avanti avanti avanti nacquero tecniche sempre più complesse, eserciti di lavoratori specializzati al servizio di padroni e di inventori. ________________________________________________________________________________________ Il punto di svolta relativamente prossimo a noi è stato il robot che ha in parte sostituito l’uomo, ma ora c’è sempre di più: il razzo, la navetta spaziale che è arrivata fino alla Luna, le bombe atomiche e infine la “rete” di comunicazione che tutto abbraccia, tutto mette in contatto cambiando addirittura i tempi della vita. ________________________________________________________________________________________ Achi cerca su un computer o su un cellulare tutto ciò che vuole conoscere basta premere uno o due tasti e gli compare una frazione del passato che in quel momento aveva il desiderio di conoscere, oppure è lui stesso che registra il suo presente. Il risultato psicologico estremamente importante è che l’uomo di oggi abbandona volutamente la propria memoria del passato e anche la capacità e il desiderio di immaginare un futuro perché tramite la tecnologia attuale la memoria del passato è inutile, la si trova sulla tastiera, e altrettanto inutile è il futuro perché la vita cambia di minuto in minuto e quel cambiamento è automaticamente registrato. Né passato né futuro e la domanda è questa: il presente lo decide l’uomo o la tecnologia? Difficile rispondere. ________________________________________________________________________________________ *** Chi ha affrontato questa tecnologia è una persona dotata di una capacità di capire ciò che accade nel mondo, individuarne le cause, gli effetti e l’evoluzione nel tempo: è papa Francesco, che ha colto la riunione dei grandi capitalisti di tutto il mondo a Davos per segnalare ciò che la Chiesa da lui guidata vuole comunicare ai propri credenti e alla cultura laica. Un pensiero così profondo e proiettato verso il futuro non può essere né riassunto né interpretato, data la profondità che contiene, e quindi occorre citarne le parti essenziali. Ecco le parole di Francesco. ________________________________________________________________________________________ «A livello di governance globale siamo sempre più consapevoli che c’è una crescente frammentazione tra Stati e istituzioni. Stanno emergendo nuovi attori come anche una nuova competizione economica e accordi commerciali regionali. Anche le tecnologie più recenti stanno trasformando i modelli economici e lo stesso mondo globalizzato che, condizionato da interessi privati e dall’ambizione del profitto a tutti i costi, sembra favorire l’ulteriore frammentazione e individualismo, invece di facilitare approcci che siano più inclusivi. ________________________________________________________________________________________ Le ricorrenti instabilità finanziarie hanno portato nuovi problemi e gravi sfide con cui i governi devono confrontarsi, come la crescita della disoccupazione, l’aumento di diverse forme di povertà, l’aumento del divario socio-economico e le nuove forme di schiavitù, spesso radicate in situazioni di conflitto, migrazione e diversi problemi sociali. A ciò si associano alcuni stili di vita un po’ egoisti, caratterizzati da un’opulenza ormai insostenibile e spesso indifferente nei confronti del mondo circostante, soprattutto dei più poveri. Si constata con rammarico un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico. ________________________________________________________________________________________ L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare così che — lo notiamo purtroppo spesso — quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore. In tale contesto è essenziale salvaguardare la dignità della persona umana, specialmente offrendo a ognuno opportunità vere di sviluppo umano integrale e attuando politiche economiche che favoriscano la famiglia. La libertà economica non prevalga sulla concreta libertà dell’uomo e sui suoi diritti; il mercato non sia un assoluto ma onori le esigenze della giustizia. I modelli economici debbono dunque rispettare un’etica di sviluppo integrale e sostenibile, basata su valori che pongano al centro la persona umana e i suoi diritti. ________________________________________________________________________________________ Solo attraverso una ferma risoluzione, condivisa da tutti gli attori economici, possiamo sperare di dare una nuova direzione al destino del nostro mondo. Così, anche l’intelligenza artificiale, la robotica e altre innovazioni tecnologiche devono essere impiegate in modo da contribuire al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune. ________________________________________________________________________________________ Non possiamo rimanere in silenzio dinanzi alla sofferenza di milioni di persone la cui dignità è ferita, né possiamo continuare ad andare avanti come se la diffusione della povertà e dell’ingiustizia non avesse una causa. Creare le giuste condizioni per consentire a ogni persona di vivere in maniera dignitosa è un imperativo morale, una responsabilità che coinvolge tutti creando nuovi posti di lavoro, rispettando le leggi sul lavoro, combattendo la corruzione pubblica e privata e promuovendo la giustizia sociale, insieme alla giusta ed equa condivisione dei profitti. ________________________________________________________________________________________ C’è una grande responsabilità da esercitare con saggio discernimento poiché le decisioni prese saranno fondamentali per modellare il mondo di domani e quello delle generazioni future. Pertanto, se vogliamo un futuro più sicuro, un futuro che incoraggi la prosperità di tutti è necessario mantenere la bussola rappresentata dai valori autentici. È questo il tempo di prendere misure coraggiose e audaci per il nostro amato pianeta. È questo il momento giusto per tradurre in azione la nostra responsabilità di contribuire allo sviluppo dell’umanità». ________________________________________________________________________________________ *** Naturalmente questi così alti pensieri agiscono a tutti i livelli della società. La politica dovrebbe tenerne conto e integrarli con la sua forza che è quella di gestire il potere per accrescere il bene del popolo, che dovrebbe essere la sua costante finalità. Questo è il compito delle classi dirigenti, quali che siano la loro visione, i loro valori e il loro interesse di parte. ________________________________________________________________________________________ La democrazia è motivata se si esplica attraverso partiti che condividono la valutazione del bene e del male con differenze profonde tra di loro secondo come interpretano quelle due opposte finalità. Ma la vera differenza è tra i politici che si battono soprattutto per acquisire il loro interesse oppure comportandosi alla luce di valori e ideali da applicare alle istituzioni. ________________________________________________________________________________________ In un mondo sempre più globale il tema include sempre di più le classi dirigenti e le loro diverse finalità. Da questo punto di vista l’Italia ha la sua storia e l’Europa ha la propria che include ovviamente quella italiana in un complesso continentale che per secoli e secoli è stato il centro del mondo. Non so fino a che punto i partiti e l’opinione pubblica si rendano conto delle responsabilità incombenti. L’indifferenza è il sentimento più pericoloso e più dimostrativo del periodo di decadenza che stiamo attraversando. I valori si sono impoveriti, l’indifferenza è il male maggiore. Un popolo indifferente torna indietro nel tempo, si preoccupa solo dell’individuo e assai meno della comunità. Non è più popolo e tantomeno sovrano. ________________________________________________________________________________________ Sintomi del genere si sono prodotti spesso, con la conseguenza di far cadere la democrazia, la libertà e la giustizia e di trasformarle in anarchia, in dittatura e in tirannide. ________________________________________________________________________________________ Certo, questi incombenti pericoli debbono essere combattuti, con il fine di tutelare l’interesse generale che coincide con quello dei popoli. Ma una delle maggiori finalità dell’interesse generale riguarda la tecnologia e l’aspetto importante di questo tema (e problema) è che essa sia nelle nostre mani e non nelle sue. Il problema culminante è questo. Non abbassiamo la guardia. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 05 del 28 gennaio 2018
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§1 - La partita obbligatoria della sinistra (di Ezio Mauro) §2 - Gli orti impauriti della sinistra (di Ezio Mauro) §3 - L'Amaca [Crocchette o dignità?] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 21 gennaio 2018


Anno XI N° 04 del 21 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 21 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ Le scissioni hanno anche questa lunga coda buia di odio, che acceca come la luce. Ma così, rischia di esserci una scissione finale, quella dal cosiddetto popolo di sinistra. Che a differenza del ceto politico sa che si può marciare divisi e colpire uniti: almeno qualche volta. Perché ha ben chiaro chi è il nemico. ________________________________________________________________________________________ Ezio Mauro ________________________________________________________________________________________ §1 - La partita obbligatoria della sinistra ________________________________________________________________________________________ (di Ezio Mauro Repubblica.it 10 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ C’è una semplice domanda, prima di precipitare dentro il vortice della campagna elettorale: chi è il nemico? Altro che il giochetto di società nato su una scelta irrealistica tra Di Maio e Berlusconi: no, c’è una scelta concreta e decisiva, da fare per di più qui e ora. Le due sinistre devono rassegnarsi a perdere la Lombardia (e il Lazio), marciando divise, oppure possono provare a vincere, convergendo su un unico candidato da sostenere contro la destra? ________________________________________________________________________________________ Proprio la destra dovrebbe essere il logico, naturale avversario di qualunque sinistra, comunque si chiami e per qualunque ragione sia nata, cent’anni fa o l’altro ieri. La destra di oggi in particolare, con Trump che mette addirittura in crisi il pensiero liberale curvando l’orizzonte dell’Occidente. La destra italiana ancor più, con il lepenismo fuori stagione di Salvini, il sovranismo nostalgico di Meloni, il moderatismo dei giorni dispari di Berlusconi, che per vent’anni ha radicalizzato come mai prima il concetto di destra post-fascista italiana, e adesso sembra Cavour stravolto da Crozza. ________________________________________________________________________________________ Si dà il caso — naturalmente senza alcun merito della sinistra — che l’opzione vittoriosa della destra sulle prossime elezioni s’incrini proprio nello scrigno leggendario del forzaleghismo, cioè nel cuore dell’alleanza, la Lombardia. Per ragioni sue personali (probabilmente, come ha capito Stefano Folli, per entrare nella riserva di destra della Repubblica in questo turno elettorale inconcludente, e guardare al dopo) il governatore in carica, Roberto Maroni, ha scelto di uscire definitivamente dal Pirellone, e di non candidarsi. ________________________________________________________________________________________ Questa scelta indebolisce la coalizione berluscon-salviniana, perché a poca distanza dal voto la priva di una candidatura naturale, forte anche per il peso che chi governa porta in campagna elettorale. E infatti, sono partiti i giochi interni al centrodestra, le ambizioni, i veti, le candidature- civetta, la riffa dei sondaggi. E ai quattro alleati posticci, uniti soltanto dalla vista del traguardo, è ben chiaro che toccare la Lombardia significa rimettere pesantemente mano a tutto il dòmino delle cariche, delle spartizioni e dei posti. ________________________________________________________________________________________ Tutto questo è talmente evidente che avrebbe già dovuto provocare un incontro tra i leader di “Liberi e uguali” e del Pd, o almeno una telefonata tra Grasso e Renzi. Per dire che la partita resta difficile, ma forse si può provare a scendere in campo — diversi e distanti — per vincerla insieme. In ogni caso, e soprattutto, la partita è obbligatoria. La Lombardia è la regione più importante del Paese in termini di produzione del reddito, è un’area pilota, concentra innovazione, finanza, tecnologia, futuro e soprattutto lavoro, per la politica è una bandiera che da sola vale l’intera campagna elettorale. Battere Berlusconi a Milano, periferia di Arcore? Improbabile, ma vale la pena provarci. Sconfiggere Salvini nelle valli lombarde dov’è nato il mito originario leghista, poi deviato in nazionalismo ideologico? Difficile, ma si può almeno tentare. ________________________________________________________________________________________ Non risulta che i telefoni abbiano suonato. Renzi passa le sue giornate a parlar male della sinistra alla sua sinistra, con una pervicacia che non ha mai impiegato nei confronti di Berlusconi: stiamo ancora aspettando un suo giudizio politico compiuto sul Cavaliere, lo attendiamo da vent’anni. Grasso probabilmente deve fare mille telefonate ai suoi prima di poter chiamare il Pd. È un uomo che ha onorato le istituzioni, ma come leader è la risultante di politiche altrui, e dunque non può avere l’estro, la fantasia e la libertà di chi decide in proprio. Così i telefoni tacciono, i giorni passano, le occasioni sfioriscono nell’eterna maledizione della sinistra: meglio perdere, piuttosto che prevalga il mio compagno, da cui mi divide tutto, e soprattutto il rischio della vittoria. ________________________________________________________________________________________ Le scissioni hanno anche questa lunga coda buia di odio, che acceca come la luce. Ma così, rischia di esserci una scissione finale, quella dal cosiddetto popolo di sinistra. Che a differenza del ceto politico sa che si può marciare divisi e colpire uniti: almeno qualche volta. Perché ha ben chiaro chi è il nemico. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 21 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ La sinistra avrebbe le carte in regola per chiedere fiducia e continuare a governare il Paese guidandolo nella ripresa dopo averlo accompagnato fuori dalla crisi. ________________________________________________________________________________________ Ezio Mauro ________________________________________________________________________________________ §2 - Gli orti impauriti della sinistra ________________________________________________________________________________________ (di Ezio Mauro Repubblica.it 03 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ Il concetto di sinistra rischia di vivere proprio oggi i suoi anni più difficili del dopoguerra italiano. Più ancora dei partiti che dovrebbero impersonarlo, e non sanno come. Più del popolo sparso che vorrebbe conservarlo, e non sa dove. Più dei politici mutanti che oscillano periodicamente tra innovazione e nostalgia, con vocabolari asfittici, valori sbiaditi, ideali intermittenti mentre solo l’odio intestino è perenne. ________________________________________________________________________________________ [...] Senza una cultura riconoscibile, aggiornata al momento che stiamo vivendo, la politica vive di vita artificiale, in serra, e non riesce a collegare le sue azioni una all’altra facendole diventare storia, condannandole invece — anche le più riuscite — alla fiammata solitaria della performance, dopo la quale si spengono ogni volta le luci e resta soltanto la cenere. Con il vuoto della cultura manca l’anima: e senza un’anima, ci si batte soltanto per sopravvivere, dentro l’egemonia culturale altrui. ________________________________________________________________________________________ Dunque la destra esercita un’egemonia culturale? In realtà la destra fa qualcosa di meno, e molto di più: raccoglie e impersona — in presa diretta — l’egemonia culturale dettata dalla crisi, e riesce confusamente ma con profitto a tradurla in politica. La fase apre squarci di inquietudine, di vera paura, di nuova solitudine che la destra trasforma in momenti politici di opportunità, mentre il risentimento dei forgotten men viene convertito in sentimento di destra, quasi “nature”, spontaneo, senza bisogno di traduttori. ________________________________________________________________________________________ [...] Tutto questo mentre la sinistra avrebbe le carte in regola per chiedere fiducia e continuare a governare il Paese guidandolo nella ripresa dopo averlo accompagnato fuori dalla crisi: dichiarando l’obiettivo di rimediare alle esclusioni e alle fratture provocate dal decennio, in una ricomposizione sociale che è la vera garanzia di futuro, e che la destra non sa fare. ________________________________________________________________________________________ Ma per farlo, ci vorrebbe tutto quel che manca, la cultura, la teoria, l’aggiornamento del concetto di sinistra, una nuova rappresentanza di un popolo che esiste nonostante tutto, disorientato e disperso. E questo è l’ultimo problema, che davanti alle elezioni diventa il primo. Incapace di governare, tuttavia Berlusconi in ogni campagna sa creare un “ campo”. Al contrario la sinistra, che sa governare, aveva un campo vasto e lo ha ridotto a una serie di orti: presidiati non per paura del lupo, ma del vicino. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 21 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ Con gli aggiornamenti del caso: se la plebe del dopoguerra invocava il paio di scarpe e il pacco di pasta dal comandante Lauro, la post-plebe moderna si aspetta le crocchette per il barboncino [sarà vero?]. Buon segno: non abbiamo più fame. Per la dignità, aspettiamo il prossimo secolo. ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §3 - L'Amaca [Crocchette o dignità?] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 21 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ È buona regola prendere per i fondelli il politico demagogo e ballista (l’inimitabile classico resta Berlusconi: sta alla bufala elettorale come Eric Clapton all’assolo con la Fender) che promette sconti e detassazioni per centinaia di miliardi — non suoi — e ora anche la mutua per i cani e la pensione di anzianità per gli animali da circo. Però non si parla abbastanza di quella parte non piccola dell’elettorato che è disposta a orientare il proprio voto sulla base di un conto così spicciolo. ________________________________________________________________________________________ Va bene, non tutti sono pensatori, filosofi o sognatori, non tutti disposti a guardare alla politica come scienza generale che prescinde dal proprio borsellino. Non tutti, per giunta, sono autonomi economicamente quanto basta per sentirsi davvero liberi. Ma anche nei poveri e nei soli permane, in genere, il lume della dignità: quanto basta per non applaudire con entusiasmo ogni annuncio di mancia che piove dal pulpito di un comiziante. E anzi, considerare fastidioso che ci si rivolga ai cittadini come a una folla di questuanti. ________________________________________________________________________________________ Pare invece che ad ogni tintinnio di moneta corrisponda un tangibile incremento elettorale. Con gli aggiornamenti del caso: se la plebe del dopoguerra invocava il paio di scarpe e il pacco di pasta dal comandante Lauro, la post-plebe moderna si aspetta le crocchette per il barboncino. Buon segno: non abbiamo più fame. Per la dignità, aspettiamo il prossimo secolo. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 04 del 21 gennaio 2018
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§1 - Merkel, Macron e quell’Europa che ancora guarda lontano (di Eugenio Scalfari) §2 - L'Amaca [Se sporchi i muri pulisci aiuole e strade] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 14 gennaio 2018


Anno XI N° 03 del 14 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 14 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ Nell'Europa unita l’Italia c’è, eccome. Ci siamo dalla nascita della Comunità del carbone e dell’acciaio e dal Trattato di Roma. Ci siamo con Giuliano Amato dalla costituzione federale dell’Europa. Ci siamo con Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi dall’adesione tra i primi sei fondatori dell’Euro. Ci siamo stati nel Manifesto firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941. E infine presenti con “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli, antifascisti ed europeisti, morti in Francia nel 1937. ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - Merkel, Macron e quell’Europa che ancora guarda lontano ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 14 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ Il caso tedesco non è ancora risolto: Schulz ha davanti a sé un percorso alquanto accidentato per ottenere l’accordo dell’intero partito socialdemocratico: deve avere l’approvazione di tutti i deputati dell’Spd e superare anche un referendum tra gli iscritti. Ma se queste due tappe non fossero positive, la Spd avrebbe un futuro assai tormentato; la vittoria finale di Schulz è probabile, anche se ci vorrà ancora del tempo per l’accordo definitivo e la ratifica della Grande Coalizione. ________________________________________________________________________________________ Il punto più interessante della situazione politica è tuttavia un altro: dato per scontato il patto con la Spd, Merkel ha avuto un incontro del massimo interesse con Macron sul rientro della Germania nella struttura europea e sul duumvirato con la Francia. ________________________________________________________________________________________ Da diversi mesi Merkel era stata interamente assorbita dai problemi pre e post elettorali, sicché non aveva potuto occuparsi delle questioni europee. Questa sua assenza è cominciata ancora prima della competizione nazionale perché iniziò con elezioni andate piuttosto male in alcune Regioni della Germania. Ora però, avendo raggiunto un accordo di massima con Schulz, che andrà confermato probabilmente entro una ventina di giorni, l’interesse della cancelliera (che tuttavia non ha ancora ottenuto l’insediamento in questa carica) è tornato di nuovo verso l’Europa. C’è stato appunto un incontro con Macron, che ha sempre seguito con interesse quello che stava accadendo a Berlino. ________________________________________________________________________________________ Ma nel frattempo Macron aveva assunto pieni poteri (chiamiamoli così anche se non è un termine esattamente conforme) in Europa. Del resto già da tempo la Francia ha conquistato in Europa un peso politico maggiore della Germania. Questa situazione deriva da alcune circostanze di fondo: i poteri di Macron sono molto simili a quelli del presidente degli Stati Uniti. Negli Usa il governo è presidenziale, ma ci sono un Congresso e un Senato che hanno forti diritti di controllo e anche possibilità di veto sulle leggi o sulle nomine di alti dignitari dello Stato da parte del presidente. In Francia i poteri di Macron equivalgono quasi interamente a quelli del presidente americano, ma con una differenza: il controllo del Parlamento sulle attività di governo è molto più tenue di quello del Congresso di Washington. ________________________________________________________________________________________ Per queste ragioni Macron è diventato il perno dell’Unione europea e probabilmente lo resterà anche quando Merkel riassumerà la carica di cancelliera. Nel frattempo Macron sta parlando con tutti gli interlocutori, i capi di governo delle nazioni principali, e con essi concorda politiche soprattutto mediterranee alle quali la storia di Francia è da tempo interessata: lì erano le sue colonie molto vaste e quasi tutte collocate sulla costa del Maghreb. L’Italia fa parte dei Paesi coinvolti nelle trattative: la Libia fu dal 1911 una colonia italiana e tale rimase fino alla caduta del fascismo. Successivamente la nostra politica è ridiventata amichevole nei confronti della Libia di Gheddafi. Dopo la fine del regime, quel Paese è entrato e ancora sta in una situazione totalmente disgregata. ________________________________________________________________________________________ A Tripoli c’è un governo, ma ci sono opposizioni a volte anche violente; a Bengasi c’è un generale che governa in buona parte con le armi e con netta rivalità verso il governo tripolino; a Tobruk c’è un Parlamento che non viene riconosciuto da tutte le regioni libiche. Lo stato di confusione è fortemente aumentato per il semplice fatto che la maggior parte degli immigrati verso l’Italia provengono proprio da quelle regioni. Inutile diffonderci qui a lungo sull’andamento dell’immigrazione. Sappiamo soltanto che quel tema è molto abilmente vissuto e gestito dal nostro ministro dell’Interno Marco Minniti. Sulla sua attività in Libia, ma pure su tutta la costa mediterranea dal Marocco fino all’Egitto, con la Libia come asse centrale di questa politica sulle migrazioni, Minniti ha ormai raggiunto accordi positivi che sono in corso di attuazione. ________________________________________________________________________________________ Questo problema interessa direttamente anche la Francia e si accompagna, e in qualche modo si integra, con la politica di Macron in Europa. Da questo punto di vista anche per lui il tema libico è di grande interesse. Ne ha parlato a lungo con Renzi, che andò a Parigi per incontrarlo, e poi ha continuato il discorso in varie occasioni con Gentiloni. Ma proprio la scorsa settimana Macron è venuto a Roma ospite del premier con il quale ha discusso a fondo la questione libica e la strategia che Gentiloni e Minniti stanno gestendo nel modo migliore. Ora la Francia si è in questo caso unita a noi e ha deciso di gestire insieme all’Italia una politica che potremmo chiamare mediterranea. ________________________________________________________________________________________ Torniamo all’Europa. Si direbbe che la politica europea sia in questa fase di centrosinistra. Cito a questo proposito quanto ha scritto sul giornale di ieri la nostra corrispondente da Berlino Tonia Mastrobuoni: «Diceva Willy Brandt che non ha senso conquistare una maggioranza per i socialdemocratici se il prezzo è rinunciare a essere socialdemocratici. È il complesso che affligge la Spd da una dozzina di anni, da quando l’ambiziosa riforma sociale voluta da Gerhard Schroeder e considerata da molti troppo liberista». ________________________________________________________________________________________ Quest’ultimo giudizio mi sembra fondamentalmente sbagliato: Schroeder non fu mai liberista, ma liberalsocialista, che è cosa del tutto diversa. Un’altra citazione concernente lo stesso problema merita di essere fatta: è anch’essa di ieri e l’autore è la nostra firma da Bruxelles Andrea Bonanni: «I padri dell’Olimpo fondatori dell’Europa sono Kohl e Mitterrand, Schuman e Adenauer. In fondo cosa potremmo volere di più?» ________________________________________________________________________________________ Il ricordo di quando accadde nel momento della fondazione di un’Europa unita è molto significativo e postula una leadership franco-tedesca. Ma l’Italia dov’è? Non c’è? L’Italia c’è, eccome. Ci siamo dalla nascita della Comunità del carbone e dell’acciaio e dal Trattato di Roma che ratificò l’esistenza della Cee. Ci siamo dalla costituzione federale dell’Europa, discussa e approvata da un’assemblea costituente guidata da Giscard d’Estaing e Giuliano Amato. Ci siamo dall’adesione tra i primi sei fondatori dell’Euro, il cui trattato fu firmato da Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi. E infine dobbiamo ricordarci del Manifesto firmato da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941, quando erano tutti e tre al confino nell’isola di Ventotene. E infine ci siamo ancora con i fratelli Rosselli, antifascisti ed europeisti, morti in Francia nel 1937, che avevano adottato lo slogan “Giustizia e Libertà”. ________________________________________________________________________________________ Questa è la presenza dell’Italia nella fondazione dell’Europa unita. Non altrettanto può dirsi della Francia di de Gaulle e di Mendès-France che rifiutarono la presenza militare di un esercito europeo e che anni più tardi bloccò la costituzione europea, soprattutto per effetto del referendum in cui la maggioranza dei francesi votò contro quel trattato. Per rispetto di chi l’aveva approvato lo trasformarono, salvandone alcuni principi più teorici che applicabili concretamente, e lo chiamarono, per dargli almeno un’importanza verbale, Trattato di Lisbona. Quanto alla Germania, essa ha praticato un’apertura economica ma anche politica nei confronti della Russia e dei Paesi dell’Est, tutti già guidati dal comunismo sovietico. Questa politica è venuta completamente meno solo con Merkel e con lei la Germania è diventata completamente europea. ________________________________________________________________________________________ Parliamo d’altro: questioni di politica italiana, anzi di elezioni amministrative in due Regioni: nel Lazio e in Lombardia. Roba da poco, anzi da pochissimo e tuttavia di significato che merita una domanda: che cosa è diventata la sinistra italiana, soprattutto nel Nord del nostro Paese? ________________________________________________________________________________________ Personalmente questa domanda l’ho posta più volte e mi sono azzardato a dire che la sinistra — antica o moderna che sia — non c’è più. Ci sono, naturalmente, alcune personalità che hanno costruito una sinistra moderna. Che fosse nuova probabilmente era vero, ma non permanente, bensì effimera. Tutto è soggetto nella vita al cambiamento, ma quanto dura la continuità? Occorre distinguere tra l’individuo e la collettività: tutto è effimero, ma i tempi di durata variano tra l’individuale e il collettivo. Secondo Eraclito l’effimero dura un attimo. Lui lo chiama il divenire. ________________________________________________________________________________________ Il divenire politico non dura un attimo, può durare alcuni anni. Forse un anno, forse una generazione, cioè 25 anni. Nelle Regioni e ancor più nei Comuni dura anche meno. Nel Lazio vincerà probabilmente Zingaretti, anche se l’alleanza tra lui e la sinistra di Pietro Grasso non si dovesse fare, come invece sembra possibile. Questa è dunque la situazione. A Milano lo scenario invece è diverso: la città e l’intera Lombardia sono sensibili soprattutto all’economia, agli affari, al capitalismo. Quelli cambiano in due diversi modi: concretamente cambiano con velocità perché sono largamente influenzati dalla tecnologia. Ideologicamente, viceversa, il cambiamento è assai più lento: la Lombardia e il suo capoluogo sono di valori moderati e addirittura in molti casi conservatori. A Milano e in Lombardia l’ipotesi che le prossime elezioni possano essere vinte da una sinistra di nuovo unita per l’occasione non esiste. Le forze dominanti sono la destra di Salvini e quella di Berlusconi. Anche se spesso litigano tra loro. ________________________________________________________________________________________ Il Pd lombardo si affida al sindaco di Bergamo Giorgio Gori. È naturale, Gori è il più dinamico e ha vissuto esperienze diverse: la politica, la gestione di capitali, l’attività imprenditoriale, situazioni moderate oppure l’opposto. Gori può anche sperare di vincere queste elezioni, ma è una speranza quasi impossibile. Ecco perché Renzi non lo abbandona: perché lui può raggruppare parecchi voti, non per la vittoria nelle regionali ma per le elezioni politiche. Abbandonarlo sarebbe un errore, ma questo Renzi non lo farà. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 14 gennaio 2018 ________________________________________________________________________________________ Il brutto è brutto per sua oggettiva forza, e non esiste soggettività (eufemismo per: narcisismo) in grado di trasformare un cesso di disegnino o di tag o di "ehi, ci sono anch'io!" in qualcosa di interessante anche per gli altri. ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §2 - L'Amaca [Se sporchi i muri pulisci aiuole e strade] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 10 gennaio 2018) ________________________________________________________________________________________ Come non unirsi all'appello di artisti e intellettuali contrari al carcere (pena spropositata) per i graffitari o writers che dir si voglia? E d'altra parte: come aiutare i graffitari meno dotati - diciamolo: una robusta maggioranza - ad astenersi, conservando i muri cittadini in quello stato di anonimo grigiore a noi tanto caro? ________________________________________________________________________________________ Ci vorrebbero, nel caso si riesca a risalire dallo sgorbio al suo autore, pene alternative, anzi neanche pene, semmai incentivi alla gratificazione sociale, tipo accompagnare i vecchi a fare la spesa, cura del verde, pulizia dei marciapiedi. Cose bellissime. Quanto basta per ragionare sul fatto che l'arte NON è un diritto, ma un dono, un'eccezione, una fatica, un lavoro, una botta di culo, insomma tutto tranne che un diritto. Nonché sul fatto che il paesaggio è un bene pubblico, e dunque tatuarlo a propria immagine è un tipico caso di privatizzazione. ________________________________________________________________________________________ L'idea della galera è torva e disperata, come quasi tutte le intenzioni repressive. Però qualcuno che faccia notare con partecipazione umana, perfino con delicatezza, che il brutto è brutto per sua oggettiva forza, e non esiste soggettività (eufemismo per: narcisismo) in grado di trasformare un cesso di disegnino o di tag o di "ehi, ci sono anch'io!" in qualcosa di interessante anche per gli altri, beh questo qualcuno ci vorrebbe. Il problema è che nessuno riconosce a nessuno l'autorevolezza di dirgli: guarda, per il tuo bene, è meglio che la smetti. Vale per gli uomini di potere (un caso per tutti, il senatore Razzi), figurarsi per un ventenne incazzato. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 02 del 14 gennaio 2018
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§1 - Emma e il Pd nel ricordo di Giustizia e Libertà (di Eugenio Scalfari) §2 - L'Amaca [Il popolo buono] (di Michele Serra) §3 - L'Amaca [Un Passo indietro] (di Michele Serra) §4 - L'Amaca [Una bella sorpresa] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 7 gennaio 2018


Anno XI N° 02 del 07 gennaio 2018 ______________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ______________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ______________________________________________________________________________________ La striscia del 07 gennaio 2018 ______________________________________________________________________________________ Emma Bonino. Il suo radicalismo somiglia abbastanza al Partito democratico e allo slogan che abbiamo già più volte citato di Giustizia e Libertà che il centrosinistra ebbe fin dall’inizio con l’Ulivo di Romano Prodi e poi con l’attuale Pd fondato dieci anni fa da Walter Veltroni. ______________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ______________________________________________________________________________________ §1 - Emma e il Pd nel ricordo di Giustizia e Libertà ______________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 30 dicembre 2017) ______________________________________________________________________________________ Marx si rivolgeva alla classe operaia del mondo industrializzato e dove la classe operaia era presente; i Rosselli si rivolgevano all’Occidente democratico e in particolare all’Italia antifascista e alle altre nazioni dove i fascisti prima e i nazisti dopo erano al potere dittatoriale e, insieme a loro, la Spagna di Franco. ______________________________________________________________________________________ Giustizia e Libertà si aggancia al Risorgimento italiano, a Mazzini e a Garibaldi ma anche a Cavour. E quindi all’Europa intera, all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese del 1789 che aveva storicamente abolito il potere assoluto. La testimonianza che sono oggi chiamato a dare non riguarda ovviamente questi fatti contenuti dalla storia, ma un evento estremamente più piccolo che attiene alla storia del radicalismo italiano, oggi rappresentato dalla Bonino. Il suo Partito radicale, fondato da Pannella, fu preceduto dal Partito radicale che vide la luce nel gennaio del 1956 dalla sinistra liberale e dal gruppo giornalistico del Mondo e dell’Espresso, fondati rispettivamente da Mario Pannunzio il primo e da Arrigo Benedetti e da me il secondo. Così nacque il Partito radicale che ebbe al vertice una segreteria formata da tre persone: Arrigo Olivetti, Leopoldo Piccardi, Francesco Libonati. E un vicesegretario che ero io. ______________________________________________________________________________________ Quel partito si sciolse nel 1963 e Pannella ne fu l’erede, ma mentre il nostro era un partito democratico-radicale, quello di Pannella fu libertario. Sembra che sia la stessa cosa ma non è così. In un caso coincisero, quando mobilitammo insieme, Pannella il suo partito ed io l’Espresso che dirigevo, la battaglia fu per il divorzio e la vincemmo con il referendum che avevamo ottenuto. Ma per il resto la nostra linea fu sempre quella di Giustizia e Libertà che dette luogo alla formazione di partigiani che usavano quello slogan e al Partito d’Azione che ne fu l’erede. ______________________________________________________________________________________ Purtroppo, mentre durante la resistenza le bande partigiane che usavano lo slogan dei fratelli Rosselli come loro denominazione furono estremamente combattive e numerose, il Partito d’Azione ebbe un numero molto ristretto di parlamentari che ben presto si sciolsero passando alcuni nel Partito repubblicano, altri in quello socialista ed altri ancora nel Pci di Palmiro Togliatti. ______________________________________________________________________________________ Ezio Mauro quando dopo di me diventò direttore di Repubblica definì il motto di Giustizia e Libertà come una sorta di Dna e cioè la linea da cui tutti i nostri giornali a cominciare da Repubblica erano accomunati in modo organico. Quella è stata la nostra linea all’Espresso, a Repubblica, al gruppo di giornali locali che facevano parte della stessa azienda. Lo è tuttora con il nostro direttore Mario Calabresi che è con noi da circa due anni ed è consapevole del Dna che ci accomuna. La Malfa e Oronzo Reale dal Partito d’Azione passarono alla guida del Partito repubblicano che era il più vicino al Partito d’Azione ormai inesistente; altri, a cominciare da De Martino, entrarono nel Partito socialista ed altri ancora in quello comunista guidato allora da Palmiro Togliatti. ______________________________________________________________________________________ Dopo sette anni di direzione il collega e mio carissimo amico Arrigo Benedetti decise di smetterla con il giornalismo e tornò a scrivere romanzi come aveva fatto nella sua prima giovinezza, per poi abbandonarli da quando nel 1947 aveva fondato l’Europeo. Il giornalismo lo assorbì fino al 1962, ma a quel punto si era stancato di quella attività e voleva tornare al romanzo poiché ne sentiva l’ispirazione. Lasciò a me la direzione e scrisse due bellissimi romanzi. Naturalmente aveva mantenuto la sua rubrica direzionale nell’Espresso dove toccava i temi da lui prescelti con assoluta libertà. ______________________________________________________________________________________ Quasi sempre erano questioni di politica interna, ma qualche volta anche di politica estera, specialmente quando lo Stato d’Israele attaccò il regime egiziano dove il movimento degli ufficiali, guidato prima da Neguib e poi da Nasser, aveva scacciato Re Farouk. Erano tendenzialmente comunisti e amici dei palestinesi che vivevano in particolare a Gaza, che apparteneva allo Stato d’Israele ma di fatto era in mano al ribellismo palestinese. I nuovi capi egiziani stimolavano i palestinesi di Gaza a rivendicare la propria indipendenza e si formò un movimento vero e proprio di palestinesi ribelli. Israele decise il contrattacco e si scatenò quella che fu definita la guerra dei Sei giorni, durante la quale l’esercito di Israele, molto efficiente e bene armato, sconfisse i leader egiziani ed entrò addirittura in una parte che fino a quel momento era stata dell’Egitto e che fu annessa a Israele. ______________________________________________________________________________________ Arrigo Benedetti in quell’occasione sostenne a fondo lo Stato d’Israele e la sua politica che aveva contemporaneamente dimostrato altrettanta aggressività nei confronti dei palestinesi che appoggiati dalla Giordania erano dilagati sulle sponde del Giordano e di lì minacciavano Israele. La guerra dei Sei giorni era già da tempo terminata, ma ne iniziò un’altra che aveva come avversari direttamente i palestinesi che si erano insediati lungo le rive di quel fiume e avevano fondato quella che allora fu chiamata Cisgiordania. Naturalmente la Cisgiordania fu occupata da Israele che cominciò a costruire insediamenti ebraici ricacciando i palestinesi fuori da quel territorio. ______________________________________________________________________________________ Arrigo Benedetti appoggiò nella sua rubrica dell’Espresso questa politica estera e militare dello Stato ebraico e su questo tema rompemmo. La politica del nostro settimanale cambiò rispetto a quello guidato da Arrigo e anche alla sua rubrica da noi conservata. Saltò tutto questo e noi ci schierammo nella parte opposta a quella che Benedetti aveva fino ad allora sostenuto. ______________________________________________________________________________________ Questa è la storia del radicalismo italiano che cominciò con il partito da noi fondato e continuò con quello attuale. Ma Emma Bonino, che pure ha lavorato a lungo in tandem con Pannella, oggi guida un partito che ha ben poco di pannelliano. Lei è stata ministro del Commercio internazionale e delle politiche europee nel governo Prodi II e un ottimo ministro degli Esteri con il governo di Enrico Letta e ha acquisito un senso dello Stato che i suoi predecessori pannelliani non avevano mai avuto. Il suo radicalismo somiglia abbastanza al Partito democratico e allo slogan che abbiamo già più volte citato di Giustizia e Libertà che il centrosinistra ebbe fin dall’inizio con l’Ulivo di Romano Prodi e poi con l’attuale Pd fondato dieci anni fa da Walter Veltroni. ______________________________________________________________________________________ Se a questo punto entrasse nel partito, oltre alla Bonino, anche Giuliano Pisapia, le sue caratteristiche diventerebbero quelle di un partito non più chiuso e guidato da chi vuole comandare da solo, bensì aperto con un Renzi segretario e una classe dirigente che deve esser composta da nomi che fanno parte della democrazia italiana come Romano Prodi, Walter Veltroni, il ministro Marco Minniti, l’altro ministro Andrea Orlando, e altri che si sono battuti e sono anch’essi marcati dallo slogan dei fratelli Rosselli nonché dal Manifesto di Ventotene, scritto quando erano al confino in quell’isola Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni. ______________________________________________________________________________________ Un partito del genere è alquanto diverso da quello che Renzi cominciò a guidare come presidente del Consiglio e di cui oggi è segretario. La sensazione è che Renzi si sia reso conto che un partito aperto ad alleanze che lo completano e lo modernizzano possa avere effetti benefici su numerosi gruppi di militanti o simpatizzanti per il Pd che se ne sono allontanati per delusione d’un partito guidato da una sola persona e dal suo “giglio magico”. Questi delusi sono molti, alcuni di loro sono andati a far parte del Movimento 5 Stelle e altri hanno ingrossato la falange degli astenuti. Un partito aperto ad apporti qualificati come quelli che abbiamo già enumerato può indurre i delusi a rientrare. Questo è l’obiettivo che a quanto pare Renzi sta coltivando. Ma se lo vuole coltivare con effetti reali deve render permanente una classe dirigente della qualità che abbiamo già indicato. E dovrebbe anche porre fine alla improvvida guerra nei confronti della Banca d’Italia. ______________________________________________________________________________________ Se Renzi si muoverà realmente verso questa strategia non è affatto escluso che non sia il terzo, ma addirittura il primo sopra i 5 Stelle e sopra Forza Italia. Quest’ultima tuttavia sarà sempre la prima in quanto alleata di Salvini e della Meloni, ma quella è un’alleanza assai singolare: l’europeista Berlusconi e l’antieuropeista Salvini hanno costruito un’alleanza che è più di cartone che di cemento armato. Uno è europeista, l’altro antieuropeista; uno vuole diventare leader di tutti e l’altro vuole altrettanto e perfino la Meloni col suo 5 per cento vorrebbe un ruolo d’importanza nazionale. ______________________________________________________________________________________ La verità è che il problema della governabilità non è ancora risolto e non lo sarà dopo le elezioni del 4 marzo. Se nessun partito raggiunge con le sue alleanze la maggioranza, ma ne resta ben distante (le valutazioni del centrodestra sono date dai sondaggi odierni che lo portano fino al 35) la soluzione sarà soltanto una: il presidente Mattarella manterrà al governo Paolo Gentiloni almeno per quattro mesi, forse per sei e forse addirittura per un anno. Sarà probabilmente qualificato come governo di ordinaria amministrazione, il che significa per fortuna ben poco poiché quella definizione non precisa il contenuto dell’amministrazione ordinaria: tutto è ordinaria amministrazione nei governi democratici i quali hanno l’obbligo d’intervenire tutte le volte che l’ordinaria amministrazione richiede interventi di contenuto della massima importanza. ______________________________________________________________________________________ Questo è il futuro. Nel frattempo la legge elettorale dovrà esser cambiata e secondo me l’ideale sarebbe quello della legge De Gasperi che fu chiamata legge truffa mentre non lo era affatto. Gentiloni, l’ho già detto varie volte ma mi fa piacere ripeterlo, ha un governo di prim’ordine e di prim’ordine sono soprattutto lui e i suoi ministri che abbiamo già indicato. Un partito aperto e un governo efficiente possono porre le premesse di nuove elezioni quando Gentiloni avrà esaurito il suo compito e queste nuove elezioni con una legge opportunamente modificata potrebbero farci uscire dall’ingovernabilità. ______________________________________________________________________________________ C’è ancora un punto da ricordare: la necessità di aumentare le entrate economiche e di diminuire le diseguaglianze. Ripeto ancora una volta che la soluzione di questo problema sta nella notevole diminuzione del cuneo fiscale. Non riesco a capire perché una soluzione di evidente urgenza, necessità e qualità non venga immediatamente adottata. Basterebbe consultare Mario Draghi in proposito e la risposta sarebbe molto chiara. Buona Befana a tutti. ______________________________________________________________________________________ La striscia del 07 gennaio 2018 ______________________________________________________________________________________ La coalizione che rischia di vincere le prossime elezioni ha come soci di maggioranza un partito fondato da un condannato per faccende di mafia (Dell'Utri) e guidato da un pregiudicato a vario titolo (Berlusconi) e un altro inventato da un signore che, con la politica, ci manteneva la famiglia. ______________________________________________________________________________________ Michele Serra ______________________________________________________________________________________ §2 - L'Amaca [Il popolo buono] ______________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 06 gennaio 2018) ______________________________________________________________________________________ Il rispetto che si deve all'età di Umberto Bossi, alla sua malattia e al suo declino, non può impedire di sottolineare la gravità delle sue colpe (vedi le motivazioni della sentenza per appropriazione indebita). Il leader politico che per primo - con quei toni e quei modi - inaugurò la stagione dell'odio per lo Stato, per la politica romana, per i partiti mangioni, è stato condannato per avere mantenuto se stesso e la sua famiglia con soldi pubblici, piccole e grandi spese a carico dei cittadini. Come il moralista colto a fornicare, l'artefice del repulisti sorpreso a sporcare. ______________________________________________________________________________________ In termini etici e financo logici, è uno scandalo molto grave che colpisce alle radici l'epopea leghista del "popolo buono", che sovverte la casta cattiva, salvo approfittare alla prima occasione, una volta occupato il palazzo, dei suoi comfort legali e illegali. Ma non risulta che questo scandalo, così smaccato, e di così facile interpretazione, sia oggetto di sofferenza e di discussione nel disinvolto, leggero mondo della destra italiana, leghista e no. ______________________________________________________________________________________ A sinistra ci si bastona la coscienza per molto di meno, con lacerazioni e polemiche, pianti e maledizioni. Non so dire se sia solo esecrabile, oppure anche invidiabile, la lieta indifferenza con la quale si tratta, a destra, quella faticosa materia che è l'etica pubblica. La coalizione che rischia di vincere le prossime elezioni ha come soci di maggioranza un partito fondato da un condannato per faccende di mafia (Dell'Utri) e guidato da un pregiudicato a vario titolo (Berlusconi) e un altro inventato da un signore che, con la politica, ci manteneva la famiglia. ______________________________________________________________________________________ Non sembra essere, questo, un impiccio per i nostri concittadini che li voteranno senza neanche la fatica - a noi ben nota - di turarsi il naso. ______________________________________________________________________________________ La striscia del 07 gennaio 2018 ______________________________________________________________________________________ Sentire attorno a noi anche silenzio aiuta a restituire peso alle parole. Chiudere la bocca, aprire le orecchie, ecco il passo indietro che ci aiuterebbe tutti quanti. ______________________________________________________________________________________ Michele Serra ______________________________________________________________________________________ §3 - L'Amaca [Un Passo indietro] ______________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 02 gennaio 2018) ______________________________________________________________________________________ Tra i buoni propositi per il nuovo anno ce n'è uno vecchio, eppure sempre disatteso. Lo chiamerei "passo indietro", e per definirlo meglio incrocio due delle letture di fine anno che mi hanno più colpito. Una è l'elogio della continenza fatto da Marco Belpoliti: nel quale continenza - parola desueta - è alla fin fine sinonimo di pudore. Antidoto al narcisismo, argine al dilagare dell'ego. L'altra è la bellissima intervista di Antonio Gnoli a Francesco Guccini, dove il grande vecchio di Pavana dichiara di non scrivere più canzoni perché "non ha più niente da dire". Esempio quasi inimitabile di continenza per via naturale, di rispetto profondo (Guccini è un contadino) per i cicli del tempo. ______________________________________________________________________________________ Uno che scrive tutti i giorni - eccomi - non è il meglio indicato per predicare continenza e passi indietro. Eppure, mano a mano che salgono tono e volume del dibattito pubblico, viene spontaneo guardarsi attorno alla ricerca di voci meno aggressive - che non significa inconsistenti, e anzi. Si cerca autorevolezza nello sguardo sereno dei pochi che possono permetterselo, nelle poche parole dei pochi che le rispettano. ______________________________________________________________________________________ Il silenzio di Guccini, per paradosso, ha un'eloquenza emozionante, tacere per appagamento, perché è esaurito il bisogno di dire, o perché nuovi pensieri (più interni) occupano la scena. Sentire attorno a noi anche silenzio aiuta a restituire peso alle parole. Chiudere la bocca, aprire le orecchie, ecco il passo indietro che ci aiuterebbe tutti quanti. ______________________________________________________________________________________ La striscia del 07 gennaio 2018 ______________________________________________________________________________________ Ecco, è questo l’aspetto più sorprendente, quello al quale non siamo più abituati: la politica è una macchina ancora in grado di produrre idee. Anche idee piccole, come una piccola lista che mette insieme persone di tradizione molto difforme. ______________________________________________________________________________________ Michele Serra ______________________________________________________________________________________ §4 - L'Amaca [Una bella sorpresa] ______________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 05 gennaio 2018) ______________________________________________________________________________________ Il bel gesto di Bruno Tabacci, oltre a rinverdire il mini-culto della personalità a lui ispirato dai tempi della campagna elettorale milanese pro Pisapia (conoscete il gruppo Facebook “Marxisti per Tabacci?”), dice qualcosa di utile e di soccorrevole sulla povera politica italiana. ______________________________________________________________________________________ Mettendo a disposizione di Emma Bonino il suo simbolo le evita l’umiliazione di dover raccogliere in fretta e furia — lei sola! — le firme per presentarsi alle elezioni, così come imporrebbe un cavillo della nuova (cavillosa) legge elettorale. Scombina un poco le carte, proponendo una inedita convivenza tra cattolici e radicali, si spera digeribile dagli uni e dagli altri nel nome di una buona causa, che è quella di una lista europeista. Poi, ancora, fa sembrare la politica un poco più generosa e un poco meno malfidente, non il puro calcolo o la sola furbizia tattica, non la chiusura e l’ostilità come movente principale, ma anche la sortita speranzosa, l’azzardo avventuroso, e addirittura: fidarsi di qualcuno. ______________________________________________________________________________________ Ma infine, e soprattutto: Tabacci ha avuto un’idea. Ha visto un problema, ha pensato a come risolverlo, lo ha fatto. ______________________________________________________________________________________ Ecco, è questo l’aspetto più sorprendente, quello al quale non siamo più abituati: la politica è una macchina ancora in grado di produrre idee. Anche idee piccole, come una piccola lista che mette insieme persone di tradizione molto difforme. ______________________________________________________________________________________ Comunque un’idea, qualcosa che faccia leggere un titolo di giornale con un moto di sorpresa, non con pigra, rassegnata indifferenza. ______________________________________________________________________________________ Anno XI N° 02 del 07 gennaio 2018
continua
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