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PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE
§1 - La sfida ai poteri del presidente e il ruolo della sinistra (di Eugenio Scalfari) §2 - Conte premier, la finzione del nuovo (di Mario Calabresi) §3 - Governo, i giorni dell’arroganza (di Claudio Tito)
post pubblicato in diario, il 27 maggio 2018


Anno XI N° 22 del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Il capo dello Stato sa benissimo quali sono le sue prerogative. L’esempio più chiaro fu quello di molti anni fa, quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - La sfida ai poteri del presidente e il ruolo della sinistra ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 27 maggio 2018) Il presidente Sergio Mattarella qualche giorno fa accettò la proposta fattagli dai capi della coalizione maggioritaria in Parlamento, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di incaricare un certo Giuseppe Conte di studiare i punti essenziali della nostra struttura politica, preparare un governo composto da persone rappresentative e competenti nelle singole materie per riferire tutto al capo dello Stato. A lui, Mattarella, il compito di esaminare le proposte di Conte, tutte o soltanto alcune, modificarne altre e alla fine dare il via all'incaricato di formare il governo da lui, Conte, presieduto e da Mattarella debitamente accettato. ________________________________________________________________________________________ Il successivo passaggio costituzionale prevede che il nuovo governo, già in carica dopo il giuramento dei singoli ministri, deve presentarsi alle Camere ed ottenerne la fiducia. Se non la ottenesse decadrebbe, restando in carica per l'ordinaria amministrazione, in attesa che un altro governo sia formato con un altro incaricato su proposta della maggioranza o per scelta diretta del presidente della Repubblica. Questo è il quadro in caso di alternanza ma è già stato superato, salvo un punto forse non superabile: la nomina di Paolo Savona a ministro dell'Economia, proposta da Conte ma respinta da Mattarella. Questo rifiuto era probabilmente previsto; comunque è stato immediatamente respinto sia da Di Maio che, soprattutto, da Salvini. ________________________________________________________________________________________ Il leader della Lega ha dichiarato pubblicamente, qualora Mattarella non cambi ed accetti la candidatura di Savona al ministero suddetto, di mettere in crisi la legislatura chiedendo un nuovo e immediato voto dopo quello del 4 marzo. La situazione è a questo punto ed è di estrema pericolosità. Mattarella ovviamente sapeva che il suo "no" a Savona avrebbe determinato questo sconquasso. Allora perché ha accettato il nome di Conte, esecutore "ingenuo" della politica di Salvini e Di Maio? ________________________________________________________________________________________ Il nostro Presidente sa benissimo quali sono i suoi poteri. L'esempio più chiaro fu quello di molti anni fa quando Luigi Einaudi insediò il governo Pella senza neppure avvertire i gruppi parlamentari dei vari partiti. Un esempio che lo stesso Mattarella ha più volte ricordato ed è importante perché ribadisce quanto la Costituzione già prevede e cioè che il presidente della Repubblica è in grado di fare un governo avvertendo il Parlamento successivamente e, qualora il voto fosse contrario, non per questo il Presidente sarebbe costretto ad abolire il governo da lui stesso insediato ma lo conserverebbe con la dizione puramente formale di affidargli soltanto l'ordinaria amministrazione: dizione mai spiegata nei suoi contenuti e che è quella in forza della quale l'attuale governo Gentiloni è ancora in carica in attesa d'esser sostituito da un governo privo di limitazioni. ________________________________________________________________________________________ Limitazioni non definite dalla frase "ordinaria amministrazione" che quindi può protrarre senza limite di tempo un governo di questo genere, salvo che ottenga la sfiducia delle Camere non su un singolo intervento ma sul governo in quanto tale. Questa è poi la ragione che ha indotto Mattarella ad accettare un nuovo interlocutore indicatogli dalla maggioranza attuale, ma non gli ha impedito di dire il suo "no" irrevocabile all'attribuzione del ministero dell'Economia a Paolo Savona. ________________________________________________________________________________________ Questa è la situazione. Vedremo ora se Conte riuscirà a convincere Mattarella a rivedere la sua preclusione per Savona o i suoi sostenitori Di Maio e Salvini a rinunciare all'opposizione contro Mattarella. In realtà, da quanto possiamo dire per conoscenza di situazioni di questo genere, il povero Conte non otterrà né l'una né l'altra cosa. Savona non avrà l'Economia, la maggioranza cercherà un'alternativa o provocherà la fine della legislatura e il nuovo voto elettorale; quanto a Conte se ne tornerà a casa e riprenderà la sua professione di docente di Diritto privato all'Università di Firenze. E questa è la fine della storia, ma non è ancora chiusa. Si faranno veramente nuove elezioni? Salvini ne è convinto, le vuole a tutti i costi e comunque il suo partito dirà no a qualunque alternativa: vuole le urne e fino a che non le ha opporrà il suo veto a qualunque proposta di qualunque tipo. ________________________________________________________________________________________ Probabilmente Di Maio non si allineerà con lui; è probabile che ci sia una divisione tra 5 Stelle e leghisti. Quanto al nuovo presidente del Consiglio, questa volta sarà Mattarella a proporlo, come è costituzionalmente legittimo e più volte è avvenuto nella storia d'Italia dal '47 in poi. Mi viene in mente, visto quello che fin qui abbiamo visto, ciò che scrive Dante mentre sta visitando il Purgatorio: Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello! ________________________________________________________________________________________ Avremo un mutamento delle opinioni di Mattarella su Savona? Potrebbe spostarlo di ministero, ammesso che egli accetti e che serva a qualche cosa. Ma non credo che avverrà perché Salvini comunque non ci starà. Mattarella nominerà qualcuno che sia assai più adatto di Conte a formare un nuovo governo ma a questo punto bisognerebbe attendersi qualche mutamento politico da parte di Di Maio. Non sarebbe la prima volta; del resto i 5 Stelle sono sempre grillini, populisti ma guidati da un capo che è in grado di portarli per mano dovunque gli risulti più utile. Questa volta è meno possibile di altre ma in qualche modo ci proverà e vedremo in quale direzione e in che modo. I nomi adatti per un nuovo governo - sempre che non si vada veramente alle elezioni - sono numerosi ma il presidente Mattarella non ha certo bisogno di consigli in materia né spetta a chi fa il nostro mestiere darne. ________________________________________________________________________________________ A questo proposito vorrei tuttavia citare ciò che dice sull'alleanza Salvini-Di Maio il nostro amico e collaboratore Michele Ainis: "È un'alleanza che è molto simile ad una miscela che si potrebbe fare tra il ritmo e la melodia del jazz e il frastuono del rock. Inutile e inascoltabile". Perfetto. Adesso penso di riposarmi prima di riprendere a scrivere. Metterò un disco con Louis Armstrong che mi terrà compagnia prima di ricominciare il lavoro. ________________________________________________________________________________________ Dico la verità: con quanto sta accadendo nella politica italiana di questi giorni mi è venuta voglia di rileggere i romanzi di Philip Roth. I grandi romanzi ti aiutano a vivere con gioia e quelli di Roth sono tra i più belli. Naturalmente non i soli, da Manzoni a Victor Hugo, a Stendhal, a Proust, a Tolstoj, a Cechov. Ma forse è Rilke il più adatto ad aiutarti mescolando la leggerezza con la malinconia, l'amicizia con la solitudine, l'amore con l'invidia. I Quaderni di Malte Laurids Brigge sono uno dei più bei romanzi che probabilmente aprono lo stile della modernità. ________________________________________________________________________________________ Ma adesso dobbiamo tornare ad una realtà meno sognante e terribilmente più concreta. La possiamo intitolare "la sinistra italiana e l'Europa". È un tema che abbiamo già trattato in altre recenti occasioni ma siccome cambia di giorno in giorno è opportuno rimetterlo sotto la lente d'ingrandimento per aggiornarne l'esame. Tutta l'Europa, oltre all'Italia, è percorsa e tormentata da molti altri casi: la Spagna, la Grecia, l'Olanda, la Polonia, l'Ungheria, l'Austria. Insomma c'è crisi profonda, economica, sociale, politica e anche morale quasi dappertutto. Dell'Italia abbiamo già ampiamente parlato e quindi non è qui il caso di tornarci, ma il gruppo politico italiano che ha, o almeno così speriamo, la capacità e la forza d'un intervento europeo è la sinistra italiana che ha la sua sola incarnazione in quello che resta del Partito democratico. Su questo bisogna però intendersi. ________________________________________________________________________________________ Qual è la vera sinistra che sta nel Partito democratico? Quel partito dovrebbe essere in qualche modo ricostruito da personalità del genere di Veltroni, Prodi, Gentiloni e tutti gli altri che dovrebbero metter da parte le loro piccole differenze e unirsi per una battaglia che riguarda contemporaneamente la sinistra italiana e l'Europa. La figura dominante sul tema europeo ma anche su come quel problema si articola nei vari Paesi che costituiscono l'Unione, e in particolare l'Eurozona, è Mario Draghi. Il suo incarico scadrà nell'autunno del 2019 ma in un anno si possono fare e avviare le politiche necessarie per rafforzare l'Europa e avviarla, nei limiti del possibile, a puntare verso una confederazione sempre più federata. Draghi non solo conosce questo problema, ma ne ha gli strumenti per procedere con la maggiore efficacia possibile. Questo è l'obiettivo di Draghi ormai da tempo, ma diventa sempre più attuabile e attuato, man mano che la scadenza della sua carica si avvicina. ________________________________________________________________________________________ Ogni Paese europeo ha bisogno di una sua politica, economica, fiscale, finanziaria, bancaria. La Germania per esempio dovrebbe accrescere gli interventi pubblici al suo interno e limitare invece l'impulso delle esportazioni. La politica fin qui seguita ha arricchito non solo i privati ma lo stesso Stato tedesco, l'inconveniente è che il benessere del popolo è stato trascurato e non è mediamente all'altezza delle ricchezze che il Paese si procura con l'esportazione. La politica monetaria di Draghi nei confronti della Germania punta sul criterio di aumentare gli investimenti interni diminuendo l'impulso all'esportazione. ________________________________________________________________________________________ In Italia, tanto per fare un esempio tipicamente contrapposto a quello tedesco, la politica economica che Draghi persegue è l'opposto. L'Italia ha bisogno di aumentare l'occupazione, i consumi e quindi la domanda, con imprese che offrono prodotti a prezzi competitivi. Il cuneo fiscale dovrebbe essere ridotto in modo significativo, con l'effetto di diminuire le diseguaglianze. La lotta a quel fenomeno coincide, guarda caso, con quella continuamente predicata da papa Francesco. Le diseguaglianze vanno diminuite e ciò migliora la situazione dei ceti con basso reddito e quel miglioramento si ottiene tassando i redditi più elevati. Può sembrar curioso vedere una somiglianza così evidente con la politica economica di Draghi e quella religiosa del Papa. È una coincidenza molto significativa. ________________________________________________________________________________________ Applicando a due Paesi così diversi come la Germania e l'Italia due politiche economiche assai differenti e quasi opposte l'una rispetto all'altra, Draghi ottiene il risultato che persegue: una migliora aumentando gli investimenti interni, l'altra migliora aumentando l'occupazione e il reddito-salario dei ceti meno abbienti. La sinistra italiana dovrebbe avere molto chiaramente la percezione di queste politiche e sostenerle con l'obiettivo non solo di migliorare la situazione del nostro Paese ma di stimolare la trasformazione confederale dell'Unione in una tendenzialmente federata. ________________________________________________________________________________________ Questo obiettivo è perseguito da Macron che non a caso ebbe la sua prima vittoria trionfando sul movimento populista di Marine Le Pen. Il nostro Le Pen si chiama Matteo Salvini. Altro non dico ma mi domando: abbiamo anche noi un Macron? Ho fatto alcuni nomi della sinistra italiana; mi piacerebbe poter fare anche quello di Renzi, e lo farei se lui la smettesse di fare l'isolato e partecipasse veramente allo sforzo comune d'una grande sinistra italiana ed europea. ________________________________________________________________________________________ I populismi, come già abbiamo più volte constatato, sono popoli guidati da dittatori. La nostra sinistra è l'unica forza non populista e quindi i dittatori sono incompatibili per l'unico partito italiano non infetto da populismo, sempre che Renzi non ce lo porti in casa per la sua parte. Gli auguro di no. In passato mi ha detto più volte che avrebbe smesso di comandare da solo ma non l'ha mai dimostrato, anzi di solito quel malore gli torna. Spero che prima o poi guarisca. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Non si chiede più ai cittadini di fare ognuno la propria parte, di dare il meglio, si promette loro l'inizio di un'era in cui tornerà l'armonia e si risolveranno tutti i problemi ________________________________________________________________________________________ Mario Calabresi ________________________________________________________________________________________ §2 - Conte premier, la finzione del nuovo ________________________________________________________________________________________ (di Mario Calabresi Repubblica.it 23 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Il nuovo inizio ha un volto sconosciuto, che tutti abbiamo scrutato con curiosità per provare a capire che persona fosse. Perché mai avevamo avuto un premier di cui nessuno conosceva la voce e le idee. Il nuovo inizio parte dalla premessa che fino ad oggi l'Italia non sia mai stata governata per i cittadini, che non ci sia mai stata giustizia e che fosse necessario un volto anonimo per segnare la rottura con il passato. ________________________________________________________________________________________ Sappiamo che la scelta di un tecnico è stata dettata dai veti reciproci tra Lega e M5S, serviva a garantire l'unico equilibrio possibile. Tanto che il messaggio per il Quirinale è stato feroce nella sua chiarezza: o si accetta questo nome o salta tutto e si torna al voto. ________________________________________________________________________________________ Ma il fatto che sia un Signor Nessuno è anche una scelta ben precisa, utile a sottolineare che a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell'élite ma un cittadino qualunque. Non importa che il professore avvocato, uomo non del popolo ma dell'establishment universitario, non abbia nessuna esperienza politica, non conosca il Parlamento o i dossier europei. Nel nuovo mondo tutto ciò è titolo di merito e lo rende più credibile. ________________________________________________________________________________________ Le prime dichiarazioni di Giuseppe Conte e la frase chiave "sarò l'avvocato difensore del popolo italiano" sono già un manifesto politico e parlano alla pancia di chi si sente da troppo tempo sotto accusa e sul banco degli imputati. La maggioranza degli italiani oggi si vive vittima dell'Europa, delle banche, delle istituzioni e dello Stato. Il professor Conte si attribuisce la missione di assolvere questo Paese dalle responsabilità, forse anche dai doveri. Parola quest'ultima caduta in disuso. ________________________________________________________________________________________ Non si chiede più ai cittadini di fare ognuno la propria parte, di dare il meglio, si promette loro l'inizio di un'era in cui tornerà l'armonia e si risolveranno tutti i problemi. Se ci saranno intoppi il copione è noto: la colpa sarà dei nemici del cambiamento. Ci auguriamo di cuore di essere smentiti. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 27 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Rischia di consumarsi uno strappo istituzionale senza precedenti con il Quirinale. Ma non si può calpestare la Carta ________________________________________________________________________________________ Claudio Tito ________________________________________________________________________________________ §3 - Governo, i giorni dell’arroganza ________________________________________________________________________________________ (di Claudio Tito Repubblica.it 24 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ C'è una domanda che in questi giorni non riesce a trovare una risposta. Un interrogativo che però costituisce l'essenza della coalizione grillo-leghista intenta a formare il nuovo esecutivo. Che cosa accadrà se il tentativo di ridiscutere i trattati europei - annunciato nel programma di governo denominato "contratto" - venisse respinto dai soci che compongono l'Unione? La piattaforma del patto gialloverde è formalmente evasiva su questo punto, ma sostanzialmente inequivocabile. Il responso coerente, rispetto a quello che Salvini e Di Maio hanno detto e fatto anche nell'ultima campagna elettorale, è infatti uno solo: l'Italia uscirebbe dall'euro e con ogni probabilità anche dall'Unione. ________________________________________________________________________________________ L'aspetto più drammatico consiste nella concretezza del quesito. Perché non è affatto remota l'ipotesi che i Paesi componenti l'Ue rifiutino anche solo di prendere in considerazione le richieste fuori dal tempo di M5S e Lega. È anzi una previsione più che realistica che per questo sostanzia il nucleo più profondo dello scontro in corso sulla "squadra" del professor Conte. ________________________________________________________________________________________ Il braccio di ferro sulla nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia ha dunque questo significato. Il leader del Carroccio insiste sul suo nome solo ed esclusivamente per trasformare una eventualità in una definitiva certezza. Pensare che la scelta sia caduta sull'economista per la ricchezza del suo curriculum e per la sua gloriosa attività accademica, significa solo sottomettersi ad uno scherzo di cattivo gusto. ________________________________________________________________________________________ Basta infatti leggere qualche capoverso del libro dato alle stampe da Savona proprio in questi giorni per cogliere la natura di questa indicazione. "Il Paese - scrive - è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell'Ue e nell'euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono". È esattamente la risposta che questa maggioranza vuole dare alla domanda sulla nostra appartenenza al consesso europeo. ________________________________________________________________________________________ Allargare senza limiti i cordoni della spesa diventa allora quasi un pretesto per arrivare più rapidamente al cuore del problema. Magari senza sapere che se le agenzie di rating dovessero declassare ulteriormente l'Italia e il suo debito pubblico, i nostri titoli di Stato uscirebbero dalla rete protettiva della Bce e del quantitative easing. Verrebbero lasciati al destino di qualsiasi speculazione, lo spread si impennerebbe e i tassi di interesse devasterebbero le famiglie. Un esito drammatico per il nostro Paese e per l'Europa. Non può essere quindi una singolare coincidenza che dalla Russia di Putin, interessata a un consistente indebolimento della Ue, stiano arrivando una serie di sistematici e sinistri endorsement nei confronti dell'alleanza penta-leghista. ________________________________________________________________________________________ In un contesto del genere, le premesse sono allarmanti quanto le conseguenze. Perché rischia di consumarsi uno strappo istituzionale senza precedenti con il Quirinale. Che il governo discuta e magari litighi con il capo dello Stato su alcune figure chiave del gabinetto, non è certo una novità. Ma stavolta c'è qualcosa di più. Si assiste ad una nuova forma di giacobinismo che punta a destrutturare il sistema delle Istituzioni. C'è un'arroganza che va al di là della maleducazione regolamentare. Si tratta di un atteggiamento violentemente incostituzionale. Per Di Maio e Salvini, questa destrutturazione passa per il ridimensionamento del presidente della Repubblica. Hanno bisogno di dimostrare ora con una prova di forza che sono solo loro a comandare. Fanno leva sulla rabbia della gente. Confondono pretestuosamente le istituzioni con la "casta". Basano strumentalmente la supremazia della loro politica sulla insofferenza impaziente delle rispettive basi di consenso. Pronti a calpestare ogni regola in virtù dei loro interessi elettorali. ________________________________________________________________________________________ Ma la Costituzione non può essere calpestata così facilmente. Il capo dello Stato è lì proprio per tutelarla. La difesa delle sue prerogative è insita nei suoi compiti. E la nostra Carta in almeno due articoli stabilisce un nesso inequivocabile con l'Unione europea e i trattati che la disciplinano. L'articolo 81 ha costituzionalizzato il pareggio di bilancio. L'articolo 117 rammenta che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto della Costituzione e "dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario". È dunque questa la vera partita in gioco. Che tocca in primo luogo il presidente del Consiglio incaricato Conte e la sua futura autorevolezza. Perché si misurerà la capacità del premier di esercitare il suo ruolo con indipendenza e nel rispetto della Costituzione proprio nella scelta dei ministri più importanti. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 22 del 27 maggio 2018
continua
§1 - Portate a Mattarella un nome credibile (di Eugenio Scalfari) §2 - L’ANNO ZERO (di Ezio Mauro) §3 - L'amaca [Circolo vizioso] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 20 maggio 2018


Anno XI N° 21 del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO ________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE ________________________________________________________________________________________ La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Circola una voce non confermata secondo cui, tra i possibili premier proposti, ce ne sarebbe uno di notevole interesse. La voce in questione si chiama Roberto Maroni ________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari ________________________________________________________________________________________ §1 - Portate a Mattarella un nome credibile ________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 20 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Prima di affrontare il tema del nuovo governo che forse prenderà corpo se il presidente Mattarella sarà persuaso da quanto gli verrà proposto da Salvini e Di Maio, desidero fare qualche osservazione preliminare. Primo: non esiste alcun limite al numero degli elettori che si astengono dal voto. Se votano tutti, benissimo, anche se alcuni voteranno scheda bianca; ma se poi andranno a votare soltanto il 10 per cento o addirittura il 5, le elezioni saranno sempre valide. Non mi sembra che questa mancanza di limite abbia senso. Se il nuovo governo non si insediasse e si dovesse votare a luglio o anche in agosto, avremo un'affluenza assai limitata ma comunque valida in mancanza d'una legge. Non bisogna allora individuare quel limite minimo e non accettare il risultato di queste elezioni? ________________________________________________________________________________________ La seconda osservazione riguarda il vincolo di mandato che prevede l'obbligo per i membri del Parlamento di votare secondo il volere del partito al quale appartengono. Questa regola c'è sempre stata, ma chi deve intervenire è il partito cui il deputato, o senatore che sia, appartiene e di cui non rispetta le direttive: è dal partito che può essere espulso, ma non dal Parlamento. L'interpretazione che ora prevale del vincolo di mandato è appunto questa. L'indicazione che invece proviene dai due partiti in cerca di alleanza è che l'espulsione non sia soltanto dal partito ma dal Parlamento, ed essi chiedono appunto una legge che preveda questa estensione punitiva del vincolo di mandato. ________________________________________________________________________________________ Questo non è accettabile. Personalmente ricordo che quando fui deputato socialista dal 1968 al '72, tutte le volte che chiedevo la parola dichiaravo all'inizio del mio discorso che non avrei rispettato il vincolo di mandato, poiché se sul tema in discussione avevo idee discordi da quelle del partito ne potevo essere espulso, ma non dal Parlamento. Per mia fortuna il partito era guidato da personaggi come Pietro Nenni, Francesco De Martino, Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e nessuno di loro ha mai proposto la mia espulsione se affrontavo il tema in discussione in modo diverso. La legge prevista ora dai due partiti è invece quella dell'espulsione totale di chi dissente. È evidente che non è una norma accettabile poiché ridurrebbe i parlamentari a degli automi che vengono usati come giocattoli. ________________________________________________________________________________________ Dopo queste due premesse passo alla sostanza del loro comportamento, sempre che il presidente della Repubblica accetti le loro proposte che riguardano soprattutto la politica economica che hanno in mente, la politica europea e l'indicazione di chi verrà proposto come capo del governo, che non sarà nessuno dei due leader ma un terzo indicato da Di Maio e comunque accettato (chi sia sia) da Salvini. L'indicazione dovrà, nella speranza di Di Maio, essere accettata da Mattarella. Andrà così? ________________________________________________________________________________________ Secondo quanto si sa, Di Maio indicherà un teorico di economia e di politica amministrativa che sarà di buona competenza sulle materie che lui conosce ma non sulla politica che non ha mai fatto. Del resto, la politica rimane nelle mani di Di Maio con l'accettazione che ne ha fatto Salvini. Entrambi saranno anch'essi ministri, a cominciare dagli Interni a Salvini e gli Esteri a Di Maio, o viceversa: comunque la politica del governo la faranno loro indipendentemente dai ministeri che si attribuiranno. Naturalmente Mattarella, se accetterà tutte queste proposte, non potrà mettere in discussione la presenza nel governo dei due capi alleati tra loro. Ma questo complica ancora di più la situazione grave del Paese, del quale il presidente della Repubblica ha la maggiore responsabilità. ________________________________________________________________________________________ Qualche settimana fa mi permisi di fare un nome che a me sembrava molto adatto a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. Sapevo benissimo che lui non avrebbe accettato e soprattutto che non lo avrebbe fatto Mattarella. La persona da me indicata fu Gustavo Zagrebelsky: sapendo bene che il Quirinale non poteva accogliere l'indicazione di un privato che fa il giornalista e sapendo che comunque Zagrebelsky non avrebbe accettato, pur avendo tutte le capacità, secondo me, di guidar bene un governo. Ma ora mi è venuto in mente un altro nome e c'è voce che anche il Quirinale abbia pensato a quel nome insieme a parecchi altri. ________________________________________________________________________________________ Naturalmente è una voce della quale non esiste conferma. In Italia, a differenza di quanto avviene in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, il presidente ha poteri di governo molto ridotti anche perché è eletto dal Parlamento e non dal popolo sovrano. In questi limiti, però, le sue competenze sono molto importanti: lui non governa, ma i governi li fa lui e così pure è lui che, firmandole, rende valide le leggi di iniziativa governativa o parlamentare. Può rifiutarle e rimandarle alle Camere e, qualora le Camere insistano rimandandole indietro tali e quali, allora lui è costretto a firmarle, restando tuttavia competente la Corte costituzionale che, qualora ritenga - come il presidente ha già dimostrato - che quelle leggi sono al di fuori della Costituzione, dà un parere negativo, il quale non è discutibile. E le leggi vanno rifatte. ________________________________________________________________________________________ Ricordo queste questioni per individuare chiaramente quali sono i poteri della più alta carica dello Stato, anche se diverse da quelle degli altri Paesi dell'Occidente dove il governo è affidato ai presidenti eletti dal popolo. Ho già detto che circola una voce secondo la quale, tra i vari nomi che gli sono stati proposti da Di Maio e tra quelli che il nostro presidente ha in mente, ce ne sarebbe uno che ha notevole interesse. Non sono in grado di dire che quella voce in circolazione sia attendibile, ma se ne parla e quindi questa volta posso citarla perché il mio mestiere di giornalista mi consente di farlo. ________________________________________________________________________________________ La voce in questione ha il nome di Roberto Maroni. Il suo curriculum è il seguente: è stato segretario generale della Lega Nord dal luglio 2012 al dicembre 2013; governatore della Lombardia, sempre a nome della Lega Nord, dal 2013 al 2018; ministro degli Interni con Berlusconi dal 1994 al '95; ministro del Lavoro dal 2001 al 2006; di nuovo agli Interni dal 2008 al 2011. In coincidenza con le elezioni dello scorso marzo si è definitivamente dimesso non solo dalle cariche che ancora aveva, ma dalla Lega già nelle mani di Salvini e con Bossi accantonato per sempre. Di persone come Maroni ce ne sono molte e anche migliori di lui. Il suo solo vantaggio è che ha vissuto per vent'anni almeno con la Lega e per la Lega, e questo metterebbe in qualche difficoltà Salvini, anche perché tra i due non c'è alcuna empatia. ________________________________________________________________________________________ Comunque, i problemi sono altri. Di Maio dovrebbe fare il nome di un capo del governo da lui indicato e sembra che questo nome sia quello di Giuseppe Conte, che è professore ordinario di Diritto privato all'Università di Firenze. Di politica sa poco o addirittura nulla, è quindi da vedere se Mattarella lo accetterà, sapendo tuttavia che la politica vera e propria resterà nelle mani di Di Maio e di Salvini non solo per i ministeri da loro ricoperti, ma anche per gli altri messi nelle mani di persone che seguono le indicazioni dei capi. Io conosco e apprezzo molto un altro Conte di nome Paolo, un suonatore di pianoforte e un compositore di musiche jazz che ha grande fama in Italia e anche in Europa. Faccio le mie scuse al professor Giuseppe, ma se si tratta di un emerito professore di università privo di senso politico, allora personalmente preferisco Paolo perché ormai mi piace il jazz più di questa politica da sottoscala. ________________________________________________________________________________________ Smaltito il tema del futuro governo, che tuttavia dovrebbe concludersi lunedì mattina al Quirinale, resta il tema altrettanto importante, e forse più, del Partito democratico. Il Pd ha discusso del suo futuro proprio ieri, nella sua assemblea che è fatta da quasi mille persone, cioè la classe dirigente, o se volete, la crema del partito. Dopo aver discusso di molti temi ha poi votato all'unanimità fissando per il mese prossimo un'altra assemblea che dovrebbe risolvere una serie di questioni che sono state affrontate e votate unanimemente, ma che meritano un ulteriore dibattito (che difficilmente si concluderà con l'unanimità dei voti), quando il nuovo governo sarà già insediato. Il compito del partito è evidente a tutti quelli che vi militano o comunque esaminano la sua funzione in un Paese che ormai sembra allo stremo, in un'organizzazione di centrosinistra che ancora due anni fa rappresentava il 40 per cento della pubblica opinione ed ora è scesa al 19 perdendo metà dei suoi elettori. ________________________________________________________________________________________ Il compito del Pd è appunto evidente e l'abbiamo già trattato la scorsa settimana su queste colonne: deve ricostruire se stesso con l'obiettivo di creare una sinistra moderna che riporti il Paese a efficiente economia, socialità ed europeismo. Una sinistra italiana ed europea: questo è l'obiettivo del Pd che dovrà essere raggiunto da una classe dirigente capace e con un vertice anch'esso pienamente intonato a questi problemi. Debbono anche esserci dei leader del partito: un presidente che non sia quel figurino che oggi si chiama Orfini. ________________________________________________________________________________________ Le personalità che dovranno ricoprire incarichi di alta responsabilità per l'unico partito di sinistra che vi sia ancora in Italia sono nomi ben noti: Paolo Gentiloni, gli attuali ministri Minniti, Calenda, Delrio, Franceschini, Orlando, poi Zanda, Renzi naturalmente, Cuperlo, ma pure Prodi e Veltroni. Queste persone e altre ancora sono lo stato maggiore del partito, il quale ha un compito italiano ma contemporaneamente anche europeo: quest'ultimo specie ora che il governo Di Maio-Salvini con l'Europa non ha nulla da dire e da fare ed anzi è anti-europeo con la sola eccezione di Berlusconi. Prima di tornare al tema d'un nuovo Pd, vogliamo qui dire che la destra si è rotta perché Berlusconi ormai non è più il centro amichevole d'una destra salviniana e grillina: Berlusconi è ridiventato Berlusconi; non ha molti voti ma è un populista in grado di governare. Il potere lo conosce benissimo e sa come si manovra; è europeista e il suo populismo è di pura facciata; con il populismo in realtà non ha nulla a che vedere anche se è bravo nel sapersene valere. ________________________________________________________________________________________ Tornando al Pd, lo stato maggiore dovrà operare in Italia e contemporaneamente in Europa. Alcuni degli attuali ministri che sono del Pd, e avranno quindi compiti non più ministeriali, potranno e dovranno essere dislocati con funzioni europee. Non è facile dislocare in Europa alcuni di quelli sopra nominati, ma è necessario non solo per noi ma per l'Europa stessa, dove il nostro interlocutore privilegiato non può che essere Macron. Quanto a Renzi, egli fa parte ovviamente dello stato maggiore, ma in questo caso dovrà finalmente abbandonare quel malanno che lo perseguita e che è quello di comandare da solo. ________________________________________________________________________________________ Nella ricostruzione del partito e la costruzione d'una sinistra moderna ed europeista lui ha un compito certamente importante purché guarisca dal morbo della semi-dittatura, tipica del populismo ma del tutto esclusa da un partito che non ha e non deve avere caratteristiche populiste. Allo stato dei fatti il Pd è il solo partito che quelle caratteristiche non le ha mai avute e non deve averle. Se risponderà a queste necessità nazionali e internazionali, sarà la sola risorsa di cui il nostro Paese dispone. "Il poeta - o vulgo sciocco - Un pitocco/Non è già". Così parlava Carducci. Spero che sia così, ma non è certo un compito facile. La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Ogni passo che compiono nel loro separato cammino, leghisti e grillini si dipingono alle spalle un paesaggio comune di macerie e distruzione, un mondo corrotto e fradicio, che non merita nemmeno di essere ereditato, ma soltanto soppiantato. ________________________________________________________________________________________ Ezio Mauro ________________________________________________________________________________________ §2 - L’ANNO ZERO ________________________________________________________________________________________ (di Ezio Mauro Repubblica.it 11 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Dopo due mesi di messaggi in bottiglia, dovremo probabilmente aspettare il discorso di insediamento alle Camere del nuovo presidente del Consiglio per capire che profilo avrà il governo tra Cinque Stelle e Lega — se nascerà come oggi sembra —, quale sarà la sua natura politica, la sua cultura di riferimento, e infine e soprattutto la sua visione del Paese e del mondo. Quando il potere viene conquistato dal populismo, questa parola dice la verità, ma non spiega nulla. Quando i populismi al comando sono due le cose non si sommano, si complicano. Quello che è certo è che comincia la stagione della post-politica, perché questo è il vero codice con cui cercano l’intesa Di Maio e Salvini. ________________________________________________________________________________________ Poco importa che i leghisti siano ormai il più vecchio dei partiti esistenti, abbiano partecipato al banchetto dell’epopea berlusconiana, condividendo tutto, ascesa, titanismo e caduta: il sovranismo salviniano ne fa un partito nuovo, lo proietta ben al di là del Po, sostituisce Odino con Orbán nel pantheon e Roma con Bruxelles come nemico. Un nuovo mondo che ha dichiarato guerra al vecchio universo dominante. Anzi, ne è uscito fuori, anche se per farlo deve compiere un’inversione di marcia, dichiarare la fine della globalizzazione e del cosmopolitismo, tornare nel guscio degli Stati nazionali, come se il passato fosse il rifugio del futuro. ________________________________________________________________________________________ La fine del mondo è il perenne inizio della storia grillina. Loro sono nati alla politica per annunciarlo. La continua, meccanica dichiarazione di non essere né di destra né di sinistra, scegliendo come cifra costante una somma zero identitaria, andrebbe completata. È come se dicessero: noi non abbiamo un prima, e il dopo è irrilevante. Viviamo nell’oggi, perché ciò che conta è la rottura. Noi siamo qui a testimoniare la frattura, la nostra bandiera è piantata sul punto politico in cui il ghiaccio si sta rompendo, questa è la nostra funzione. È il racconto biblico di una fine del tempo politico incombente, rigeneratrice ma pur sempre apocalittica. ________________________________________________________________________________________ Queste due diverse mozioni degli istinti danno vita, potremmo dire, ad un racconto dell’anno zero. Non ci eravamo probabilmente resi conto che il Paese — pur sfibrato dalla cattiva prova della politica — era pronto ad una sub- interpretazione così elementare di se stesso e dei suoi guai. Certo, la democrazia italiana ha funzionato male e ha prodotto politica di bassa intensità e di scarsa efficacia da anni. Ma cos’è successo, perché si preferisca ormai seguire un comico piuttosto che un leader, una battuta più che un pensiero? Quando la notorietà ha cominciato a sostituire la fama, la popolarità a prendere il posto della stima? La veemenza a spodestare la competenza? La performance a soppiantare la politica, il gesto a sovrastare il significato? ________________________________________________________________________________________ Resta il fatto che oggi la missione è quasi compiuta, con un fraintendimento alla base. Perché la grande semplificazione del populismo è continuamente scusata e riscattata da una radicalità che inganna, da un estremismo illusorio. Si accetta il codice populista convinti che fornisca il tagliando per una ribellione politica al vecchio ordine, e non ci si accorge che alla semplificazione del linguaggio corrisponde una spoliazione culturale, storica, identitaria, valoriale. Nell’imbuto dell’anno zero contano solo categorie provvisorie ed effimere come “nuovo” (destinate a diventare vecchie già dopo un anno) o come “ onesto”, che è naturalmente una pre-condizione importantissima, ma appunto una precondizione: a cui nel mondo politico bisogna ovunque aggiungere altre qualità, come la competenza, l’esperienza, la conoscenza, il sapere. Per tutto questo da noi c’è invece diffidenza, perché il sapere si è formato prima dell’anno zero, si porta dietro un sospetto di peccato, ha un riflesso castale, un profumo di élite. ________________________________________________________________________________________ Basterebbe fare un passo in più. Chiedere ai distruttori presunti del vecchio mondo (che è peraltro perfettamente capace di farsi male da solo) qual è il loro disegno di nuovo mondo, se possiedono l’idea di costruire qualcosa, se hanno il progetto di un nuovo ordine, l’unico veramente rivoluzionario, oltre le macerie. Silenzio, per ora. Anzi, ambiguità. Come chiamare altrimenti, da parte dei grillini, un’idea di Paese offerta indifferentemente ad un governo con il Pd e con la Lega? E da parte di Salvini, l’idea di tenere un piede nei conflitti d’interessi permanenti di Berlusconi e l’altro nella rivoluzione grillina? Come se fosse la stessa cosa scegliere Merkel o Orbán: vivere nell’era di Obama o di Trump, continuando ostinatamente a non voler distinguere, facendo finta che contino solo i problemi, e non il modo di affrontarli. ________________________________________________________________________________________ È ora di dire che ciò che salda nel profondo Salvini e Di Maio e li ha portati a cercarsi fin qui è da un lato la forza di gravità di questa legislatura, che porta a destra come ha voluto l’elettorato, lasciando questo segno dentro l’urna. Dall’altro lato, più forte ancora, è il loro diverso, diseguale ma comune istinto di destra, che si rivela nelle scelte fondamentali, come un impulso pre-politico, un’inclinazione di natura. Quella di Salvini è una destra lepenista che proverà a fare opposizione permanente al sistema dal governo, immettendo tensione nel circuito istituzionale, puntando a virare pericolosamente la politica estera di un Paese fondatore della Ue verso quel sovranismo che ieri Mattarella ha definito un inattuabile inganno per i cittadini. Quella di Di Maio è una destra post-moderna e post-ideologica, che nasce nella guerra alle élite, nella polemica permanente con le istituzioni, nell’ambiguità incerta dei riferimenti internazionali, nel rifiuto del politicamente corretto, nel superamento delle competenze e nell’azzeramento del sapere, fuori dalla storia delle culture politiche dell’Occidente. ________________________________________________________________________________________ Proprio questo disancoramento totale da ogni vincolo storico rende ancora possibile una rottura tra i due partner, dopo le intese post-voto, le polemiche, gli insulti, i nuovi corteggiamenti, i contratti. Nell’anno zero, tutto è estemporaneo, ogni cosa si giustifica mentre si compie, solo perché avviene: finché il popolo non si risveglia. Ma la verità oggi è che i due predicatori della fine del mondo non potevano lasciare le contrade libere l’uno alle campane dell’altro. O insieme al governo, o insieme fuori, all’opposizione. Fino all’ordalia finale cui i populismi sono condannati dalla loro stessa natura suprematista. ________________________________________________________________________________________ La striscia del 20 maggio 2018 ________________________________________________________________________________________ Il primo, o i primi che riusciranno a fare e dire cose che non sono riconducibili né al populismo, né all'establishment, saranno i veri salvatori della patria ________________________________________________________________________________________ Michele Serra ________________________________________________________________________________________ §3 - L'amaca [Circolo vizioso] ________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 19 maggio 2018) ________________________________________________________________________________________ Si chiama circolo vizioso, e ci siamo dentro fino al collo. Funziona così: ad ogni calo di Borsa o sussulto di spread, il fronte pentaleghista, compatto, dirà che i mercati e i poteri forti cercano di ricattare il nuovo governo e strangolare il popolo sovrano. E ad ogni alzata di scudi, o legge strampalata, o divagazione putinista del fronte pentaleghista, i mercati risponderanno bastonando l'economia italiana, e con essa il popolo risparmiatore; e via daccapo, con una radicalizzazione sempre più spinta del duello tra cosiddetto establishment e cosiddetto populismo, due parti in commedia ormai così risapute, così sclerotizzate che al solo sentirle nominare ci si guarda intorno nel disperato tentativo di avvistare terze o quarte parti, qualcuno, insomma, che non accetti di farsi stritolare dentro quell'ingranaggio micidiale. ________________________________________________________________________________________ Come se ne esce? Il primo, o i primi che riusciranno a fare e dire cose che non sono riconducibili né al populismo, né all'establishment, saranno i veri salvatori della patria (non solamente della nostra). Bisognerebbe indire un concorso. E dovrebbe iscriversi al concorso per prima la sinistra: un suo grosso pezzo, per distrazione o per comodità, combacia ormai con l'establishment, e un altro pezzo meno grosso si è lasciato inghiottire dalla folla soverchiante che sbraita a prescindere. In attesa di novità, si vive alla giornata, con il solo conforto di non essere convocati per quel derby. ________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 21 del 20 maggio 2018
continua
§1 - Consigli alla sinistra per la sfida ai dittatori (di Eugenio Scalfari) §2 - L’Amaca [E.Olmi. Centochiodi] (di Michele Serra) §3 - L’Amaca [La comica finale] (di Michele Serra) §4 - L’Amaca [Non è colpa mia…] (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2018


Anno XI N° 20 del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ A Renzi, a Gentiloni e ai suoi principali ministri spetta il compito di costruire un partito democratico moderno. Che si occupi dei problemi sociali del Paese. In due parole: di libertà e di eguaglianza _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Consigli alla sinistra per la sfida ai dittatori _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 13 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Quando i populismi al comando sono due comincia la stagione della post-politica. Ogni passo che compiono leghisti e grillini si basa, pur nelle differenze che ci sono tra loro, sul come raccontano la fine del mondo. Dipingono un mondo corrotto e fradicio, che non merita nemmeno di essere ereditato, ma soltanto soppiantato. _________________________________________________________________________________________ Questo ha scritto nel suo editoriale di venerdì Ezio Mauro e questa è la vera sostanza di quanto sta accadendo nel nostro Paese e che si può appunto definire come la vittoria del populismo. Ma non è soltanto un fatto di oggi e soltanto italiano. Accade dovunque, almeno in Occidente e in particolare in Europa: Olanda, Belgio, Francia, Spagna, Grecia, e poi Turchia, Egitto, Israele. Sono di solito populismi di destra. Può sembrare strano che il fenomeno populista sia di destra, di solito la destra è conservatrice mentre il populismo è rivoluzionario. _________________________________________________________________________________________ Parrebbe un’incongruenza ma non lo è: il populismo non è il popolo che rivendica la sua libertà e il suo sovranismo, ma una plebe totalmente priva di cultura politica, di valori e ideologie. Vuole una sola cosa: distruggere le classi dirigenti. Questo è stato l’obiettivo prediletto da Beppe Grillo e da lui praticato per dieci anni. Sembrava che Di Maio in questi ultimi mesi avesse trasformato il movimento grillino in un partito e che l’obiettivo fosse di andare al governo con una propaganda sociale ispirata dall’intesa con un ceto medio che lavorasse soprattutto per aiutare la povera gente. _________________________________________________________________________________________ Che questo sia in parte l’influsso di Salvini è probabile, ma non soltanto. I capi non sono né conservatori né riformisti, ma sono dittatori che favoriscono chi può a sua volta appoggiarli: i ceti medi benestanti che il populismo guarda con indifferenza ostile, mentre i suoi capi lo fanno con indifferenza amichevole. _________________________________________________________________________________________ Il vero obiettivo per i 5 Stelle di Di Maio è dunque la conquista di un potere “personale”. Che fare dell’Italia non si sa; l’Europa è terreno sconosciuto al quale meno ci si avvicina meglio è. I 5 Stelle e la Lega vogliono formare un governo che il presidente della Repubblica non possa fare a meno di approvare, pur mettendo alcune condizioni non certo secondarie. La trattativa è ancora in corso, ma sembrerebbe arrivata al “gran finale”, sempre che i due comandanti delle rispettive legioni populiste riescano a mettersi d’accordo sul nome dell’uno o dell’altro o di un terzo che rappresenti entrambi. _________________________________________________________________________________________ Abbiamo fin qui parlato di Di Maio e di Salvini. Sono due dittatori? In gran parte sì. Possono coesistere due dittatori? Finché si tratta della conquista del potere sì, ma dopo no. Tra un anno e forse anche meno è probabile uno scontro non tra una destra conservatrice e una sinistra riformista, ma tra i due capi egualmente populisti. Qualcuno si chiederà: ma sarà quello il momento in cui rinasce e torna in battaglia il Partito democratico? Forse sì, forse no. Perché? Dipende dalla posizione di Renzi nel Pd. _________________________________________________________________________________________ Renzi è stato anche lui un populista, ma il suo partito in parte non lo è affatto e comunque una classe dirigente c’è. Quando Renzi si è avvicinato a questa realtà ha vinto nelle elezioni europee, nell’instaurazione del “Jobs act”, fino al referendum costituzionale, nel quale perse perché commise l’errore di trasformarlo in un “Sì” o un “No” nei suoi confronti. Come c’era da aspettarsi fu sepolto da una valanga di “No”. Poi, nonostante le dimissioni da presidente del Consiglio e la nascita del governo Gentiloni composto da fior di ministri, Renzi non è uscito dal terreno di battaglia. Si è messo per qualche mese in silenzio, ma poi, quando la situazione ha portato in prima fila il populismo italiano, anche lui è di nuovo rientrato nel terreno di guerra. Con chi o contro chi non è ancora affatto chiaro. Quello che però si è subito capito è che Renzi non ha abbandonato affatto la passione per il comando. _________________________________________________________________________________________ Vedremo che cosa accadrà nei prossimi mesi, che tipo di governo sarà nato e chi ne sarà il presidente, ma quello che è sicuro è che nelle intenzioni di Renzi i dittatori non saranno più soltanto due (Salvini e Di Maio), bensì almeno tre perché anche lui si sente tale e anche lui è un populista di prima scelta. Resta da vedere quali e quanti saranno i populisti provenienti da un partito, quello democratico, la cui storia non coincide affatto con quella dei semi-dittatori in testa a un esercito populista. _________________________________________________________________________________________ Molte delle nostre difficoltà, italiane ma soprattutto europee, derivano dal fatto che ormai viviamo in una società globale, nella quale il sovranismo non è più di singole nazioni ma anch’esso globale, cioè continentale. Il sovranismo continentale è proprio degli imperi. Ricorderete certamente l’Impero-romano. Dominava al tempo di Giulio Cesare e di Ottaviano, suo pronipote, già gran parte dell’area mediterranea da Oriente a Occidente e dal Nord al Sud. Toccò il culmine non con la gente Giulia, ma con gli Antonini: Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio. La responsabilità degli imperatori era ultra-continentale e così pure, entro certi limiti, i diritti e la libertà dei cittadini. Vogliamo dire che l’Impero-romano anticipò la globalità dal Nord Europa al centro dell’Africa e dall’Est del Mar Nero all’Ovest dello Stretto delle colonne d’Ercole? _________________________________________________________________________________________ Poi sono venuti altri imperi naturalmente moderni, a metà del Cinquecento nacque l’Impero spagnolo e contemporaneamente quello inglese e quello francese. Nel corso degli anni questi imperi si dilatarono ancora di più, decaddero, poi risorsero e poi decaddero di nuovo. Ma c’è un punto che va sottolineato: l’Europa, dopo i tempi del suo Impero sotto la guida dell’antica Roma, fu dilaniata da guerre più o meno sanguinarie e di ogni genere, tipo e motivazione, da quella territoriale a quella religiosa, alla rivolta dei poveri contro i ricchi e dei deboli contro i potenti e infine dei vari feudi e nazioni tra di loro. A quell’epoca l’Europa era il centro del mondo e proprio per questo le guerre avvenivano soprattutto in Europa, dove erano diverse le culture, le economie, le lingue, le sovranità. _________________________________________________________________________________________ Il centro del mondo non era globalmente sovrano, ma lo era a livello dei feudi e dei molteplici regni. Questa era la ragione storica per cui allora eravamo il centro del mondo e oggi siamo un gruppo di ventisette barchette naviganti, ciascuna con il proprio timoniere e un piccolo equipaggio che tuttora combatte, barca contro barca e flotta contro flotta, perché le due ultime guerre mondiali hanno coinvolto il mondo intero pur essendo nate nella piccola e divisa Europa. _________________________________________________________________________________________ Ricordo queste ben note vicende storiche perché il populismo, che è presente in tutto il mondo, in Europa è uno dei fenomeni di maggiore rilievo proprio perché la responsabilità continentale non esiste e la sovranità è nazionale e quindi estremamente debole. Quella debolezza consente al populismo di manifestarsi e infatti è quello che vediamo. _________________________________________________________________________________________ Torniamo per un istante al fatto accaduto due giorni fa: la magistratura, da tempo investita di questo problema, ha deliberato che Silvio Berlusconi può essere di nuovo eletto in Parlamento. Questo significa che da domani Berlusconi potrà sostituire un suo amico che dia le dimissioni alla Camera o al Senato e che potrà essere eletto dai suoi seguaci per quel posto, riacquistando quindi un valore politico da lui considerato della massima importanza. _________________________________________________________________________________________ Naturalmente questo accresce la competizione tra Berlusconi, Salvini e soprattutto Di Maio. Un Berlusconi deputato o senatore diventa anche formalmente il capo di Forza Italia. Non ha molti voti Forza Italia, ma il Cavaliere diventa direttamente competitore degli altri due e soprattutto di Di Maio. Quanto a Salvini, il capo della Lega è assolutamente contrario all’Europa, mentre Berlusconi è favorevole. Questo lo rende in qualche modo più autorevole degli altri due, visto che è lui il solo che possa affrontare con amicizia e autorevolezza i temi italo-europei. A quei due dittatori se ne aggiunge un altro che quanto a populismo non ha nulla da imparare. Tre dittatori ai quali ne abbiamo aggiunto già un quarto, che allo stato dei fatti è ancora potenziale, ma che comunque ha la stessa libidine al comando solitario. Populismo vincente, non si sa con chi, ma si sa che siamo diventati un Paese molto sui generis rispetto agli altri, che pure falangi rilevanti di populismo ce le hanno in casa. _________________________________________________________________________________________ Ma che farà la sinistra democratica? Allo stato attuale si riduce a una parte notevole del partito democratico che nacque ai tempi di Aldo Moro, Palmiro Togliatti e soprattutto Enrico Berlinguer. Il partito nazional-comunista fondato da Berlinguer ha avuto una lunga storia, che non starò qui a ricordare perché è relativamente recente e quindi nella memoria collettiva. Dalle sue varie trasformazioni di sostanza e anche di nome è infine nato, come ultimo prodotto, il Partito democratico attuale. _________________________________________________________________________________________ A Renzi, al resto del partito e soprattutto a Gentiloni e ai suoi principali ministri, la cui durata è ormai limitata a pochi giorni, spetta il compito di costruire una sinistra moderna. Compito non certo facile. È difficile di per sé ricostruire una sinistra; che poi questa sia anche moderna è ancora più arduo. Questa sinistra si deve occupare soprattutto dei problemi sociali del Paese. Che riguardano il lavoro, il reddito, l’occupazione, la diseguaglianza fiscale e sociale, il precariato dei giovani, la scuola, la corruzione. Per riassumere questi temi si può soltanto adottare quell’affascinante binomio composto da due sole parole: libertà ed eguaglianza. _________________________________________________________________________________________ Questo è esattamente il contrario del populismo ed è la battaglia che soprattutto i giovani dovranno combattere. Una sinistra moderna ha bisogno di loro, ha bisogno che rilancino la sinistra e che lavorino per ricostruire il presente e aprire la strada per il futuro. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Di Olmi si dica ogni bene possibile. Ma si dica anche che se ne va, se non da sconfitto, da inascoltato […], Non è il Verbo, è il silenzio che salva. Nell'Albero degli zoccoli la maledetta miseria è sempre attribuita alla prepotenza umana, mai alla terra che regge i destini e amministra i giorni. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §2 - L’Amaca [E.Olmi. Centochiodi] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 07 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Di Olmi si dica ogni bene possibile. Ma si dica anche che se ne va, se non da sconfitto, da inascoltato, come chiunque, oggi, veda nella terra e nella natura la via della salvezza. Nei Centochiodi, il suo testamento, l'uomo abbandona il Libro (anzi lo crocifigge, con furore antidogmatico) per fuggire verso l'argine, il fiume, la luce muta e benedicente dell'aria aperta. Non è il Verbo, è il silenzio che salva. Nell'Albero degli zoccoli la maledetta miseria è sempre attribuita alla prepotenza umana, mai alla terra che regge i destini e amministra i giorni. _________________________________________________________________________________________ La terra era per Olmi l'evidente manifestazione del sacro, ciò che unifica e ordina. Fece anche un film-seme, Terra Madre, che solo a vederlo germoglia. Nel mondo urbanizzato non solamente per densità di abitanti, anche nella mentalità e nei sensi, la terra è rimossa e negletta. I media ne parlano a stento, quando la siccità fulmina i campi e asseta le metropoli o quando contadini in rivolta rovesciano il latte davanti ai palazzi, o bloccano con i trattori le vie dove passano i telegiornali. In campagna elettorale non una parola profonda è stata spesa su ambiente e agricoltura. Non esiste stagionalità - la catena dei supermercati ha rotto la catena del tempo - e non esiste visione olistica delle attività umane, ognuno fissa lo sguardo solo sulla parte che gli compete. Olmi si batté, da artista, per ridare vastità allo sguardo. Nel mio piccolo Gotha personale ora sta al fianco di Rigoni Stern, Tiziano Terzani, Thoreau, Jack London e Walter Bonatti. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ [Dopo il “contratto” di 5*] con la Lega della famiglia Bossi e di Gentilini, di Borghezio e di Salvini, e i suprematisti bianchi di Varese, e gli imbroglioni delle quote latte, e quelli che non pagano le tasse perché lo Stato è ladro, […] chiederei: ma tu, caro amico, non eri quello molto più a sinistra di me? Non eri quello che mi dava le lezioni su come ci si deve comportare? _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L’Amaca [La comica finale] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 09 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ Gli amici del bar la prendono sul ridere: l’idea che possano essere i voti di Berlusconi (e della zia di Mubarak) a consentire di mettere in piedi uno straccio di governo viene accolta come una specie di comica finale. «Più finale che comica», li correggo. Ma non mi va di sembrare troppo di cattivo umore, anche perché quel ruolo (il ruolo di quello di cattivo umore) è già tutto a carico di A, il grillino della prima ora, quello dell’acqua pubblica e della decrescita felice, quello che da un bel po’ di anni mi spiega che lui sì che è di sinistra, mica come me. E adesso per darsi un contegno resta in un angolo a mangiare le Pringles, ma si capisce che è nervoso, anche perché ne ha già ingurgitati due tubi e ha in mano il terzo. _________________________________________________________________________________________ Se non fossi suo amico gli direi: ma come? Tutto questo strepito, questo moto palingenetico, questo Mondo Nuovo a portata di clic, per poi finire al governo con la Lega della famiglia Bossi e di Gentilini, di Borghezio e di Salvini, e i suprematisti bianchi di Varese, e gli imbroglioni delle quote latte, e quelli che non pagano le tasse perché lo Stato è ladro, e tutto il trumpismo da cortile delle nostre parti? Ma tu, caro amico A, non eri quello molto più a sinistra di me? Non eri quello che mi dava le lezioni su come ci si deve comportare? Ma non gli dico niente. A non è stupido e ha già capito per suo conto di non essere felice. E attacca il terzo tubo di Pringles. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 13 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ La super-sinistra [come] il super-io: è addetta alle certezze e agli anatemi, alla somministrazione del Bene e alla denuncia del Male, non è attrezzata per il dubbio, men che meno per l’ammissione dell’errore _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §4 - L’Amaca [Non è colpa mia…] _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 12 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ La tendenza “non è colpa mia, è colpa sua” — trend largamente dominante tra eletti ed elettori, insomma tra gli italiani nel loro complesso — segna un apice forse ineguagliabile in quella pensosa frangia della super-sinistra che ha votato cinquestelle, e ora si ritrova mandante involontaria di un governo che va dai suprematisti bianchi ai No-Tax di tutte le razze. Con l’Olgettino in capo a garantire, ove necessario, l’opportuna astensione. _________________________________________________________________________________________ A disposizione di questi sventurati c’è una specie di dichiarazione-standard, leggibile ieri su molti quotidiani e forse disponibile anche in apposito modulo da ritirare al Ministero degli Alibi, che dice più o meno così: «non è mica colpa mia, è colpa del Pd che non ha voluto fare un governo con Di Maio». Completare il ragionamento, e dunque aggiungere che in ogni modo loro hanno votato per un partito che non ha alcuna remora ad allearsi con i fascisti e con gli xenofobi, questo no. Questo mai. _________________________________________________________________________________________ Impensabile anche un fifty-fifty: metà colpa di Renzi metà mia. Comporterebbe il rischio di ammettere di avere preso un abbaglio, e la super-sinistra è tal quale il super-io: è addetta alle certezze e agli anatemi, alla somministrazione del Bene e alla denuncia del Male, non è attrezzata per il dubbio, men che meno per l’ammissione dell’errore. E dunque, se il mio voto espresso per disgusto nei confronti del Pd finisce nel sacco di Salvini, la colpa è del Pd che mi ha disgustato. Io che c’entro, scusate? _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 20 del 13 maggio 2018
continua
§1 - Quel bandolo della matassa che Mattarella va cercando (di Eugenio Scalfari) §2 - Calenda: “Jobs act addio, pensiamo ai lavoratori” (di Goffredo De Marchis) §3 - L’Amaca (di Michele Serra)
post pubblicato in diario, il 6 maggio 2018


Anno XI N° 19 del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ IL MEGAFONO _________________________________________________________________________________________ PENSIERI DELLA SETTIMANA, COMMENTI E NOTIZIE _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è il Presidente che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione _________________________________________________________________________________________ Eugenio Scalfari _________________________________________________________________________________________ §1 - Quel bandolo della matassa che Mattarella va cercando _________________________________________________________________________________________ (di Eugenio Scalfari Repubblica.it 06 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ A questo punto della crisi politica italiana il tempo è maturo per un diretto intervento del Presidente della Repubblica. È lui stesso che lo ha lasciato intendere: ci vuole un governo istituzionale che guidi il Paese per un periodo di tempo non lungo, costruito in modo che tutti si sentano rappresentati o almeno tutelati nei loro diritti fondamentali. Tutti. Che cosa significa in questo caso una parola simile? Anzitutto il popolo, i cittadini elettori, gli italiani insomma, che spesso non s'interessano attivamente della politica ma sono comunque sensibili alla tutela dei loro diritti. E poi la classe politica: i partiti, i membri delle Camere, i sindacati, le associazioni industriali, le Camere di commercio, insomma le classi dirigenti di ogni genere e tipo. _________________________________________________________________________________________ Ecco: questo dovrebbe essere un governo che non ha una maggioranza politica, come dovrebbe avvenire in una democrazia che funzioni, con una destra e una sinistra; a volte vince l'una, a volte l'altra, secondo il voto elettorale. Questa è la vera democrazia. Ma da noi in questo momento la vera democrazia non funziona, i partiti sono molti e assai variegati, non solo verso l'esterno ma perfino al proprio interno. La democrazia italiana non funziona più, una vera destra e una vera sinistra non ci sono. Salvini non si può definire una vera destra: non lo è sulla scena internazionale dove il suo vero amore politico è Putin. Non lo è in Italia, dove la sua sagoma è soprattutto protezionista contro ogni immigrazione. _________________________________________________________________________________________ La sua alleanza con Berlusconi è più una reciproca finzione che una realtà. Quanto alla sinistra c'è stata fino a pochi anni fa con l'Ulivo di Romano Prodi e col Partito democratico che nelle sue origini nacque con Enrico Berlinguer e poi Occhetto, D'Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, Rutelli, Enrico Letta. Ma successivamente questa componentistica si è sfasata con l'arrivo di Renzi che ha inizialmente raccolto il 40 per cento dei voti elettorali alle elezioni europee. Poi, è stato sconfitto al referendum costituzionale (sconfitta in gran parte da lui stesso provocata poiché l'aveva trasformato in una battaglia sua personale) dove fu battuto dai "No" con oltre il 60 per cento dei voti, avendo tuttavia conservato a proprio favore quel 40 per cento che ormai sembrava una dotazione propria del Partito democratico. _________________________________________________________________________________________ Purtroppo quel 40 per cento non era affatto un consenso elettorale stabilizzato, tant'è che il 4 marzo scorso al nostro ultimo appuntamento elettorale il Pd è crollato di oltre la metà, dal 40 per cento a circa il 19. La maggior parte di questo deflusso di voti è andato nientemeno che ai grillini di Luigi Di Maio. _________________________________________________________________________________________ Quale sia stata la storia dei Cinque Stelle l'abbiamo più volte raccontata. Cominciò con Beppe Grillo una decina d'anni fa con un obiettivo molto semplice e di natura populista: la lotta contro le classi dirigenti, quale che fosse il loro colore politico. Tutto andava abbattuto e poi ricostruito, ma la natura di questa ricostruzione era del tutto ignota a Grillo e a chi ne ascoltava il vangelo populista. Sono passati dieci anni da allora e Grillo è stato accantonato da Luigi Di Maio che fino a quel momento era un giovane di cui nessuno conosceva l'esistenza se non i suoi amici che lavoravano politicamente in quel movimento che Grillo monopolizzava con la sua predicazione. A un certo punto Di Maio è emerso e Grillo è di fatto passato in seconda linea. Di Maio voleva un partito vero e proprio. Ha lavorato un anno con una decina di amici per realizzarlo e ormai l'ha ottenuto: i Cinque Stelle sono un partito come tutti gli altri, perfino per l'assenza di una vera e propria classe dirigente che ormai nessun partito ha più. _________________________________________________________________________________________ Il lavoro di Di Maio tuttavia è ancora del tutto incompleto: non c'è un vero programma mentre quello di far fuori le classi dirigenti di marca grillina è ormai stato tolto di mezzo. Di Maio ha accennato a una sorta di "contratto" con gli elettori e con eventuali alleati, ma è un contratto che dice ben poco: prevede un reddito d'assistenza per cittadini con scarse risorse, lavoratori disoccupati, giovani ancora precari nei loro incarichi; insomma, per la parte bisognosa del Paese ma senza indicare concretamente i modi di questi esborsi e anche le imposte che dovrebbero alimentarne il gettito. Insomma non è né un programma né un contratto (e poi con chi?): è semplicemente una vaga ipotesi su cui il gruppo di lavoro dei Cinque Stelle dovrà largamente esercitarsi. Quello che è certamente la realtà esistente è la pretesa di quel partito e soprattutto del suo leader di essere alla guida di un governo frutto di accordi. Un governo tuttavia che duri assai poco: riformi la legge elettorale e risolva alcuni problemi di urgente necessità per poi tornare al voto. _________________________________________________________________________________________ Col passare del tempo tuttavia queste ipotesi di alleanze con il loro 32 per cento ottenuto il 4 marzo non si è verificata per la semplice ragione che Di Maio pone come condizione il fatto che quel governo, che duri poco o molto, sia comunque da lui presieduto, anche se nelle ultime ore sembra che questa condizione sia venuta meno. Evidentemente nessuno è d'accordo con questa ipotesi, Salvini meno degli altri visto che la sua Lega ormai diffusa in tutta Italia ha ottenuto oltre il 17 per cento che, con il 4 della Meloni e il 14 di Forza Italia raggiunge il 37 per cento (contando anche i voti degli altri alleati di centrodestra) e non può dunque regalare la premiership a un Di Maio che supera di poco il 32. _________________________________________________________________________________________ La seconda ipotesi che Di Maio ha tentato, vista la resistenza di Salvini nei suoi confronti, è stata quella di un governo col Pd da lui presieduto. Anche in quel caso si sarebbe raggiunto il 51 per cento degli elettori e quindi una maggioranza assoluta con diverse presenze nelle due Camere. Ma gli aderenti al Partito democratico non sono stati affatto compatti: Renzi è ancora Renzi, Martina è il reggente, e poi ci sono le antiche anime del partito, a cominciare da Romano Prodi e da Walter Veltroni, da Enrico Letta e da eccellenti ministri in carica a cominciare da Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio, Dario Franceschini e molti altri ancora. A differenza di tutti gli altri partiti il Pd una classe dirigente, almeno in teoria, ce l'ha. Ma bene o male ha ancora a che fare con Renzi che prosegue imperterrito con la sua idea di comandare da solo. In queste condizioni l'alleanza con i Cinque Stelle è ancora a dir poco prematura e non a caso Di Maio ha di nuovo fatto passi all'indietro verso la destra senza peraltro modificare la situazione che aveva già vanamente sperimentato. _________________________________________________________________________________________ Il bandolo della crisi è stato fin dall'inizio nelle mani del Presidente Mattarella ma, ora che numerosi tentativi sono stati sperimentati e hanno fallito, sempre più è Mattarella che ha il diritto-dovere di risolvere questa situazione. Dopo il 4 marzo ha lungamente riflettuto e poi ha affidato l'incarico esplorativo prima alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e subito dopo al presidente della Camera Roberto Fico. Queste due esplorazioni hanno occupato circa una settimana complessiva ma i risultati sono stati negativi. Aiutano comunque Sergio Mattarella ad avere ancor più chiara la situazione, le relazioni tra partiti e le difficoltà che non riescono ad essere superate. Le consultazioni del Presidente della Repubblica non si sono ovviamente limitate a quelle dei due esploratori ufficiali, ma si sono estese ad altre importanti personalità della nostra Repubblica. Ora il Presidente sta riflettendo per arrivare ad un governo istituzionale da lui fondato come è in casi del genere suo dovere e potere. Non è un compito facile. Deve trovare la personalità adatta e deve con essa costruire un nuovo governo che non abbia l'avversione delle Camere ma il loro sostanziale appoggio. _________________________________________________________________________________________ Passeranno ancora giorni prima che le decisioni di Mattarella divengano operative. Nel frattempo proseguono contatti e approfondimenti di varia natura: un governo istituzionale come quello a cui pensa il Presidente deve anche trovare lo spazio e l'appoggio necessario in sede europea e internazionale. Il compito è quindi arduo e richiede un minimo di tempo. _________________________________________________________________________________________ La domanda che a questo punto si pone è quali siano i requisiti necessari di chi presiederà il governo che lo stesso Presidente della Repubblica definisce istituzionale. Per avere una visione completa occorre capir bene perché si usa la parola "istituzionale". Non meritano tutti questa definizione? Infatti tutti i governi, nessuno escluso, sono nominati dal Presidente della Repubblica il quale solo successivamente deve chiedere l'approvazione del Parlamento. A me pare (e vogliate scusarmi se dico anche la mia opinione) che il Capo di un siffatto governo non debba essere un politico di professione anche se deve comprendere a fondo la funzione della politica ricordando quello che disse una volta per tutte Aristotele: "La politica si occupa del bene che gli Ottimati sono in grado di procurare al popolo". _________________________________________________________________________________________ Dunque non un politico di professione ma un'alta personalità intellettuale in grado appunto di pensare la politica come uno strumento essenziale per l'affermazione dell'interesse generale che, se opportunamente tutelato, sa riconoscere e proteggere i diritti particolari quando siano opportunamente motivati. _________________________________________________________________________________________ Questa figura di cui parliamo deve abbinare alla conoscenza della politica una competenza specifica di carattere giuridico. L'ideale sarebbe che abbia anche partecipato alla Corte costituzionale o ad altre sedi collegiali del potere giudiziario che è uno dei tre fondamentali in ogni Paese, almeno in quelli dell'Occidente. Di personaggi del genere ne esistono molti nel nostro Paese ma quello che a me viene in mente poiché lo conosco molto bene è Gustavo Zagrebelsky, che possiede tutti i requisiti sopra enumerati, che cominciano con la sua presenza di membro della Corte costituzionale e poi presidente della medesima per un lungo periodo. Fu perfino candidato alla presidenza della Repubblica; scrive sui giornali, scrive libri e sostiene in vari modi le sue idee sulla democrazia. Zagrebelsky secondo me sarebbe molto adatto a ricoprire l'incarico di premier di un governo istituzionale ma non è certo il solo. _________________________________________________________________________________________ L'importante è che il leader del futuro governo abbia questi requisiti e possa avvalersi dei ministri adatti alle cariche che debbono ricoprire. Impegnato nell'attuale governo di "ordinaria amministrazione", Paolo Gentiloni sarebbe adattissimo a ricoprire la carica di ministro degli Esteri così come Marco Minniti sarebbe adattissimo a quella di ministro dell'Interno e Calenda e Delrio sono altrettanto esperti nelle materie a loro affidate. Ci sono anche altrettante indicazioni ma non spetta certo a me dirle e non sono certo il solo a conoscerle. Sergio Mattarella conosce questo mondo molto meglio di chiunque altro anche perché da esso proviene. Per nostra fortuna, in un momento di massima crisi, la persona che deve risolverla è quanto di meglio ci sia nel nostro Paese. Per lui formulo i migliori auguri. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ Il ministro dello Sviluppo economico e neoiscritto al Pd sugli errori della sinistra: "Se al tornitore gli dici che la globalizzazione apre opportunità, nuovi lavori, quello ti spara. Cioè, la fotografia delle ultime elezioni" _________________________________________________________________________________________ Goffredo De Marchis _________________________________________________________________________________________ §2 - Calenda: “Jobs act addio, pensiamo ai lavoratori” _________________________________________________________________________________________ (di Goffredo De Marchis Repubblica.it 14 marzo 2018) _________________________________________________________________________________________ Il neoiscritto al Pd Carlo Calenda ha un manifesto per il futuro, è severissimo sul passato, gli manca solo l'annuncio della candidatura a guidare il partito. Il momento non sembra lontano. In una sede in cui il protagonista doveva essere Romano Prodi, il ministro dello Sviluppo economico si prende la scena: distrugge la narrazione a sinistra degli ultimi 25 anni (compresi quelli del Professore dunque). Ripete più volte, anzi, che con quelle ricette la sinistra "è morta", "è scomparsa in tutta Europa", oggi ce ne vuole un'altra. Quale? "Quella che difende il posto di lavoro e non il lavoro in sé, che offre protezione. Il Jobs act è sbagliato non per l'abolizione dell'articolo 18, ma perché contiene un indebolimento sostanziale degli ammortizzatori sociali". _________________________________________________________________________________________ I tavoli di crisi affrontati al ministero hanno trasformato il manager dell'azienda di Montezemolo, il giovane direttore delle relazioni istituzionali di Confindustria che disprezzava tutto ciò che aveva sentore di concertazione, l'animatore del pensatoio liberale Italia Futura in un operaista del nuovo millennio. "Investimenti e protezione, questa è la strada. Difesa dell'occupazione a tutti i costi. Se al tornitore gli dici che la globalizzazione apre opportunità, nuovi lavori, quello prende il fucile e spara. Cioè, la fotografia delle ultime elezioni". _________________________________________________________________________________________ Calenda parla a un pezzo del centrosinistra degli ultimi decenni. Nella sede della casa editrice Laterza dove si presenta il libro dell'ex presidente dell'Istat Enrico Giovannini "L'utopia sostenibile" ci sono Prodi, Giuliano Amato, Giovanna Melandri, Luciano Canfora, Eugenio Scalfari. Poi, il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, la presidente Rai Monica Maggioni. Il Professore, molto "pessimista" confida una sua previsione: "Penso che i 5 stelle faranno un governo di tutti. Ormai sono passati dalla scatoletta di tonno da scoperchiare al darwinismo dell'adattamento". _________________________________________________________________________________________ Calenda invece non entra nel gioco dell'alleanze. Gioco che invece nel Pd sta prendendo piede, con una parte consistente e cosiddetta "responsabile" pronta a un dialogo con Di Maio per "non regalare all'Italia un governo Orban". Spinte che il reggente Martina cerca di gestire così: "Parlare delle cariche istituzionali è giusto ma è distinto da accordi di governo". Calenda ha già detto come la pensa: mai con i grillini. _________________________________________________________________________________________ Ma gli interessa la ricostruzione della sinistra. "Cacciari è lo specialista della critica, recita questo ruolo da un tempo infinito. Io non voglio essere come lui. Occorre trovare un progetto di rinascita". Il percorso seguito fin qui, comunque, è stato fuorviante. "Non abbiamo fatto altro che dire che l'unica cosa di cui avere paura fosse la paura. Che il mondo offriva infinite occasioni. Abbiamo delegittimato la paura invece di accompagnarla, di starle vicino. E chi sosteneva il contrario era un inguaribile gufo". _________________________________________________________________________________________ Ce l'ha con Matteo Renzi. "Ma non solo. Già le parole d'ordine di Blair e Clinton, venti anni fa, erano spot per le patatine. Solenni sciocchezze, come la Terza via che infatti è definitivamente morta, portandosi con sé la sinistra in quasi tutti i Paesi". Insomma, la storia dei lustri scorsi è quella di "uno schieramento che lancia messaggi motivazionali e non risponde alla complessità del mondo, non cerca un patto sociale nuovo". _________________________________________________________________________________________ La scuola è l'esempio di Calenda. "Servono investimenti maggiori. E non è vero che se vai da un vecchio e gli offri un cambio tra l'assistenza sanitaria e soldi maggiori sulla formazione, lui risponderà di no. Penserà ai figli e ai nipoti". Ormai è evidente che il ministro-iscritto queste idee sia pronto a portarle in ogni sede. La sua non è una tessera qualunque. _________________________________________________________________________________________ La striscia del 06 maggio 2018 _________________________________________________________________________________________ [In Italia si aggira] una specie di sindrome buzzurra che deforma i lineamenti, appesta le parole e peggiora irrimediabilmente le persone: quando il latore dello strillo capirà che strillando non sta definendo l’avversario, ma se stesso, sarà sempre troppo tardi. _________________________________________________________________________________________ Michele Serra _________________________________________________________________________________________ §3 - L’Amaca _________________________________________________________________________________________ (di Michele Serra Repubblica.it 04 maggio 2018) _________________________________________________________________________________________ L’uomo che gridava a Cuperlo»: ecco un caso clinico che andrebbe esplorato a fondo per cercare di capire, ben oltre il Pd, la patologia italiana. L’uomo ha una certa età, sembra una persona a modo e anzi lo è sicuramente (aggravante). Aspetta Gianni Cuperlo davanti alla direzione del Pd e gli strilla in faccia “te ne devi andare!”. A Cuperlo. _________________________________________________________________________________________ Uno che non alzerebbe la voce nemmeno a pagamento. Uno il cui unico torto è essere ragionevole e cortese: così cortese che invece di mandarlo in mona, come si dice nelle sue terre di origine, si ferma pure a parlargli, all’urlatore. _________________________________________________________________________________________ Dove, come, quando sia cominciata questa devastante patologia nazionale, nessuno è in grado di dirlo. Le parole come spintoni, quando va bene, come vetriolo in faccia quando va male, i tweet e i post che deridono o umiliano o calunniano in base al sentito dire, al tiramento dell’ultimo scemo o del primo mediocre, l’aria incazzata e la postura aggressiva come viatico della Giusta Causa (ognuno ha la sua), i titoli di giornale come sfregio seriale al nemico (con variazioni esilaranti, come il titolone di Belpietro di ieri, “La mamma di Renzi indagata anche a Cuneo”, tra Torquemada e Totò). _________________________________________________________________________________________ Una specie di sindrome buzzurra che deforma i lineamenti, appesta le parole e peggiora irrimediabilmente le persone: quando il latore dello strillo capirà che strillando non sta definendo l’avversario, ma se stesso, sarà sempre troppo tardi. _________________________________________________________________________________________ Anno XI N° 19 del 06 maggio 2018
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